Ad un intervento all’Università di Parma, Ottavio Fatica ha raccontato nel dettaglio la sfida che ha rappresentato per lui tradurre Tolkien, dando molte risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli e sulle sue scelte più controverse.

Dopo mesi passati a leggere polemiche in merito alla nuova traduzione de La compagnia dell’anello di Tolkien, finalmente alcune scelte del traduttore, Ottavio Fatica, possono essere commentate con maggiore cognizione di causa.

Non staremo a riprendere ogni singolo articolo che abbiamo scritto sulla questione (li potete recuperare tutti qui!). Tuttavia, chi ci segue saprà quanto poco ci siano piaciuti molti dei giudizi negativi scritti aprioristicamente sulla traduzione di Fatica. Infatti, critiche e accuse sono fioccate non solo da parte di chi questa nuova traduzione non l’ha minimamente letta, ma anche da persone che, de facto, non hanno le competenze per poter criticare le scelte di Fatica da un punto di vista linguistico.

Ne è un caso eclatante quello di quello youtuber che noi non nomineremo, il quale ha ben pensato di vomitare sulla scelta di tradurre Samwise con Samplicio perché, a detta sua, “Samwise vuol dire ‘saggio’, perché contiene la parola ‘wise'”. Ovviamente, questa nostra antipatia non si estende a coloro che non apprezzano le nuove scelte di traduzione per gusti personali: è infatti più che legittimo non trovare di proprio gradimento, per esempio, “Omorzo Farfaraccio”, preferendogli il vecchio “Omorzo Cactaceo”.

Tuttavia, non bisogna confondere il gusto personale con una improvvisa (e improvvisata) competenza nell’inglese arcaico usato talvolta da Tolkien.

Parte della locandina dell'evento in cui Ottavio Fatica ha dato delle risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli
Parte della locandina dell’evento in cui Ottavio Fatica ha dato delle risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli

L’intervento di Ottavio Fatica a Parma

In tal senso, Ottavio Fatica ha recentemente (si fa per dire: siamo noi che arriviamo tardi!) tenuto un lungo e interessante intervento all’Università di Parma. L’incontro, tenutosi il 12 dicembre, è stato presentato dal professore di linguistica Davide Astori e dalla traduttrice Giovanna Granato. I dettagli dell’evento possono essere trovati qui.

Nell’arco di un’ora e mezza, infatti, Fatica ha dato moltissime risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli, spiegando la logica dietro alle proprie scelte. Da dove spunta “forestali”? Perché The Prancing Pony è diventato un Cavallino Inalberato, invece che Impennato? Perché ha tradotto o non tradotto certi nomi propri?

In questo articolo, si vogliono riportare i punti salienti del discorso di Fatica, dedicando infine anche un po’ di spazio alle risposte alle domande dei presenti.

Ringraziamo Daniele Di Rubbo per averci mandato i suoi accuratissimi appunti sull’intervento!

Una panoramica sul contesto storico ed editoriale di Tolkien

Ottavio Fatica inizia il proprio intervento parlando, brevemente, delle polemiche che hanno sempre seguito Tolkien in Italia.

Innanzitutto, però, Fatica sottolinea come l’opera del Professore sia stata il risultato di numerosi rimaneggiamenti durante i lunghi anni della sua scrittura. Gli stessi editori inglesi erano spaventati dalla mole dell’opera, troppo massiccia per essere pubblicata intera in un periodo di crisi come quello del Secondo Dopoguerra. Tuttavia, pur avendo un discreto successo iniziale, Il Signore degli Anelli vedrà la sua fama crescere solo col tempo. Solo successivamente ascenderà allo status di opera perfetta che in molti gli hanno attribuito.

L’arrivo di Tolkien in Italia

L’arrivo in Italia, però, non è stato semplice. Infatti, Vittorini e i suoi collaboratori hanno bocciato Tolkien, ma Fatica non gliene fa una colpa: si trattava semplicemente del loro pensiero, dei loro gusti letterari. Fu Astrolabio a pubblicare La compagnia dell’anello, tradotto da Vittoria Alliata, ma senza proseguire, poiché il volume vendette pochissimo.

