Nel commento di opere odierne si parla sempre di “politicamente corretto”, ma il discorso è più complesso. Parliamo di rappresentazione e rispetto, ma anche di quote e tokenism e, soprattutto, del vero significato di “politically correct”.

Ovunque ci si giri, in ogni thread che si commenti, c’è il termine “politicamente corretto”. Lo si usa per riferirsi a qualsiasi cosa, in maniera piuttosto indiscriminata.

Una parola che è come il prezzemolo!

Non lo abbiamo visto solo nei commenti al nostro articolo sull’uso dell’asterisco nel gioco di ruolo, dove aveva senso di esistere, ma anche nelle risposte a svariati nostri articoli. Da Ariel nera al tema dello stupro nei giochi di ruolo, il politicamente corretto (o politically correct) è sempre la carta jolly da inserire nei commenti. Qualche articolista fantasioso (a cui non darò visibilità!) ha ben pensato di parlare di “politicamente corretto” anche riguardo alla nuova traduzione de La compagnia dell’anello, in uno dei famosi commenti pre-lettura.

“Politicamente corretto” viene utilizzato per riferirsi all’inclusione nelle opere di personaggi di colore o facenti parte della comunità queer, come si vede spessissimo nei commenti ai live-action dei classici Disney. (Forse con l’eccezione di Aladdin e de Il re leone?) Ma si parla di “politicamente corretto” anche per riferirsi ai famosi elfi genderfluid di D&D, o riguardo alla scelta della Paizo di sostituire le ancestries alle “razze” in Pathfinder Seconda Edizione. Oppure si grida al “politicamente corretto” in risposta alla richiesta di fare attenzione alle tematiche forti nei GdR. Ma è politically correct anche fare un evento per master donne, secondo alcuni.

Insomma, il politicamente corretto entra ovunque e in tutte le salse. Generalmente, però, si tratta di un termine utilizzato in maniera dispregiativa. E utilizzato in maniera spesso non particolarmente corretta (scusate il gioco di parole, ce ne saranno molti).

Vediamo come e perché non si possa sempre parlare di politically correct per qualsiasi cosa che ci dia fastidio. Ma prima, scopriamo cosa sia de facto il politicamente corretto e perché le manovre di marketing di certe case produttrici andrebbero chiamate in altri modi.

Politicamente corretto: una definizione

Per definire cosa sia questo fantomatico politically correct, mi rifarò a due definizioni che ritengo particolarmente significative. E fatte da due persone completamente diverse l’una dall’altra.

La prima, contenuta nell’Enciclopedia dell’Italiano di Treccani, è di Rita Fresu, professoressa di linguistica italiana all’Università di Catania. La seconda, invece, è di Immanuel Casto, artista e game designer noto per essere politicamente scorretto.

Una delle interessanti pubblicazioni di Rita Fresu
Una delle interessanti pubblicazioni di Rita Fresu

Una definizione storica: il politicamente corretto di Rita Fresu (2011)

Non riporterò qui l’intero articolo di Rita Fresu, ma vi invito caldamente a leggerlo tutto a questo link. L’articolo, infatti, è ricco di esempi utili alla comprensione ed evidenzia l’ipocrisia di certi usi del politicamente corretto.

Fresu prima delinea le origini statunitensi di politically correct, passando poi ad analizzarne le applicazioni in Italia. Infine, Fresu conclude con un excursus sulle Raccomandazioni per un uso non sessista della lingua italiana di Alma Sabatini, del 1986.

Qui ci interessa soprattutto riportare alcuni passaggi particolarmente interessanti. Il grassetto è sempre mio.

Nascita del politically correct in ambiente statunitense

L’espressione angloamericana politically correct (in ital. politicamente corretto) designa un orientamento ideologico e culturale di estremo rispetto verso tutti, nel quale cioè si evita ogni potenziale offesa verso determinate categorie di persone. Secondo tale orientamento, le opinioni che si esprimono devono apparire esenti, nella forma linguistica e nella sostanza, da pregiudizi razziali, etnici, religiosi, di genere, di età, di orientamento sessuale o relativi a disabilità fisiche o psichiche della persona.

