Scrittori, ideatori di giochi di ruolo e semplici utenti come si devono comportare quando parlano di persone non binarie? Ecco un approfondimento della questione e alcuni suggerimenti sull’uso dell’asterisco!

Tutto è nato da questo articolo su Game of Thrones: la persona che lo ha scritto ha preferito rimanere anonima, dandosi lo pseudonimo di Dodger. Così, quando è stata ora di pubblicarlo su Facebook, si è preferito descrivere Dodger come “un* espert*”, così da non dare indicazioni sul suo genere e includendo nella possibile scelta anche le persone non binarie.

Non lo avessimo mai fatto. La gente si è triggerata più per due asterischi che per un articolo sugli sceneggiatori di Game of Thrones. Due asterischi creano più flame di Game of Thrones. Rendiamoci conto. Asterischi > Game of Thrones.

A saperlo avremmo scritto 70 articoli solo sugli asterischi, invece di scrivere questo rant sul finale e questo rant sulla 8×03. O di recensire tutte le puntate dell’ottava stagione: 8×01, 8×02, 8×03, 8×04, 8×05 e 8×06.

Quindi, rimediamo scrivendo un intero articolo sull’uso dell’asterisco dentro e fuori dai giochi di ruolo.

Scopo e pubblico dell’articolo: facciamo una premessa

In questo articolo si spiegheranno le origini dell’uso dell’asterisco come strategia per creare un genere morfologico neutro nell’italiano, le sue potenzialità e i suoi limiti. Successivamente, si approfondiranno altre strategie e il modo in cui alcuni giochi di ruolo parlano delle persone non binare.

Di conseguenza, l’articolo è stato scritto con due tipi di pubblico in mente:

  1. I curiosi e le curiose che vogliono informarsi sull’uso linguistico dell’asterisco.
  2. Scrittori e giocatori di giochi di ruolo che vogliono spunti per scrivere di persone non binarie.

Come al solito, si può sempre discutere civilmente dei pro e dei contro dell’asterisco, analizzandone i limiti e i pregi. Ma i commentini di coloro che pensano sia accettabile venire da me, linguista, a dirmi che “l’asterisco è ridicolo”, senza argomentare ulteriormente, sarebbero da evitare. Così come è da evitare il flame, che vi darà il pass gratuito alla cancellazione del messaggio.

Se si vuole discutere, lo si fa civilmente e portando argomentazioni. Non è possibile che io debba sentire linguisti parlare tranquillamente di asterischi, chiocciole e strategie per parlare di persone non binarie, mentre sul web la gente si scanna e si sente libera di sparare a zero su tutto. Se noi linguisti riusciamo a stare tranquilli e ad approcciarci a questi argomenti con curiosità, potete farlo anche voi.

E, come al solito, insulti e diffamazioni non saranno tollerati in alcun modo, come avevamo precedentemente comunicato in questo articolo.

L'asterisco unito al classico simbolo femminile
L’asterisco unito al classico simbolo femminile

Come è nato l’uso dell’asterisco?

Iniziamo parlando di come e perché sia nato l’uso dell’asterisco.

Partiamo però da una premessa: al momento, non esistono articoli di linguistica che si occupino dello studio dell’asterisco come suffisso neutro. La stragrande maggioranza delle fonti italiane sono di tipo giornalistico e non si interrogano più di tanto sulle origini di questo fenomeno, ma preferiscono concentrarsi sul perché l’asterisco venga usato. Non mancano, prevedibilmente, anche gli articoli che fanno poco altro oltre a gridare all’omicidio dell’italiano, che meritano ben poca considerazione, non essendo stati scritti da specialisti del settore.

Di conseguenza, è difficile capire esattamente come e quando l’asterisco si sia diffuso nell’uso di alcune persone. Non abbiamo, infatti, un anno di nascita ufficiale o una prima attestazione.

Un fenomeno tutto italiano nato dall’informatica

È piuttosto logico pensare che l’asterisco linguistico derivi dal linguaggio dell’informatica, nel quale ha la funzione di “carattere jolly” per ricercare la stringa di caratteri precedente seguita da qualsiasi carattere. Ne parla brevemente la Grammatica Italiana (2012) della Treccani, una delle rarissime fonti che riporta il fenomeno. Pertanto, potremmo definire l’asterisco una sorta di “suffisso jolly“.

Inoltre, pare che l’asterisco usato come suffisso sia una prerogativa tutta italiana. Infatti, in inglese non è utilizzato proprio per la mancanza di una presenza costante e sistematica di suffissi che indicano il genere: laddove in italiano “esperto/a” indicherà sempre il genere della persona di riferimento, in inglese “expert” non apporta informazioni sul genere.

Una notevole eccezioni può essere trovata in “actor/actress“, dotati di un suffisso che ne specifica il genere. Un’altra notevole eccezione sono le parole che sono intrinsecamente maschili o femminili e sono state coniate per necessità di riferirsi velocemente e chiaramente a certe persone o animali. Ne sono un esempio la coppia bull/cow, quella sister/brother e quella master/mistress (della quale abbiamo parlato qui per l’uso italiano!).