Mentre nel mondo la fama di Tolkien cresceva, Rusconi ha preso i diritti, ma la traduzione è stata ritenuta carente. Allora uno degli editori, Quirino Principe, vi ha pesantemente messo le mani sopra, cambiando praticamente tutti i nomi e correggendo svariati errori. In questa forma, Tolkien si è guadagnato il successo anche in Italia.

L’edizione di Rusconi subirà molti rimaneggiamenti, accumulando una serie di correzioni circa ogni cinque anni. Dopo 50 anni, Bompiani ha finalmente deciso di fare una nuova traduzione e ha chiesto a Fatica. Questi, però, non è uno specialista di fantasy, sebbene conoscesse un po’ l’opera. Si trattava di una bella sfida per un grande libro. Fatica racconta che l’idea lo avesse incuriosito, anche perché lui normalmente viene chiamato quando bisogna tradurre libri grossi e difficili.

Tolkien come totem politico della destra e i problemi con i lettori tolkieniani settari

Tuttavia, sottolinea Fatica, noi, unica nazione al mondo, avevamo un piccolo gruppo di lettori tolkieniani di destra. La sinistra italiana, che era giovane e alternativa, non si era interessata a Tolkien. Per questo, alla destra era rimasto solo Tolkien come proprio autore di riferimento. Ciò ha portato ad eventi quali i campi hobbit, mentre nel resto del mondo questo rapporto privilegiato tra destra e Tolkien non aveva preso altrettanto piede. Fatica osserva, poi, che

i tolkieniani, nel bene o nel male, sono dei settari. Stanno stretti nel loro mondo chiuso e sono partiti dall’idea che la nuova traduzione avrebbe fatto sicuramente schifo.

Fatica non è sui social, ma gli hanno detto un po’ delle accuse o interrogativi che alcuni gli hanno mosso. Partendo da questa premessa, quindi, Fatica ha iniziato a dare risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli.

Ottavio Fatica
Ottavio Fatica

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: quanto è veramente complesso Tolkien?

Di quanti altri autori del 900 si può dire che abbiano glossari, dizionari enciclopedie e saggi che parlano della sua lingua? Volumi che sono continuamente rinnovati, perché trovano sempre nuove cose da dire?

Non molti, c’è da dire. Ma Tolkien ha glossari, dizionari ed enciclopedie dedicate al suo legendarium, e un motivo c’è: Tolkien è difficile anche per gli Inglesi.

Fatica quindi ci fa alcuni esempi per mostrare gli svariati livelli linguistici che Tolkien inserisce in ogni parola da lui coniata.

Ne è un esempio il cognome Cotton. In questo caso, infatti, una parola banale come questa nasconde un’etimologia segreta. Per questo motivo, Cotton non significa cotone, bensì cottage town.

Dunclivo diventa Valfano. Ma perché?

Vediamo, per esempio, Dunharrow, il luogo in cui i Rohirrim si sono accampati prima di cavalcare verso Gondor, e dal quale Aragorn è partito lungo il Sentiero dei Morti. Dunharrow nella vecchia traduzione era reso come Dunclivo, ma Fatica ha voluto scavare nella filologia tolkieniana. Infatti, Dunharrow è come Tolkien ha reso in inglese moderno il nome che il luogo aveva nella lingua dei Rohirrim, Dúnharg, che significa “the heathen fane on the hillside”.

Ora, Fatica tradurrebbe Dunharrow come Valfano, e ci spiega perché. Non parla del perché dun vada tradotto con valle, in realtà. Ma in questo caso credo (credo!) che compirebbe questa scelta basandosi sul fatto che, in antico inglese, dun sia la riduzione fonetica tanto di dūn (= collina) quanto di denu (= valle), almeno secondo A Dictionary of British Place-Names. Poi potrei sbagliarmi.

Fatica fa però notare come normalmente in inglese harrow significhi erpice (un tipo di aratro). Tuttavia, harrow in questo caso non andrebbe tradotto come erpice, perché ciò che sta nella valle non è uno strumento agricolo, bensì, come dice la descrizione di Tolkien, un fane. Fane qui è una parola a cui non fa caso nessuno, ma significa tempio, poiché deriva dal latino fanus. Fanus ha dato origine, in italiano, alla parola fano.  Quindi, in realtà, harrow non significa erpice, qui, ma fano. Quindi, per preservare il significato reale della parola, Fatica ha provato a tradurre Dunharrow con Valfano, similmente a come ha tradotto Valforra.