L’attenzione a tali tematiche ebbe origine negli Stati Uniti d’America, da dove si diffuse nel resto del mondo occidentale. Nata negli ambienti della sinistra negli anni Trenta del Novecento, amplificata dai moti sessantottini e adottata dagli orientamenti liberali e radicali, essa assunse dimensioni significative sul finire degli anni Ottanta, quando diventò una corrente d’opinione basata sul riconoscimento dei diritti delle culture e mirante a sradicare dalle consuetudini linguistiche usi ritenuti offensivi nei confronti di qualsiasi minoranza (fu allora, ad es., che Afro-american sostituì blacknigger e negro per designare i neri d’America).

Problemi del politically correct: conformismo linguistico e intervento sulla forma piuttosto che sulla sostanza del problema?

Malgrado gli ideali egualitari e progressisti che lo hanno animato, il politically correct ha sollevato numerose polemiche (cfr. Fabbri 2004; Canobbio 2009). Lo si accusa infatti di conformismo linguistico e di tirannia ideologica che limita la libertà d’espressione. Si sostiene che, col pretesto di rivendicare ideali di giustizia sociale, il politicamente corretto si limita in realtà a intervenire sulla forma (ossia la lingua) piuttosto che sulla sostanza dei problemi, contribuendo ad alimentare una nuova ipocrisia istituzionale (Canobbio 2009: 39). Le scelte linguistiche imposte rappresentano spesso una versione nobilitata dell’eufemismo che tende a occultare contenuti sgradevoli; […].

Chi, invece, adotta i presupposti ideologici del politically correct ribadisce l’intento di tale orientamento di stabilire regole preliminari per una discussione civile dei problemi, senza la pretesa di risolverli (Colombo 2005).

Il politicamente corretto italiano: applicazioni e problematiche

In Italia il politicamente corretto, pur non avendo raggiunto il livello della obbligatorietà regolamentare, ha nondimeno causato un generale mutamento di sensibilità linguistica e contribuito a codificare stili collettivi di comportamento linguistico, sfumando in alcuni casi anche nell’interdizione (Canobbio 2009). […]

In alcuni ambiti specifici si è quindi sviluppata la revisione di talune denominazioni. […]

Simili designazioni suscitano però spesso riserve e rifiuti da parte dei diretti interessati, che le percepiscono come segni di una ipocrisia linguistica dietro la quale si cela, piuttosto, il disinteresse degli enti di tutela.

Tali espressioni vengono inoltre ritenute ancora più discriminanti perché di norma adottate senza che le categorie stesse siano interpellate.

Immanuel Casto nella copertina del suo album poco politicamente corretto, Deepthorat Revolution
Immanuel Casto nella copertina del suo album poco politicamente corretto, Deepthroat Revolution

Una definizione su intenti e applicazioni: il politicamente corretto di Immanuel Casto

Sebbene non sia, né abbia la pretesa di essere una definizione enciclopedica dotata di fonti, personalmente trovo che Immanuel Casto qui stia mettendo a fuoco molto bene la questione.

Per chi non lo sapesse, Casto è sia un cantante, sia un game designer di giochi da tavolo, tra i quali è particolarmente famoso il gioco di carte Squillo. Tanto nella sua carriera musicale, quanto in quella ludica, Casto è un paladino del politicamente scorretto, affrontando tematiche delicate in maniera dissacrante. Tuttavia, bisogna sottolineare che l’atteggiamento di Casto è sempre accompagnato dalla consapevolezza e dalla volontà di non banalizzare i temi affrontati. Se poi l’autore riesca nell’intento, non spetta a me dirlo.

Vediamo quindi cosa abbia da dire sul politically correct l’autore di brani come Deepthroat Revolution. Poiché più breve dell’intervento di Fresu, questo post su Facebook, datato 10/10/2018, sarà riportato integralmente. Anche qui, il grassetto è mio.

Correttezza politica e rispetto: atteggiamento VS valore

In questo periodo si discute molto della cosiddetta ‘correttezza politica’, che non si propone di discernere tra ciò che è vero e ciò che è falso, ma tra ciò che si può dire e ciò che non si può dire.

Ma cos’è questa ‘correttezza politica’?
Si definisce politicamente corretta qualsiasi espressione, manifestazione o linea di pensiero che tenga conto del rispetto e della sensibilità di tutti, ma in particolare delle categorie socialmente deboli.

Tutto molto nobile, ma allora dove sta il problema?

Sta nel fatto che la correttezza politica è un atteggiamento e non un valore.
Il valore è il rispetto.