In altre lingue prive di genere grammaticale neutro, come lo spagnolo, pare invece che non si utilizzi l’asterisco, bensì la chiocciola (@).

La chiocciola è in realtà attestata anche in ambito italiano. Infatti, il blog Non binary nelle sue F.A.Q. riporta tutta una serie di usi per creare il neutro in italiano sostituendo il suffisso finale delle parole. Oltre all’asterisco, sono riportati la chiocciola, la -u e il suffisso latino-es, mentre come pronomi propone il loro” usato al singolare, sull’esempio del “they” singolare inglese.

Nel contesto italiano in cui si è sviluppato, l’asterisco pare essere usato principalmente da persone che frequentano gli ambienti femministi o la comunità LGBTQIA+. Tuttavia, le sue funzioni potrebbero cambiare a seconda dell’intenzione di chi scrive.

La bandiera non binaria
La bandiera non binaria

Un genere neutro: l’asterisco usato dalle persone non binarie

Venendo inserito al posto del suffisso finale di parola (ossia del suffisso che porta anche l’informazione di genere), l’asterisco è una strategia grafica per dare l’idea di una parola di genere neutro.

Più nello specifico, l’asterisco è utilizzato per includere anche le persone non binarie.

Chi sono le persone non binarie? E perché hanno bisogno di un neutro?

Molto semplicemente, le persone non binarie sono persone che non si riconoscono (o non si riconoscono unicamente) nel genere maschile o in quello femminile.

Piccola nota sulle personi intersessuali: differenza tra sesso biologico e identità di genere

Questa mancata distinzione nei due generi binari può essere accompagnata da delle caratteristiche biologiche (cromosomi, ormoni, organi riproduttivi, ecc.) che pongono la persona in una zona grigia tra il sesso femminile e quello maschile. Stiamo parlando delle persone intersessuali, caratterizzate da una grande varietà di differenze fisiche che le allontanano dal sesso femminile e/o dal sesso maschile.

Tuttavia, bisogna sottolineare che le persone intersessuali non necessariamente si identificano in un genere non binario. Infatti, l’identità di genere non necessariamente coincide con il sesso biologico. Citando un articolo di Wired, la Società italiana di psicoterapia per lo studio delle identità sessuali (Sipsis) indica come identità di genere:

l’identità complessiva della persona, l’insieme dei piani, delle dimensioni e degli aspetti – dal corpo, alla mente, al modo di presentarsi agli altri – con cui la persona si identifica, viene identificata e si fa identificare dagli altri. Si tratta quindi di una realtà a più dimensioni, che non smette di specificarsi e definirsi, dalla nascita all’età adulta e oltre.

Di conseguenza, per essere non binari non si deve essere necessariamente intersessuali, così come non tutte le persone intersessuali sono non binarie. L’essere non binari, infatti, è un’identità di genere, non una caratteristica biologica.

Esempio di persona non binaria da John Wick 3: Asia Kate Dillon, essendo una persona non binaria, ha chiesto che anche il suo personaggio, The Adjudicator, fosse non binario.
Esempio di persona non binaria da John Wick 3: Asia Kate Dillon, essendo una persona non binaria, ha chiesto che anche il suo personaggio, The Adjudicator, fosse non binario.

Un suffisso non binario per persone non binarie

Come dicevamo, le persone non binarie non si riconoscono né nel genere femminile, né in quello maschile. È dunque abbastanza intuitivo capire che una lingua come l’italiano non è particolarmente attrezzata per riferirsi adeguatamente a queste persone, almeno da un punto di vista morfologico.

Infatti, in italiano abbiamo solo due generi grammaticali, maschile e femminile, quindi ogni nome riferito ad una persona potrà essere declinato solo in questi due generi. Quindi, se una persona non binaria intraprenderà lo studio della chirurgia, sarà chiamata “chirurgo” o “chirurga”, nonostante questa persona non sia né un lui, né una lei.

Ora, certamente si potrà dire che le persone non binarie potrebbero fare spallucce e andare avanti lo stesso: dopo tutto, è solo un limite dell’italiano, che sarà mai? Tuttavia, la questione è più complessa di così.

Invisibilità anche linguistica?

Le persone non binarie tendono a non essere particolarmente riconosciute/conosciute nella società (non mi stupirei se molti lettori/lettrici non ne avessero mai sentito parlare!) e sono, sostanzialmente, invisibili. Dire a queste persone di adeguarsi alla struttura attuale della morfologia italiana e utilizzare un lessico per forza binario è un modo per renderle ancora più invisibili.

Una persona non binaria che parla o scrive sarebbe costretta a scegliere fra i due poli del maschile e del femminile per forza, almeno da un punto di vista pragmatico. Così facendo, però, renderebbe la propria identità di genere invisibile, laddove le persone cisgender (=si riconoscono nel genere assegnato loro alla nascita) e buona parte di quelle transgender (=non si riconoscono nel genere assegnato loro alla nascita, ma ne abbiamo parlato qui!) non sono mai così invisibili.