Granburrone e Bosco Atro diventano Valforra e Boscuro. Perché?

Parlando invece di Rivendell, che appunto Fatica ha tradotto come Valforra, laddove Alliata e Principe hanno preferito Granburrone, si vedono gli ulteriori livelli linguistici di Tolkien. Se si va a vedere nel dizionario, sotto dell c’è una sfilza lunghissima di termini con cui si può tradurre; non solo burrone, ma si arriva fino ad orrido. Fatica, qui, ha tradotto con forra, similmente a come Rivendell è stato tradotto in portoghese. Valforra sembra, in realtà, un nome italiano, ma la cosa è voluta; ma anche in inglese, dice Tolkien, esiste un posto chiamato Rivendell.

Certamente, quella di Fatica è una scelta personale, seppur ragionata. Non è detto che altri avrebbero fatto le sue stesse scelte e magari avrebbero avuto sensibilità diverse. Tuttavia, per Fatica l’importante nel fare scelte di questo genere consiste nel rimanere coerenti. Quindi, se questi nomi sono stati univerbati (val+forra= Valforra, val+fano= Valfano), allora una simile scelta va fatta anche per tutti gli altri nomi composti. Per questo motivo, quindi, Mirkwood non sarà Bosco Atro o Bosco Scuro, bensì Boscuro.

Farthing non è più Decumano, ma Quartiero. Perché?

Invece, Farthing, che in Alliata-Principe era tradotto come Decumano, c’entra poco con la nomenclatura romana degli spazi. Farthing, infatti, è una parola che in inglese oggi vuol dire un quarto di penny o una cosa che conta poco.

Ma Tolkien si rifà al significato in antico inglese della parola, ossia quarta parte (feorðing). Il Professore, addirittura, dice che ad un orecchio inglese contemporaneo sentir usare farthing in questo modo fa un effetto comico.

Fatica ha dunque deciso di tradurre il termine con Quartiero perché è un modo di dire “la quarta parte di una cosa”. Tuttavia, il traduttore sottolinea che si tratta di una sua scelta, e che altri avrebbero potuto trovare altre soluzioni.

Omorzo Cactaceo diventa Omorzo Farfaraccio e il Puledro Impennato diventa il Cavallino Inalberato. Perché?

Spostandoci a Brea, andiamo a vedere alcune delle scelte più discusse di Fatica.

Barliman Butterbur, il proprietario del Prancing Pony, era stato precedentemente tradotto da Alliata-Principe come Omorzo Cactaceo. Cactaceo, in questo caso, era riferito ad una famiglia di piante grasse. Tuttavia, sebbene il butterbur sia una pianta (la Petasites Asteraceae), la sua traduzione italiana effettiva è quella che ha poi adottato Fatica, ossia farfaraccio.

Riguardo invece la traduzione di Prancing Pony con Cavallino Inalberato, Fatica racconta che i fan si sono, appunto, inalberati, perché avrebbero preferito Cavallino Rampante. Tuttavia, prancing in araldica si usa per dire impennato o rampante con animali come i leoni. I cavalli, invece, anche in italiano non sono detti rampanti, bensì inalberati, secondo il lessico tecnico dell’araldica. Quindi, in realtà tradurre prancing con impennato o rampante è, de facto, scorretto.

Io ho detto una cosa giusta, poi se tu sei cresciuto con la traduzione “impennato” […] è un errore. Mi dispiace che tu sia cresciuto con quella cosa lì, ma non so cosa fare. Pure io sono cresciuto con Superman che si chiamava Nembo Kid.

E i Forestali al posto dei Raminghi? E Passolungo al posto di Granpasso?

Qui cito testualmente Fatica:

Riguardo poi a Forestali (che sono i ranger), la vecchia traduzione aveva raminghi.

Ora, a me raminghi sembra un tipo di ordine di frati, non mi convince.

Se la prima traduzione avesse avuto scritto forestali e io avessi tradotto con raminghi mi avrebbero mandato a ramengo a me.