È un’insieme di regole non scritte (es: non dire ‘neg*o’ ma ‘nero’) e di accorgimenti per tutelare quel valore. È uno strumento, e come tutti gli strumenti può essere usato bene o male.

Le degenerazioni del politicamente corretto: negare le differenze, non affrontare problemi scomodi e clickbait

Il problema non sta nella correttezza politica in sé, ma nella sua applicazione ottusa, bovina e persecutoria.

Sta nelle sue possibili degenerazioni.

La più comune è quella per cui dire che non si debba discriminare sulla base delle differenze, si traduce nel negare che tali differenze esistano. Quando invece sono un patrimonio da valorizzare.

Una versione (fintamente) progressista del puritanesimo, in cui per non affrontare argomenti scomodi, si proibiscono i vocaboli che li descrivono.

Un’altra è la tendenza a sostituire il processo giudiziario con quello mediatico, dove c’è posto solo per l’emotività e l’accusa vale già come prova, delibera e condanna.
Tendenza felicemente accolta dall’attuale giornalismo, interessato solo al clickbait.
Troppo spesso vediamo condivisi degli articoli per proporre un dibattito su temi delicatissimi, i cui titoli sono completamente fuorvianti rispetto alla notizia stessa.

La differenza tra criticare il cattivo uso dello strumento e il contestare il rispetto per gli altri

Come avrete intuito sono tutt’altro che fanatico della correttezza politica, però vorrei anche fare notare che, in sé, un atteggiamento di premura verso la sensibilità altrui è molto lodevole.

In nome della correttezza politica possono venire commesse delle vere e proprie ingiustizie, ma non precipitiamoci in massa dal lato opposto per dire che è sbagliata per definizione.
Sarebbe un generalizzazione scorretta.
Sono sbagliate le sue degenerazioni.

Quando sentiamo qualcuno dire “basta con la correttezza politica!”, cerchiamo quindi di capire se contesta (come faccio io) quel cattivo uso dello strumento a cui assistiamo tutti i giorni, o se invece contesta il valore che quello strumento si ripropone di tutelare.
Ossia, se quello che intende dire realmente è “basta al rispetto reciproco!”.

Sono due cose molto diverse.

Una questione di “chi lo propone”: il politicamente corretto delle minoranze VS il politicamente corretto di tutti gli altri

Specialmente dall’intervento di Fresu, emergono chiaramente due questioni.

In primo luogo, che il politicamente corretto è stato inizialmente richiesto da persone che fanno parte di minoranze oppresse, le quali dunque richiedevano maggiore rispetto. In secondo luogo, che successivamente il politicamente corretto è stato utilizzato, applicato e imposto anche da persone esterne a queste minoranze. Questi esterni da un lato si sono arrogati il diritto di estendere queste policy anche a minoranze che non ne avevano fatto richiesta, e dall’altro hanno ridotto il proprio sforzo per affrontare i problemi di queste minoranze al mero sforzo linguistico.

Da queste due questioni, riprendendo il discorso di Immanuel Casto sul rispetto, possiamo fare alcune considerazioni.

Il politicamente corretto e la lotta per i diritti civili, in una striscia di Singer
Il politicamente corretto e la lotta per i diritti civili, in una striscia di Singer

Politicamente corretto come rispetto

Alcune minoranze oppresse, come gli afroamericani o la comunità LGBT+, hanno chiesto di ricevere rispetto anche da un punto di vista linguistico.

Un linguaggio rispettoso per creare un terreno di dialogo

Come ben sappiamo, infatti, la lingua è uno strumento importante per ogni comunità umana, e come ogni strumento anche la lingua può essere usata per far del male agli altri. Se alcune persone vengono chiamate, nel parlato quotidiano, con termini che sono esplicitamente offensivi, allora queste persone dovranno vivere in una società che dice loro tutti i giorni che li odia, che li considera dei sub-umani, che non li accetterà mai come membri a tutti gli effetti. Questa ostilità, che si manifesta anche a livello linguistico, non aiuta a creare un terreno di dialogo in cui tutti possano sentirsi a proprio agio. Al contrario, come si vede con l’hate speech, gli appellativi offensivi tendono a distruggere il terreno di dialogo, perché rendono chiaro che una parte considera l’altra indegna di sostenere una conversazione.

Pertanto, il politicamente corretto inteso come rispetto della sensibilità e della dignità altrui è importante per la creazione e il mantenimento di una società equa e rispettosa.