Io, donna cisgender, posso rivendicare il mio genere praticamente sempre: sono “unA dottorandA”, “unA master”, “unA redattRICE” e “unA linguista”. Un uomo transgender può definirsi “un ingegnere”, “un ministrO”, “unO studiosO”. Una persona non binaria non può manifestare il proprio genere, e in questo modo non può né esprimersi con la dovuta precisione, né essere riconosciuta come non binaria dagli altri a prima vista.

Magari, alcune persone potranno non farci troppo caso, ma in realtà questa situazione non è proprio ottimale ed è lecito trovare delle soluzioni. Che poi le soluzioni siano effettivamente percorribili, è tutto un altro discorso.

Ma prima di andare avanti, tenete conto che alcune persone non binarie utilizzano de facto il maschile o il femminile per se stesse. Ad esempio, Ethan, una persona non binaria, in questa intervista afferma di utilizzare il maschile per riferirsi a se stesso. Similmente, la youtuber di questo video, non binaria, preferisce usare il femminile per se stessa. Usare un pronome o un genere morfologico non binario per se stessi è lecito, ma l’importante è ricordarsi che deve essere una libera scelta della persona, non un’imposizione!

L'asterisco è stato rivendicato e usato anche dalle femministe
L’asterisco è stato rivendicato e usato anche dalle femministe

Un suffisso veloce ed economico: l’asterisco per le femministe

Per completezza, parliamo un attimo di come l’asterisco sia utilizzato negli ambienti femministi, laddove non sempre è preferito per includere le persone non binarie.

In linea di massima, in questi ambienti l’asterisco viene utilizzato per essere inclusivi nei confronti del genere femminile senza appesantire troppo la frase con altre strategie. Infatti, lo sdoppiamento della forma (il/la studente/ssa) o l’inserimento di due forme, una maschile e una femminile (tutti e tutte) alla lunga può diventare pesante nei testi lunghi, soprattutto da parte di chi li deve produrre. Quindi, qualcuno preferisce utilizzare l’asterisco, dove può.

L'asterisco usato nel video della serie Parità in pillole. La spiegazione sul suo uso non è altrettanto approfondita, ma vabbe'.
L’asterisco usato nel video della serie Parità in pillole. La spiegazione sul suo uso non è altrettanto approfondita, ma vabbe’.

Un genere difficile per la morfologia italiana: l’asterisco è una buona strategia?

Ora che abbiamo spiegato perché si usa l’asterisco, passiamo al come si usa.

Sottolineiamo però che l’asterisco come suffisso neutro non è una forma appartenente all’italiano standard (ossia la varietà di italiano descritta nelle grammatiche). Quindi, al momento questo suffisso jolly viene utilizzato senza seguire norme precise e non è contemplato dalle grammatiche. Ergo, non è affatto detto che venga accettato da tutti come una forma valida e a molte persone può non piacere, anche solo esteticamente.

Questo non vuol dire che chi vuole non possa usare l’asterisco, ma solo che ci si deve aspettare resistenza da parte della comunità di parlanti e scriventi italiani. È normale e capita a tutte le forme percepite come nuove: finché non entrano nell’uso superando la soglia di accettazione di buona parte degli Italiani, avranno vita difficile. Pensiamo anche solo a sindaca e ministra, due forme perfettamente accettabili, ma che molte persone rigettano.

Comunque, torniamo alla questione di come si usa l’asterisco. Infatti, sebbene chi lo usa attivamente tenda a sostituirlo ai suffissi che indicano il genere di una persona, ci sono molti individui che, invece, per goliardia, parodia o poca dimestichezza tendono a infilarlo ovunque, a caso. Quindi, facciamo un po’ di chiarezza su dove andrebbe l’asterisco.

Le “regole” dell’asterisco: dove si mette?

Poiché viene utilizzato per rendere linguisticamente neutro il genere di una persona, l’asterisco andrebbe inserito al posto del suffisso che, in una parola, ne indica il genere. Approfondiamo la questione apportando alcuni esempi dal blog Non-binary, in cui appunto una persona non binaria racconta le proprie esperienze, usando gli asterischi.

Ciò comprende gli aggettivi, i nomi, i pronomi e i participi passati riferiti ad una persona non binaria:

Da quando ho partecipato al TGEU a Bologna come volontari* mi sono chiest* il perché […]

Di altr* professionist* che affrontano l’assistenza […]

Se non cominciamo ad immaginarci come alleat* invece che come rival* non cambierà mai nulla […]

In particolare, l’asterisco è utilizzato specialmente per rendere neutro il pronome indefinito collettivo “tutti/e“, nella famosa forma tutt*:

Ciao a tutt* (esempio mio!)