Comunque, io ho scelto forestali, perché? Perché questi sono dei signori che vanno su e giù lungo i confini della Contea per tutelarli da una potenziale minaccia, e loro nascostamente vagano proteggendo.

Riguardo a forestale, mi avevano detto “ma sembra una guardia forestale”. Eh, e ranger che sembra? Aveste detto ranger a un ragazzo inglese dell’epoca è a questo che penserebbe. Ranger significa questo in inglese.

Riguardo poi alla traduzione di Strider, la versione Alliata-Principe usava Granpasso. Fatica, invece, ha tradotto Passolungo perché strider significa falcata.

Fatica ipotizza che Passolungo gli sia venuto in mente da una traduzione di Cholstomér, un racconto di Tolstòj su un cavallo chiamato, appunto, Passolungo. Qualche mese fa, invece, dopo che il libro era stato pubblicato, gli è venuto in mente che avrebbe potuto tradurre Strider con falcante/falcatore, che secondo Fatica è più carino.

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli (e di Frodo, Sam, Merry e Pippin)
Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli (e di Frodo, Sam, Merry e Pippin)

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: e i nomi propri?

Fatica ha tradotto i nomi dei quattro hobbit protagonisti come segue: Frodo Baggins, Sam (Samplicio) Gamgee, Pippin Took e Merry Brandaino. Ovvero, alcuni nomi e cognomi sono stati tradotti, altri no. Perché questa discrepanza?

Cito di nuovo Fatica:

Quando poi si passa ai nomi, bisogna fare una premessa: non c’è un calco preciso per questa roba.

Anche perché le lingue nordiche sono molto facilitate rispetto a noi, ma a parte questo non è coerente nemmeno Tolkien.

Pare che io stia dicendo un’eresia, ma non è vero. Senza offenderlo, aveva pensato di fare questa cosa, poi ci aveva ripensato, si è ricreduto, ha spiegato le cose in un modo e poi in un altro, il suo tentativo è bellissimo, ma ha le sue falle.

Vediamo quindi in che modo i nomi dei protagonisti (Frodo, Sam, Merry e Pippin) non siano per nulla omogenei nella loro etimologia e nelle possibilità di resa.

Frodo Baggins: un nome teoricamente piuttosto semplice

Frodo si chiama Frodo.

Fatica afferma che Frodo significa che è stato reso saggio dall’esperienza. Infatti, aggiungo io, il nome originale nella lingua hobbit era Maura, in cui maur– significa appunto saggio/esperto. Tolkien, quindi, ha reso maur– con il suo equivalente in germanico antico, frod-. E Fatica sottolinea quanto simile sia questo nome a quello di re Froda in Beowulf, che è uno dei testi di riferimento di Tolkien.

Tuttavia, chi non legge il libro in inglese, ma in una lingua basata sul latino, pensa a frode. Però, a furia di leggere Frodo, Fatica dice che ormai non associo più questo nome a frode. Tuttavia, lasciando il nome così com’è, al lettore italiano non verrà in mente saggio. Per questo, Alliata aveva inizialmente tradotto il nome di Frodo in Savio, poi riportato alla forma originale da Principe.

Baggins, invece, è la traduzione in inglese della parola hobbit labingi, legata a laban, che significa borsa/sacco, e Tolkien teneva molto che dalle traduzioni trasparisse questo significato originale. Anche perché altrimenti era difficile cogliere un gioco di parole come quello di Bag End, che sostanzialmente vuol dire cul-de-sac.

Fatica dice che questo cognome avrebbe potuto tradurlo, perché in tutte le altre lingue in cui l’opera è stata tradotta, anche Baggins è stato tradotto.

Insomma, siamo noi ad aver sbagliato per tutto questo tempo. Poi loro [la Bompiani? ndr] non hanno voluto [tradurlo] e io per non litigare ho accettato.

Samwise Gamgee: perché tradurre il nome, ma non il cognome?

Passiamo dunque a Sam Gamgee. Samwise è l’opposto di frodo per significato. Infatti, se frodo vuol dire reso saggio dall’esperienza, samwise significa poco saggio o, per citare Fatica, “non sei una cima”. Fatica non voleva adattare Samwise in Samvise, come nell’edizione Alliata-Principe, perché non significa nulla. Allora, Fatica ha pensato a sempliciotto o simplicio in italiano. Così, Samwise è diventato Samplicio, anche perché poi per tutto il libro viene sempre chiamato Sam e si poteva mantenere la sillaba iniziale.