Ad ogni minoranza, la sua strategia

Inoltre, questo politicamente corretto è ulteriormente importante quando è richiesto da minoranze che vedono la propria dignità calpestata da abusi o microaggressioni continue. Per questo è importante ascoltare le richieste delle comunità nere (afroamericane, afroitaliane e così via) quando chiedono che si parli di loro senza utilizzare termini degradanti (quali “ne*ro”), alienanti (come il sempiterno “esotico”) o in altro modo irrispettosi. Per il medesimo motivo, è importante ascoltare le richieste delle comunità queer quando si chiede di non usare certi termini (come “fr*cio”, “finocchio”, e simili) o di non riferirsi alle loro persone in certi modi (come chiamare le donne trans “uomini travestiti”, ne abbiamo parlato qui e qui).

Teniamo poi conto del fatto che non tutte le comunità o le persone dentro una comunità affrontano gli abusi verbali allo stesso modo. Se alcune comunità tendono a rigettare molto certi termini derogativi (come nel caso delle persone affette da malattie mentali, che generalmente rigettano l’uso di termini come “pazzo”), altre comunità o persone tendono ad adottare altre strategie. Per esempio, nella comunità afroamericana e nella comunità queer si tende talvolta a fare propri certi termini derogativi con cui si viene chiamati (quali, appunto, “ne*ro” o “fr*cio”). In questo modo, questi termini vengono tolti ai propri aggressori, poiché privati del loro significato negativo. Tuttavia, bisogna sottolineare che questa appropriazione di insulti deve essere fatta dalla comunità che viene insultata: se le persone con malattie mentali non vogliono essere definite “pazze”, non si può imporre loro di reclamare questo termine.

Un esempio satirico di politicamente corretto di facciata
Un esempio satirico di politicamente corretto di facciata

Il politicamente corretto come perbenismo di facciata

Ovviamente, l’odio linguistico è un risultato di un odio sociale e politico: gli insulti specifici (ne*ro, ritardato, fr*cio, ecc.) esistono perché esiste un odio nei confronti delle persone che ne sono il bersaglio, non viceversa. Quindi una policy che limita l’uso di questi termini avrà effetto solo se, contemporaneamente, si andranno ad affrontare anche le motivazioni di questo odio. Altrimenti, potremo avere adolescenti che in classe non insultano il loro compagno gay chiamandolo “fr*cio”, ma che nel frattempo lo picchiano nei bagni.

Una policy linguistica è un modo per togliere un’arma a chi offende e dare delle regole che creino un terreno di dialogo. Quindi non è inutile ed è importante perseguirla. Tuttavia, non può essere il solo modo in cui si affrontano questi problemi, perché altrimenti diventa solo uno strumento di facciata.

Non offendere a parole, ma discriminare nei fatti: il politicamente corretto di facciata e quello degenerato

Il politicamente corretto, come si vede dall’intervento di Fresu, è stato utilizzato da persone esterne alle comunità discriminate per fregiarsi di una tolleranza di facciata. Per queste persone, non chiamare i neri “ne*ri” era sufficiente per non essere razzisti e per poter indossare la medaglia della tolleranza. Tuttavia, nel frattempo queste stesse persone si sentivano libere di non assumere i neri, di ritenere automaticamente gli uomini neri potenziali stupratori o le donne nere potenziali prostitute. Capiremo tutti/e che, in presenza di questa forma mentis tossica, l’evitare o meno una certa parola offensiva non rende la persona meno razzista.

Tuttavia, evitare l’uso di una singola parola è un cambiamento molto più veloce e semplice da fare rispetto al cambiare la propria mentalità. È per questo motivo che certe fasce privilegiate della popolazione hanno adottato il politicamente corretto, ma senza farlo accompagnare da una riflessione più approfondita e da un esame di coscienza.

Questo uso di facciata dà vita al politicamente corretto degenerato di cui parla Immanuel Casto, ossia di quel politicamente corretto puritano che nega l’esistenza della differenza tra le persone. Stiamo parlando del politicamente corretto del “siamo tutti esseri umani” e del “non mi interessa il colore della pelle”. Questo pensiero è progressista solo in maniera apparente, poiché in realtà appiattisce i problemi specifici che certe comunità specifiche devono affrontare, e che dunque devono essere affrontati in maniera specifica. Tener conto dei problemi delle diverse comunità oppresse non è semplice e sicuramente complica la realtà, ma è necessario per dare risposte mirate.