[…] un dispendio di energie e soldi che non tutt* hanno la capacità di dispiegare […]

Quindi, una frase come “un maestro si è seduto tutto infastidito“/”una maestra si è seduta tutta infastidita” diventerebbe, se riferita ad una persona non binaria, “un* maestr* si è sedut* tutt* infastidit*“.

Fin qui dovrebbe essere tutto chiaro, no? Gli asterischi possono piacere o non piacere, però la logica dietro al sostituire i suffissi “-o/-a” dovrebbe essere abbastanza lineare, vero?

Ecco, perché ora arrivano i problemi.

Le parole in “-e/-essa” e “-tore/-trice”: un problema per la comprensione?

Come ci dobbiamo comportare con le parole il cui suffisso finale, portatore dell’informazione sul genere, è composto da più di una lettera?

Se seguiamo il linguaggio da cui è stato preso in prestito l’asterisco, ossia quello dell’informatica, dovremmo sostituire l’intero suffisso finale con l’asterisco. Ciò vorrebbe dire che “professore/-essa“, se riferito ad una persona non binaria, dovrebbe essere “professor*“, mentre “facilitatore/-trice” dovrebbe diventare “facilitat*“.

Ciò significa tagliare via una parte della parola, cosa che potrebbe causare confusione in chi legge e, dunque, potrebbe non aiutare il linguaggio nel suo compito principale: comunicare informazioni chiaramente.

Articoli e pronomi: un problema non da poco!

Ma la situazione diventa ancora più complessa quando si portano in campo articoli e pronomi.

Certamente, in casi come “essa/esso” o con i pronomi dimostrativiquesto/questa“, “quello/quella” e “costui/costei” la sostituzione dell’asterisco è abbastanza semplice. Avremmo, infatti, “ess*“, “quest*“, “quell*” e “cost*“. Similmente, anche agli articoli indeterminativi singolari come “uno/una” si sostituisce tranquillamente l’asterisco, formando “un*“. Ma già quando si hanno “dei/degli/delle“, la loro già breve forma si riduce ulteriormente a “de*”, che potrebbe essere ambiguo o poco comprensibile.

La situazione è ancora più problematica con gli articoli determinativi. Infatti, se “lo/la” in “l* sconosciut*” avrebbero una sostituzione semplice, come ci si deve comportare con “il maestro/la maestra“? La coppia il/la infatti rende poco chiaro dove si dovrebbe inserire l’asterisco: dovremmo scrivere “l* maestr*” o “*l* maestr*“?

Addirittura, nella triade “i/gli/lela sostituzione è quasi impossibile, poiché non ci sono elementi in comune tra tutti e tre gli articoli. Se volessimo usare la versione non binaria di “gli altri/le altre“, dovremmo completamente saltare l’articolo per non tirare fuori informazione di genere. Infatti, la persona non binaria che scrive su Non binary tende ad utilizzare il singolo asterisco al posto dell’intero articolo determinativo “i/le“:

[…] un risparmio non irrilevante per * contribuent* […]

Conclusione: l’asterisco è applicabile, ma su alcune parole è poco efficace

Insomma, se su “un* espert*” è piuttosto semplice inferire il suffisso sostituito dall’asterisco e ricostruire il significato della parola, quando l’asterisco sostituisce morfemi più lunghi o dà vita a forme eccessivamente ridotte, possono subentrare dei problemi di comprensione e di leggibilità.

Ciò porta a chiedersi, dunque, se dobbiamo rassegnarci ad usare gli asterischi solo in qualche contesto, oppure se possiamo ricorrere ad altre strategie.

Ruby Rose, che interpreterà Batwoman nella serie tv di prossima uscita, è una persona non binaria.
Ruby Rose, che interpreterà Batwoman nella serie tv di prossima uscita, è una persona non binaria.

Come riferirsi alle persone non binarie senza l’asterisco?

Avete presente questo articolo? Ecco, questo articolo sostanzialmente non fa uso di asterischi per parlare delle persone non binarie, ma utilizza altri sistemi. Queste strategie sono importanti da conoscere anche perché sono elencate fra gli approcci consigliati per evitare un linguaggio sessista, che faccia troppo ricorso al maschile “neutro”.

  1. Usare gli epiceni, ossia le parole che, pur avendo un genere grammaticale, rimangono invariate sia al maschile che al femminile. Sono, sostanzialmente, la cosa più vicina al neutro che abbiamo. “Persona” è una di queste, ma possiamo elencare anche “collega“, “preside“, “docente“, “coniuge“, “utente“, “personaggio” et similia.
  2. Usare pronomi relativi o indefiniti, come “Chi ha scritto l’articolo” (invece di “autore/autrice” o “il/la scrivente“), “Coloro che vogliono commentare” (invece di “commentatori/commentatrici“).
  3. Usare termini collettivi, come “l’utenza” invece di “gli/le utenti” e “la redazione” invece di “redattori/redattrici“.
  4. Mettere in primo piano l’azione e non chi la compie. Si può fare usando costruzioni sia impersonali (“Si noti questo” invece di “gli utenti notino questo“), sia passive (“i commenti vanno moderati” invece di “i moderatori vaglino i commenti“).
  5. Altre perifrasi neutralizzanti, come “associazioni ludiche” invece di “associazioni di giocatori“.