Gamgee invece è la versione anglicizzata di un cognome hobbit (Galpsi). Galpsi significa qualcosa come del villaggio di Gammidgy, passato poi all’inglese Gamwich e poi a Gamgee. Tolkien, qui, consigliava quindi di trattare questo cognome come privo di significato, al massimo da adattare solo graficamente.

Pippin Took: un nome che fa pensare alle mele?

Pippin, nella versione di Fatica, è rimasto Pippin. Il traduttore afferma di non capire bene perché nell’edizione Alliata-Principe lo si sia trasformato in Pipino, a meno che non si stia facendo riferimento, goliardico, a Pipino il Breve.

Tuttavia, in realtà all’orecchio di un lettore inglese, il nome Pippin richiama subito un tipo di mela, che è una sorta di renetta. Pensate che, addirittura, negli anni Novanta, la Apple lanciò la console Apple Pippin, quindi la relazione con la mela è abbastanza sentita. Pertanto, noi in italiano dovremmo chiamarlo Renetto o Melozzo, ragiona Fatica, ma il pubblico sarebbe impazzito. Eppure Tolkien voleva che il pubblico pensasse alla mela o al pip, il seme.

Inoltre, aggiungo io, il nome completo Peregrin, di radice latina, sarebbe la traduzione del nome hobbit di Pippin, ossia Razanur. Razanur, infatti, contiene la radice raza (straniero) e razan (forestiero), ed era il nome di un viaggiatore famoso.

Merry Brandybuck: un nome che non è felice

Merry è un altro nome, come Cotton, che è meno semplice di come appare.

Infatti, secondo Tolkien bisogna leggere merry senza pensare ad allegro. Infatti, merry è solo una riduzione di Meriadoc e andrebbe, secondo il Professore, ritenuta come priva di significato al momento della traduzione.

Meriadoc, invece, è una parola gallese, che deriva da mawr (grande) e udd (signore), ossia “gran signore”.

Poi, aggiungo io, Brandybuck è invece una traduzione dalla lingua hobbit Brandagamba e unisce elementi di Brandywine e di Oldbuck.

Nomi con radici diverse e diverse richieste di traduzione

Insomma, come si è visto, i nomi dei quattro protagonisti non hanno un’etimologia omogenea. Frodo ha radici germaniche, Samwise inglesi, Peregrin latine e Meriadoc gallesi. E tutti, in qualche modo, sono traduzioni di parole hobbit.

Non c’è una coerenza, e quindi come fai a renderlo? Non ci riesci nemmeno tu.

Noi abbiamo fatto un compromesso, discutibilissimo.

Per questo motivo, Fatica ha lasciato invariati Frodo, Merry e Pippin, traducendo invece Samplicio e Brandaino.

La nuova copertina de La compagnia dell'Anello
La nuova copertina de La compagnia dell’Anello

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: la resa delle poesie

Riporto il commento di Fatica:

Poi un’altra cosa che ha fatto molto arrabbiare i tolkieniani (e a me dispiace un po’) sono le poesie. Ora, alcuni da bambini si sono letti queste versioni precedenti, che gli erano piaciute.

Io onestamente qui non so cosa dirvi, perché improvvisamente tutti si sono improvvisati esperti, analizzando le poesie peggio di una terzina di Dante o di una strofetta di Montale.

Tolkien fa delle strane forme metriche e io ho cercato di riproporre quelle, più o meno.

Riguardo alla Poesia dell’Anello, alcuni commentatori me l’hanno rimandata dicendomi “ma non ci hai messo nemmeno le rime”, ma le rime in realtà ci stanno e negli stessi punti in cui le ha messe Tolkien. Poi chi ha fatto il commento non le ha volute vedere.

Fatica poi riflette sul fatto che alcuni si siano arrabbiati per vincerli e avvincerli, quando la vecchia traduzione usava ghermirli, nella Poesia dell’Anello. Ma, dice il traduttore, lui aveva bisogno di una rima e questa soluzione ha lo stesso motivo per cui Tolkien usa sky e die.