Similmente, il politicamente corretto degenera anche quando impedisce alle comunità discriminate di reclamare i termini derogativi con cui le si offendeva, appunto per privarli del loro significato originale.

Il variegato cast di Glee, con L'Asiatica, Il Disabile, La Nera, Il Gay. Uno per tipo, altrimenti è troppo!
Il variegato cast di Glee, con L’Asiatica, Il Disabile, La Nera, Il Gay. Uno per tipo, altrimenti è troppo!

“Politicamente corretto” come termine negativo: due parole su questo uso

Come spero si sia capito, il politicamente corretto in sé non è negativo, anzi. Diventa negativo quando è utilizzato in maniera ipocrita come tolleranza di facciata. Tuttavia, negli ultimi anni è diventato molto comune urlare, con toni evidentemente negativi, al politicamente corretto per qualsiasi cosa, che c’entri o meno col significato originale.

Ora, il mio sarà un discorso piuttosto breve, poiché servirebbe uno studio basato su un numero di dati empirici molto grosso per poter studiare bene la varietà d’uso di “politicamente corretto” e alle realtà a cui si riferisce. Oggi ne vediamo e commentiamo giusto alcune, che credo che siano le più significative.

Politicamente corretto e rappresentazione: simili, ma non uguali

In primo luogo, vorrei parlare dell’uso di “politicamente corretto” per riferirsi a tutti i casi in cui, in una qualche opera, si inseriscono personaggi non bianchi, non eterosessuali, non cisgender et similia.

Questo uso non è particolarmente corretto (HA!), poiché in questo caso si dovrebbe parlare di “rappresentazione”. Poi, certamente, la rappresentazione delle minoranze nei media può essere definita una forma di rispetto nei loro confronti e dunque potrebbe essere accostata alle intenzioni che animano anche il politicamente corretto. Tuttavia, personalmente tendo a ritenerle due modi per mostrare rispetto verso le minoranze: non offenderle e non renderle invisibili.

La rappresentazione delle minoranze nei media occidentali, infatti, è una questione molto complessa, che si è evoluta molto nel corso del tempo. Non è questo il luogo per parlarne estesamente. Tuttavia, si sa che per le minoranze è importante non essere rappresentate nei media solo in ruoli subalterni, o con caratterizzazioni che reiterano degli stereotipi falsi e nocivi. Per questo motivo, avere protagonisti non bianchi e/o non eterosessuali, per esempio, è molto significativo per le minoranze nere e queer.

Ciononostante, bisogna tener conto del fatto che anche la rappresentazione, come il politicamente corretto, può essere una facciata utilizzata da gente non discriminata per pulirsi la coscienza. È questo il caso della tipica Quota Nera o Quota Arcobaleno di molti cast, generalmente composta da un singolo personaggio, che talvolta può persino essere portatore di vari stereotipi nocivi. Questo tipo di rappresentazione di facciata è detta tokenism. Lo abbiamo visto recentemente con Onward.

Pertanto, quando si vuole parlare della rappresentazione delle minoranze nei media, sarebbe più corretto farlo in termini di, appunto, rappresentazione (se ben fatta e ben pensata) o di tokenism (se mal fatta e di facciata). In questo caso, non sarebbe corretto (HA!) parlare di “politicamente corretto”. Tuttavia, questo uso è ormai molto radicato e lo si vede utilizzare spesso anche nelle community del gdr da chi si lamenta, per esempio, degli elfi genderfluid di D&D (che sono rappresentazione, non politicamente corretto).

Politicamente corretto e violenza o linguaggio esplicito

Rispettare la dignità altrui attraverso il controllo della lingua non significa dover utilizzare un lessico adatto ai bambini. Una persona può fare tranquillamente un discorso con termini volgari senza per questo essere politicamente scorretta. Allo stesso modo, un discorso privo di termini volgari non è automaticamente politicamente corretto. Pertanto, scambi come quello qui sotto non sono corretti:

Persona 1: “Per motivi che non vi riguardano” is the new “fateve li cazzi vostra”

Persona 2: che schifo il Politically Correct 🤣🤣🤣🤣🤣

Persona 1:  si dice “che fastidio” 😂

Similmente, se un’opera contiene violenza esplicita non è per questo motivo politicamente scorretta.