In generale, per le persone non binarie è una buona strategia usare, appunto, la perifrasi “persone non binarie”. Infatti, “persona” è un termine estremamente neutro nella nostra lingua e il suo femminile è unicamente grammaticale, così come è solo grammaticale il maschile di “essere umano“. Per parlare invece delle persone non binarie in generale, può tornare utile il termine “comunità non binaria“.

Inoltre, bisogna tener conto del fatto che queste perifrasi, per quanto dopo un po’ possano diventare pesanti, sono perfettamente accettabili nell’italiano standard.

Jonathan Van Ness, alla ribalta grazie alla serie Queer Eye, ha recentemente fatto coming out come persona non binaria.
Jonathan Van Ness, alla ribalta grazie alla serie Queer Eye, ha recentemente fatto coming out come persona non binaria.

Il parlato: che strategie adottare?

Una delle critiche che più spesso si sentono nei confronti dell’asterisco è proprio la sua natura specifica di segno paragrafematico. Dopo tutto, l’asterisco è un segno di interpunzione che non ha alcun suono corrispondente: come fare a pronunciare “un* espert*“?

Ora, la comunità non binaria ha proposto alcune strategie. Ad esempio, l’asterisco potrebbe essere pronunciato come una “u“, mimando la strategia di usare “-u” come suffisso neutro. Quindi, avremmo unu espertu.

Oppure, l’asterisco potrebbe essere pronunciato con la vocale più neutra del nostro repertorio: la schwa, che in IPA è scritta /ə/. Qui un video informativo sulla schwa in inglese. Ma tenete conto che se leggeste questo testo ad alta voce, una buona parte delle vocali che pronuncerete saranno delle schwa, che però il vostro cervello recepirà come le classiche vocali del nostro alfabeto. Quindi, in realtà la schwa è un suono molto tipico dell’italiano, sebbene non sia riportato nel nostro alfabeto. Quindi, possiamo pronunciare unə espertə.

Tuttavia, se già gli asterischi triggerano così tanta gente, quante probabilità ci sono che nel parlato i vostri interlocutori non vi capiscano? Se dite che la persona non binaria vostra amica è “unu espertu”, siete sicuri che riuscirete a farvi capire?

Ecco perché, per molti versi, usare le perifrasi e i metodi detti sopra potrebbe essere più adeguato al parlato.

Il manuale della discordia: quello con gli elfi genderfluid!
Il manuale della discordia: quello con gli elfi genderfluid!

Asterisco e altre strategie nei giochi di ruolo: qual è la situazione?

I giochi di ruolo da tavolo non sono nuovi ai personaggi non binari: che siano gestiti dai giocatori o rientrino fra i png, può capitare di avere a che fare con persone non binarie.

Ma, a questo punto, chi scrive o traduce manuali che strategie linguistiche dovrebbe adottare per riferirsi a questi personaggi? Anche perché se è abbastanza semplice dire che “X è una persona non binaria“, quando ci si deve riferire a questo personaggio con un pronome, un aggettivo o un participio, come si fa? “X è una persona non binaria e lo si vede spesso affaccendato a mescere pozioni” è una soluzione un po’ monca, visto che nella seconda frase si usa il maschile. Si dovrebbero usare gli asterischi, ossia una forma non standard?

È un bel problema, quindi intanto vediamo come ci si comporta nei manuali italiani già pubblicati.

NOTA BENE: in questo articolo si prenderà solo qualche gioco di ruolo e qualche caso specifico come campione. Non si vuole avere la pretesa di universalità. Se avete titoli, esempi o casi da proporre, scriveteci pure!

D&D e Pathfinder: originali inglesi senza troppi problemi

Da giocatrice di Pathfinder, la Paizo mi ha sempre dato molte soddisfazioni, includendo tra i png e i personaggi iconici proposti anche molte persone trans o non-binarie. Ne sono un esempio la Sciamana Shardra, donna transessuale, o la Ninja Reiko, genderfluid/genderqueer che usa pronomi femminili. Anche il Signore Empireo Arshea, ad esempio, è un essere androgino, né uomo né donna.

In Starfinder si è andati anche oltre, includendo molte Razze “aliene” che presentano più di due sessi biologici, come gli Shirren. In altri casi, ci sono Razze che non hanno alcun sesso biologico e possono scegliere di identificarsi in un genere specifico, o in nessun genere. È questo il caso degli Androidi, che quindi sarebbero talvolta da considerarsi come agender.

Più recentemente, anche la quinta edizione di Dungeons & Dragons si è aperta a molti png non binari. Sicuramente, ha fatto scalpore l’introduzione della possibilità, per alcuni elfi devoti alla divinità Corellon Larethian, di cambiare genere nel corso della giornata.