A Fatica piaceva il duo vincere e avvincere perché non sono la stessa cosa, non sono come vincere e convincere. Vincere viene dal latino vĭncĕre e avvincere viene dal latino vincire, quindi hanno due significati etimologici diversi.

Poi anche questo è tutto discutibile e forse certe forme mi sono iniziate a piacere perché a furia di lavorarci mi sono entrate in testa, però non è che siano campate per aria.

Non è che mi sono alzato una mattina per dire “faccio questa cosa”.

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: la poesia interna alla prosa

Fatica poi accenna al fatto che anche nello scritto in prosa ci possa essere una metrica nascosta. Ne ha avuto già esperienza e Tolkien non è diverso:

Un altro aspetto su cui ho lavorato, e che pochissimi conoscono, è quello dei versi nascosti nella prosa.

Partiamo dal fatto che io vengo da un mondo della poesia di tutto altro tipo. Mallarmé diceva che non esiste la prosa, esiste solo la poesia, perché la prosa ha a sua volta dei ritmi interni.

Ma questo è un vezzo di molti scrittori, e lo fa anche Melville in alcuni punti molto alti, in cui sono nascosti numerosi endecasillabi. Da noi lo hanno fatto in molti, tra cui ricordiamo Calvino, che non avrebbe intitolato un libro Se una notte d’inverno un viaggiatore, se non fosse stato un endecasillabo.

Tolkien amava la poesia cavalleresca e rifaceva lo stile cavalleresco, secondo Lewis, meglio per il lettore contemporaneo.

J. R. R. Tolkien, seduto con la schiena contro uno dei suoi amati alberi
J. R. R. Tolkien, seduto con la schiena contro uno dei suoi amati alberi

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: i cambiamenti interni di stile

Fatica fa poi notare come un libro come quello di Tolkien abbia subito anche dei cambiamenti, durante la sua stesura. E riprende, quindi, una considerazione già accennata nell’intervista al Venerdì di La Repubblica.

All’inizio dell’ultimo libro, Tolkien è tornato indietro a riscrivere parte de Le due torri. Infatti, quando Fatica è arrivato a tradurre il quarto libro, ha notato un cambiamento di stile fortissimo.

Tolkien è un maestro delle descrizioni e infatti due terzi del libro sono descrizioni dei posti che i personaggi attraversano, specialmente della natura, ma anche di città, villaggi, castelli e simili. Nel quarto libro, queste espressioni sono lunghe e diventano sempre più complesse, più poetiche, più liriche, più difficili anche da rendere.

Ma questi cambi di stile possono riguardare anche solo poche pagine. Fatica dice che ci sono dei punti in cui Tolkien ripete continuamente formule come “E Aragorn disse”, “e lui disse”, ma poi non lo fa più.

Non è del tutto coerente, insomma.

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: arcaismi, cambi di registro e refusi

Riguardo all’ormai noto uso delle parole desuete da parte del Professore, Fatica ribadisce che Tolkien spesso usa parole che erano normali in altre epoche. Proprio per questo, spesso bisogna andarsele a cercare sull’Oxford English Dictionary. E anche lì, solo alla quarta o alla quinta accezione significano quello che voleva dire Tolkien.

Fatica ha provato a fare più o meno la stessa cosa, andando a cercare termini arcaici equivalenti in italiano. Ma altrimenti avrebbe potuto usare altri arcaismi stilistici di contorno per dare al tutto un sapore più antico, come perciocché, anzicheio o conciofossecosaché. Che, preciso io, sono veri usi arcaici dell’italiano.

Poi, non è detto che io abbia fatto bene, ma prima di criticare a priori le mie scelte sarebbe il caso di sapere che Tolkien usava questi significati arcaici.

Questo vale anche per i vari registri, che nella vecchia traduzione erano saltati. Gli Elfi sono quasi sempre aulici, mentre Sam è molto terra terra. Anzi, sottolinea Fatica, proprio per questo Sam è simpaticissimo, probabilmente il personaggio più simpatico del libro.

Nella costruzione delle frasi, riflette poi il traduttore, Tolkien inverte spessissimo l’ordine delle parole. Oltretutto, quando si traduce un autore bisogna scoprire il suo ritmo sotterraneo, e mantenerlo per tutto il libro. Ma gli errori sono sempre dietro l’angolo!