La vignetta completa di Toles sul politicamente corretto
La vignetta completa di Toles sul politicamente corretto

Politicamente corretto e lotta alla discriminazione

Il politicamente corretto, se usato bene e richiesto dalle minoranze stesse, fa parte della lotta alle discriminazioni. Tuttavia, la denuncia di certi comportamenti come sessisti, razzisti o omofobi non è attuazione del politicamente corretto, che invece generalmente si riferisce alla moderazione del linguaggio. La denuncia di comportamenti sessisti/razzisti/omofobi e la conseguente richiesta di condannare chi li adotta è una richiesta di cambiare una situazione che risulta negativa non solo per le parole usate, ma anche per i comportamenti adottati, quindi va a influenzare più ambiti rispetto al politicamente corretto.

Per questo motivo, un commento simile, che era stato lasciato sotto la foto di Veronica Fantoni per il #playernottoy sulla pagina di Donne, dadi & dati utilizza un lessico scorretto:

A me sembra che ci sia una dilagante psicosi del politicamente corretto che cerca il marcio in ogni piega del sociale…

Politicamente corretto e… la nuova traduzione de Il signore degli anelli?

Aggiungo questo paragrafo perché avevo citato questo strano uso di “politicamente corretto” all’inizio dell’articolo, ma in tal senso non c’è molto da dire. La frase incriminata, di un articolista che non voglio nominare (ma che troverete agilmente sul web) è questa (grassetto mio):

Niente più poesia, niente più afflato mistico-religioso, niente più eroi guerrieri e Valori immortali, ma semplice e puro politically correct. Non ci meraviglieremmo se, guarda caso, nella nuova traduzione Legolas diventasse omosessuale, Gimli transgender e Aragorn si preoccupasse delle sorti degli Orchetti che “emigrano da Mordor” in cerca di nuove possibilità lavorative.

Sebbene il nuovo traduttore de Il signore degli anelli, Ottavio Fatica, abbia sicuramente uno stile e una tecnica diversi da quella di Vittoria Alliata, la prima traduttrice dell’opera, parlare di “politicamente corretto” nei confronti di una traduzione è assolutamente scorretto (HA!). Infatti, nell’opera di Tolkien non ci sono offese razziste sulle quali Fatica dovrebbe compiere una decisione di resa. Quindi, non è fisicamente possibile fare una traduzione politicamente corretta de Il signore degli anelli.

Inoltre, gli esempi proposti dall’articolista sembrerebbero riferirsi più alla rappresentazione delle minoranze che, abbiamo visto, è una questione diversa. E no, non abbiamo Legolas omosessuale, Gimli trans o Aragorn preoccupato per gli Orchi, nella traduzione di Fatica.

No, il politicamente corretto non lede alla libertà di espressione, a differenza di quanto sostengano certi vignettisti
No, il politicamente corretto non lede alla libertà di espressione, a differenza di quanto sostengano certi vignettisti

Due parole conclusive

Insomma, questo articolo aveva tre scopi:

  1. Spiegare il significato di “politicamente corretto”;
  2. Differenziare il “politicamente corretto positivo” (cioè quello genuino delle minoranze) dal “politicamente corretto negativo” (ossia quello di facciata della maggioranza);
  3. Mostrare alcuni casi in cui non si dovrebbe parlare di “politicamente corretto”, bensì di altri fenomeni.

Spero di aver spiegato questi tre punti in maniera chiara e di aver invitato chi legge alla riflessione sul modo in cui utilizza questo termine. Personalmente, invito a utilizzare “politicamente corretto” chiarificando se ci si stia riferendo alla giusta richiesta di rispetto da parte dei diretti interessati dell’odio verbale, oppure della facciata ipocrita di chi vuole solo fingere di essere tollerante.

Infatti, va da sé che il politicamente corretto di facciata non fa piacere nemmeno alle minoranze stesse, poiché finisce solo per danneggiarle, attribuendo a loro quello che poi sembra un capriccio sterile e inutile. Al contrario, il rispetto per la dignità altrui attraverso (anche, ma non solo) la lingua è un comportamento positivo e fondamentale per una convivenza pacifica.

Sarei curiosa di raccogliere gli usi più fantasiosi che avete visto di questo termine, e le vostre impressioni in merito al suo significato.