Di solito, in inglese non è troppo difficile parlare di persone non binarie senza imporre loro un genere, anche solo grammaticale. D&D tende ad utilizzare il pronome they” nella sua forma singolare (che, ci tengo a precisare, è un uso corretto!), mentre Pathfinder e Starfinder di solito si limitano ad evitare ogni pronome, ripetendo il nome del personaggio.

La Sciamana Shardra, canonicamente trans. Illustrazione del solo e unico Wayne Reynolds
La Sciamana Shardra, canonicamente trans. Illustrazione del solo e unico Wayne Reynolds

Traduzioni italiane che non si allontanano dal “maschile neutro” standard: il caso di Arshea

Ma come sono stati tradotti i paragrafi relativi a personaggi non binari in italiano? Usando il “maschile neutro” standard, che comunque finisce per imporre a questi png un genere.

Ad esempio, nella versione italiana di PathfinderWiki, Golarion Insider, il Signore Empireo Arshea vede una descrizione tutta al maschile, laddove in PathfinderWiki chi scrive ha cura di evitare in toto riferimenti al genere. Tuttavia, la voce di Golarion Insider è una traduzione diretta della descrizione di PathfinderWiki e, se in alcuni casi Arshea ha come descrizione “un campione” o “androgino”, in altri casi riceve l’appellativo “un ospite”, che è molto neutro.

Risolviamo il caso di Arshea: eliminiamo i participi passati

Il grosso problema si riscontra nell’uso dei participi passati, come in “è rappresentato“. I participi passati, se non riferiti a termini neutri come “persona“, hanno per forza un genere molto marcato. In questi casi, il mio consiglio è di evitare in toto il forme al passivo. Ad esempio, in questo articolo io non ho usato, riferendomi ad Arshea, termini come “è stato/a/* descritto/a/*” o “è stato/a/* chiamato/a/*“, bensì altre forme: “ha [come/una/la] descrizione” o “riceve l’appellativo x“.

Riguardo poi a “un campione” e “androgino“, anche in questo caso si possono adottare soluzioni alternative. Ad esempio, “androgino” può essere sostituito daun essere androgino (parlando di una semi-divinità, “essere” è azzeccatissimo). Invece, “un campione” può essere reso con la perifrasi Arshea ha il ruolo di campione, che rende il termine più neutro.

Queste sono tutte soluzioni perfettamente corrette, in italiano standard, accettabilissime e perfino più sostenute rispetto al passivo. E non hanno marcatura di genere riferita ad Arshea. Certamente, sono meno immediate da scrivere rispetto a “è stato descritto“, ma qualunque scrivente italiano, riflettendoci un minuto, può arrivarci. Sono assolutamente fiduciosa nelle capacità dei nostri traduttori e so che, col giusto stimolo, potranno farcela.

Il grosso problema che permane è quel “Signore Empireo” iniziale ma, trattandosi per molti versi di una descrizione tecnica, credo che si possa intendere “Signore” come titolo onorifico, relativamente neutrale. Non è la soluzione perfetta e impone di chiudere un occhio, ma credo che almeno sul lessico tecnico si possa sorvolare un po’.

Elfo disegnato da elves georg, artista non binario
Elfo disegnato da elves georg, artista non binario

Nominiamo il pronome “loro”, ma si continua ad usare il maschile: il caso di Fala Lefaliir

In Waterdeep: Dragon Heist compare Fala Lefaliir, erborista di Razza elfica e persona non binaria. A Fala, nella versione inglese, ci si riferisce senza l’uso di pronomi, ma ripetendo più volte il suo nome, in una maniera che in italiano risulterebbe martellante, addirittura. Inoltre, in un passaggio si fa notare che Fala preferisce il pronome “they” a “he/she“.

Nella traduzione italiana, però, si descrive Fala come “un erborista“, “un membro“, “un cordiale elfo dei boschi“, “amico“, “un druido“, “caotico buono“. Inoltre, sempre riferendosi alla sua persona, si usa “se qualcuno gli dà del lui” e “non essere affascinato“. E ciononostante, anche la descrizione italiana inserisce il paragrafo sul pronome preferito, che in questo caso è “loro“, da utilizzare per riferirsi “alla sua persona“.

Questa traduzione soffre di una certa indecisione. Probabilmente, si è preferito aderire alla canonica traduzione col “maschile neutro” anche per paura che, usando delle perifrasi, si superassero i limiti di testo e si mandasse in vacca l’impaginazione. Che, chiariamoci, sono preoccupazioni che un editore fa benissimo ad avere.

Tuttavia, credo che si sarebbe potuto descrivere Fala in maniera più neutra senza sforare troppo. Vediamo un po’ come!

Risolviamo il caso di Fala Lefaliir: neutro, ma breve?

Proviamo a riscrivere il paragrafo dedicato a Fala usando un linguaggio non marcato nel suo genere. In grassetto sono segnalate le parti modificate.