Voi non avete idea di quante cose vengano saltate durante una traduzione. Ad anni di distanza, escono ristampe che correggono i refusi.

Ad esempio, nella traduzione di Pavese di Joyce manca una delle ultime frasi del libro, nella quale si parla di Dante. Questa frase è importantissima e ci sono stati scritti saggi sopra, ma nell’edizione di Adelphi in cui si ripropone la traduzione di Pavese questa frase manca ancora.

Conoscere Tolkien prima di tradurlo?

Durante la sessione di domande e risposte successiva all’intervento, Fatica ha gettato luce su altre questioni legate alla traduzione. In questo caso, Fatica parla del fatto di non essere stato un fan (o un lettore) di Tolkien prima di accettare questo lavoro. E forse è stato un bene.

Io non sono uno specialista di Tolkien. Avevo letto molti saggi e conoscevo bene gli Inkling, però Tolkien l’ho letto solo recentemente.

E per certi versi è un bene, perché forse se lo avessi letto anni fa questa conoscenza mi avrebbe un po’ tarpato le ali, perché magari anch’io sarei cresciuto con Samvise e avrei detto che non l’avrei mai cambiato. Insomma, io non voglio strappare il vecchio peluche dalle mani di nessuno.

Vittoria Alliata. Foto di Rino Bianchi
Vittoria Alliata. Foto di Rino Bianchi

Il rapporto con Vittoria Alliata

Fatica, sempre durante le domande, sottolinea di non voler attaccare Vittoria Alliata, né di aver fatto una traduzione con l’intento di contrapporsi a quella precedente. Inoltre, Fatica afferma di non aver tradotto Tolkien con l’idea di differenziarsi a tutti i costi dalla traduzione precedente.

La prima traduzione l’ha fatta una ragazza molto giovane, troppo giovane, e ha fatto una piccola impresa, anche se carente, e poi è stata tutta rivista.

[…]

Io al Salone del Libro non ero polemico e non ho tradotto per distanziarmi da Alliata, stavo solo facendo una cosa diversa, ho ritradotto.

Riguardo a ciò che ho detto al Salone del Libro, sono convinto di ciò che ho detto, ma forse potevo dirlo in un altro modo e mi dispiace se sia stato preso come un attacco. Certo che non c’erano 500 errori a pagina, però ce ne erano più o meno cinque. Ma è come quando invece di dire che sei andato in un posto sette volte dici che ci sei andato mille volte. È un’iperbole, non era polemico.

Tradurre o tradire? Una traduzione bella, ma imprecisa è sempre meglio?

Sempre rispondendo alle domande, Fatica affronta il discorso delle traduzioni belle, ma infedeli. Soprattutto, gli si chiede se non sarebbe il caso rendere il testo di Tolkien lessicalmente più semplice, così da renderlo comprensibile anche a degli Italiani.

Un madrelingua inglese fa fatica ad apprezzare totalmente Tolkien in inglese. Perché magari apprezza l’avventura, ma certe cose si capiscono solo tornandoci sopra.

Tolkien rende anche senza usare parole troppo arcaiche, ma usa la lingua in modo particolare e se lo si vuole mettere su un piano letterale bisogna rendere questo suo uso. In questo caso, non ha molto senso tradire il letterale di Tolkien.

Secondo Fatica, infatti, può avere senso tradire un poeta che è stato tradotto cento volte, come Catullo. Questi, infatti, è stato tradotto in italiano in tutti i modi possibili, quindi, se uno poi lo traduce/tradisce in maniera creativa e letteraria, non gli fa nessun danno.

Difatti, secondo Fatica la traduzione di una persona creativa è falsificante solo all’apparenza, ma in realtà non lo è, perché si legge la sua traduzione con la consapevolezza di starsi approcciando ad una versione più creativa e originale.

Tradurre Tolkien significa anche approcciarsi alla cultura nerd?

Fatica, in realtà, dice di aver avuto relativamente pochi contatti con i tolkieniani nerd. Questo sia perché lui non usa i social, sia perché, come si diceva prima, non era un fan o un esperto di Tolkien prima di tradurlo.

Tuttavia, Fatica sottolinea di aver avuto un beta-reader della propria traduzione che era, invece, un esperto tolkieniano, che gli è stato molto utile per correggere il tiro in alcuni punti.

Infine, Fatica fa notare anche che un altro obiettivo della nuova traduzione consisteva nel togliere Tolkien dall’angolo della libreria in cui ci sono i fantasy, i gadget, i manga. In questo modo, si sarebbe potuto riportare il Professore nell’angolo della letteratura, perché Tolkien è un ottimo scrittore del Novecento.

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: ma se non è evocativa?

Uno dei presenti alla presentazione ha portato all’attenzione di Fatica il fatto che per lui, nonostante gli piaccia l’idea di una nuova traduzione, alcune trovate di Fatica risultano meno evocative rispetto a quelle della versione Alliata-Principe.

Ad esempio, per questo ascoltatore forestale è meno evocativo di ramingo. Al che segue questo interessante scambio di battute:

FATICA: Ma evocativo è molto personale come cosa, ad esempio per me è evocativo di un ordine di frati.

ASCOLTATORE: No, ma infatti è evocativo per chi ha letto la vecchia traduzione

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: anche se lo leggessimo in originale, capiremmo solo la metà delle cose
Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: anche se lo leggessimo in originale, capiremmo solo la metà delle cose

Risposte sulla nuova traduzione de Il Signore degli Anelli: tiriamo le somme

Personalmente, ho trovato questo intervento di Ottavio Fatica molto interessante e illuminante non solo sul suo lavoro, ma anche sulla sua persona.

Infatti, ci ritroviamo in un tempo in cui bisogna parlare, in qualche modo, anche dell’atteggiamento di un traduttore, oltre che del suo lavoro. Il che è assolutamente assurdo e ridicolo, visto che la qualità di una traduzione si presume slegata dalla simpatia del traduttore. Ciononostante, uno dei commenti principali relativi a Fatica e al suo lavoro consiste proprio in una serie di giudizi sulla sua supposta arroganza.

Io, personalmente, da questo intervento ho avuto l’impressione di star ascoltando un professionista che sa cosa sta facendo, che ha le proprie ragioni, ma che non si ritiene al di sopra delle critiche. Proprio per questo, Fatica pare essere una persona ben disposta al dialogo e al confronto.

Peccato che ci dobbiamo ricordare che il confronto non consiste in una serie di insulti. O in una serie di giudizi sulla supposta arroganza di Fatica. Giudizi che, da soli, mostrano abbastanza bene l’arroganza di chi si permette di, passatemi l’espressione, sparare sentenze su un tizio che non si conosce. Anche perché se avere rispetto e stima per le proprie capacità significa essere arroganti, siamo messi male.

Comunque, in secondo luogo questo intervento è stato illuminante anche su molte delle ragioni di Fatica dietro alle sue scelte di traduzione. Non solo ci vengono presentati esempi puntuali e precisi, ma questi esempi ci aiutano anche a capire la profondità del lavoro filologico tolkieniano. Di fronte ad un autore con più strati linguistici di una lasagna, ogni parola deve essere soppesata, e pare che Fatica non si sia approcciato al Professore con leggerezza.

Sicuramente, risulta evidente che tradurre Tolkien non è un lavoro alla portata di tutti. E sebbene ancora scelte come forestali non mi piacciano, posso capire il ragionamento che vi sta dietro e rispetto il lavoro fatto da Fatica. Perché non concordare sugli esiti non significa non riconoscere e apprezzare lo sforzo fatto.

Soprassediamo poi sulle lunghe spiegazioni etimologiche sulla resa e sull’origine dei nomi propri tolkieniani. Potrei passare le ore a leggere di simili minuzie linguistiche, perché mi diverto tantissimo. E capisco sempre di più quanto Tolkien fosse un nerd della linguistica; forse avrebbe apprezzato giochi di ruolo come Dialect!

Se, come accennato in altri interventi pubblici di Fatica, verrà davvero scritto e pubblicato un saggio sulla sua esperienza di tradurre Tolkien, mi aspetto di trovarlo ancora più ricco di particolari e di esempi. E non vedo l’ora di leggerlo.

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