Fala Lefaliir, erborista e partner della Gilda dei Farmacisti e dei Medici, lavora in questa signorile palazzina a tre piani, il cui secondo piano è stato convertito in una serra. Le pareti di vetro trasparente consentono a tutti coloro che passano per strada di ammirare la sgargiante distesa di fiori che cresce all’interno.

Fala Lefaliir, cordiale elfo dei boschi, ha una lunga chioma a trecce. Come la divinità elfica Corellon Larethian, Fala non è né maschio, né femmina. Se qualcuno dà a Fala del “lui” o del “lei”, l’erborista chiede cortesemente che ci si rivolga alla sua persona per nome o con il “loro”. Fala ha un legame di amicizia con un membro degli Zhentarim di nome Ziraj, che in passato ha salvato la vita dell’erborista. Di tanto in tanto passa a trovare Fala, che tiene pronta per lui una camera al primo piano.

La classe di Fala è il Druido, con le modifiche seguenti:

a. Allineamento caotico buono.

b. Fala possiede i tratti razziali seguenti: Dispone di vantaggio ai tiri salvezza contro Ammaliamento e non si può far addormentare Fala tramite la magia. Ha una velocità base sul terreno pari a 10,5 metri e scurovisione entro un raggio di 18 metri. Parla il Comune, il Druidico e l’Elfico.

Vediamo quante parole e caratteri in più abbiamo usato! Confrontando questa versione con quella originale italiana, la versione senza il genere marcato ha 54 caratteri in più (spazi inclusi), ossia 3 parole in più.

Ora, 54 caratteri non sono pochissimi, ma credo che, per riportare correttamente il genere di un personaggio, questa possa essere una strada almeno da tentare.

In questa nuova versione si è lasciato inalterato “elfo dei boschi“, poiché l’alternativa “appartiene alla Razza degli elfi dei boschi” è stata ritenuta troppo lunga. In generale, “elfo” potrebbe essere visto come un termine relativamente neutro, come “essere umano“, sebbene la sua neutralità sia inferiore. Tuttavia, mi rendo conto del fatto che limiti di spazio e sensibilità debbano un po’ venirsi incontro.

Immagine da Dream Askew
Immagine da Dream Askew

Dream Askew: una traduzione non standard e interessante

Sul fronte dei giochi indie, invece, spicca la traduzione italiana di Dream Askew, gioco PBTA post-apocalittico queer, in cui si giocheranno personaggi non etero e/o non cisgender. Ne approfittiamo per ricordare che Dream Askew potrà essere provato al Genderplay II Edizione!

Dream Askew, ideato da Avery Alder (già creatrice di Cuori di Mostro, di cui abbiamo parlato qui!), è stato tradotto da un team di Geecko on the Wall. Per rendere la non binarietà dei personaggi e il fatto che si riconoscano in generi spesso del tutto nuovi e “post-apocalittici”, il team di traduttori e traduttrici ha scelto una strategia ibrida, non standard ed anche piuttosto caotica.

Strategia che, a ben pensarci, si sposa bene con l’atmosfera del gioco, quindi non dovrebbe dare fastidio nemmeno ai puristi. Dopo tutto, se su Mad Max: Fury Road è accettabile sentir parlare di “aqua cola” e “schlanger“, qui possiamo accettare un linguaggio fatto di schwa.

Tante schwa al posto degli asterischi, una per ogni situazione!

E infatti su Dream Askew tornano le nostre amatissime schwa, di cui abbiamo parlato sopra! Infatti, nei nomi di molti libretti, invece di usare soluzioni al “maschile neutro” o di alternare maschile e femminile, questo team ha preferito introdurre i nomi con “lə”. Quindi, abbiamo “lə Iris”, “lə Maestro”, “lə Sticher”, “lə Tiger”, “lə Torch” e “lə Arrival”. In generale, questi nomi sono una diretta trasposizione di quelli inglesi (quindi di genere neutro), con l’eccezione di “Maestro”, che è stato tradotto al maschile.

Nelle descrizioni dei libretti, si prediligono formule piuttosto neutre, come in “Lə Iris è un individuo inquietante“. Nel caso degli aggettivi, si oscilla tra il maschile e il “neutro” con schwa: “Potrebbe essere calcolatore, avventatə o opportunista“. Questo mostra che si sono neutralizzate solo le parole nelle quali il genere è espresso da un suffisso formato da una sola lettera (-o/-a). I termini in “-ore/-trice“, invece, sono stati lasciati al maschile, evitando le forme eccessivamente ristrette che avevamo visto prima, con gli asterischi.

I pronomi personali sono stati quasi tutti volti alla prima persona singolare, col gioco che vuole far parlare in prima persona il personaggio. Per questo, non avremo “lui/lei” rivolti ai personaggi, bensì li sentiremo parlare in “Decidi cosa ti ha detto il maelstrom psichico” e in “Come e quando morirò“. In alcuni casi, si vedono i pronomi “lui/lei“, trasformati in ləi, con la schwa che fa sapientemente le veci della “u” e della “e“. Riporto un esempio:

Ogniqualvolta qualcuno ti invita a usare i tuoi poteri psichici su di lǝi, lǝi guadagna un segnalino.

L'asterisco nella locandina di un evento a tema
L’asterisco nella locandina di un evento a tema

Conclusione 1: asterisco (e altre strategie non standard) sì o no?

Se volete scrivere in italiano standard o neo-standard, no. I manuali di giochi di ruolo generalmente dovrebbero essere scritti in italiano standard o neo-standard, quindi se si vuole aderire a queste varietà, non si dovrebbero usare l’asterisco, la schwa, la -u o la -x.

Se volete scrivere un manuale che fa dell’uscire dai generi binari in un mondo post-apocalittico (quindi dotato di un lessico spesso tutto nuovo), allora . Infatti, la scelta di una strategia non standard, se ben motivata, può tranquillamente essere accettabile in questi casi, poiché de facto aiuta ad immedesimarsi nell’atmosfera del gioco.

Se qualcuno creasse un gioco di ruolo ambientato nella Firenze di fine 1400 e usasse, anche nelle descrizioni del manuale, alcune strategie linguistiche del fiorentino di Machiavelli, darebbe una bella nota di colore, per esempio.

Se volete scrivere un post su Facebook, dove un linguaggio più colloquiale è perfettamente accettabile, fate quel che volete. Usate o non usate gli asterischi. Sentitevi liber*. Non tutt* apprezzeranno, ma sticazzi.

Conclusione 2: perifrasi e riformulazione della frase sì o no?

Se volete scrivere in italiano standard o neo-standard, sì. Assolutamente sì. Necessariamente sì.

Certo, alcune piccole e isolate eccezioni dovute ad esigenze di spazio e di impaginazione sono comprensibili ed accettabili. Ma se si vuole parlare di personaggi non binari in italiano, si dovrebbe usare l’italiano in tutto il suo potenziale.

L’italiano non ha un genere grammaticale neutro, ma questo non rende la nostra lingua monca. L’italiano ha altre strategie per venire incontro alle persone non binarie, e queste strategie dovrebbero essere alla portata di chiunque scriva o traduca giochi di ruolo. Non ci sono scuse per non usarle, a parte le isolate eccezioni dette sopra.

Il maschile “neutro”, in questi casi, è solo una soluzione pigra e facile, che però rende le persone non binarie invisibili. Se la persona non binaria parla di sé al femminile (“Mi sono diplomata”) o al maschile (“Sono stato assunto”), allora si può tollerare che ci si riferisca alla sua persona al maschile o al femminile. Ma se la persona non binaria non specifica il proprio pronome o, in italiano, il suo genere grammaticale di preferenza, o se usa il “loro“, allora non le si dovrebbe imporre il maschile neutro.

Le perifrasi e la riformulazione del discorso in forma neutra sono eccellenti esercizi di scrittura e permettono di riflettere sulle caratteristiche e sulle potenzialità dell’italiano. Coloro che sono così spaventati dall’asterisco o che si ergono a paladini dell’italiano dovrebbero abbracciare queste perifrasi.

Conclusione 3: è un bene che l’italiano affronti queste tematiche

Infine, chiudo con una piccola riflessione. L’italiano, essendo stato scritto e parlato a lungo in una società che non riconosceva l’esistenza delle persone non binarie, è ovviamente poco attrezzato a parlare di queste ultime.

Questo rende l’italiano una lingua transfobica? Nì. La società che usava l’italiano era transfobica, ma la lingua in sé, essendo solo uno strumento, è innocente. Tuttavia, l’italiano deve essere in grado di riferirsi alla realtà che ci circonda, e se questa realtà include le persone non binarie, allora deve essere in grado di parlare delle persone non binarie.

Come avete visto, l’italiano, pur non avendo un genere grammaticale neutro, ha comunque gli strumenti per riferirsi alle persone non binarie in maniera precisa e rispettosa. Usiamo questi strumenti. Usiamo la nostra lingua andando oltre ai suffissi finali e ristrutturandone le frasi.

Inoltre, il fatto che l’italiano affronti queste tematiche e cerchi di adattarsi ai tempi che cambiano è un bene. Anche il fatto che alcune persone propongano l’asterisco, la schwa, la -u o la -x è un bene. Perché significa che l’italiano è vivo e usato da persone che vogliono continuare a scriverlo e a parlarlo, anche a costo di modificarlo.

Sarebbe molto peggio se queste persone cercassero rifugio nell’inglese: a quel punto, l’italiano non verrebbe di certo “insozzato” dagli asterischi, ma non sarebbe nemmeno più usato. E il non uso è la morte della lingua. Gli asterischi, al contrario, non ammazzano proprio nessuno.

L’immagine di copertina è tratta da questo articolo su Medium.

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