In occasione della Giornata della Memoria, ci teniamo a ricordare lo scambio epistolare tra J. R. R. Tolkien e una casa editrice tedesca, all’epoca della pubblicazione de Lo Hobbit nella Germania nazista.

Probabilmente molti di voi conosceranno già questa storia ma, visto che oggi cade la prima Giornata della Memoria vissuta dal nostro sito, trovo pertinente raccontare un piccolo aneddoto su Tolkien, i Nazisti, gli Ebrei e Lo Hobbit.

Senza contare il fatto che questo aneddoto tende a stare scomodo a coloro che insistono sul fatto che Tolkien potesse c’entrare qualcosa con le ideologie di un regime totalitario, eleggendo il nostro amato Professore a protagonista assoluto dei loro beceri raduni politici, saggiamente mascherati da seminari letterari. Ma quando tra gli invitati c’è Silvana De Mari, li si sgama subito: dà un malus di -35 alla prova di Raggirare, ormai.

Comunque, tornando seri, in questo articolo cercherò tanto di raccontarvi questo aneddoto tolkieniano, quanto di fare chiarezza su alcune imprecisioni e polemiche nate attorno alla vicenda.

“Vorremmo tradurre il suo libro, ma prima ci sarebbe una piccola formalità…”

Era il 1938, quando all’editore inglese di Tolkien, Allen & Unwin, arrivò la lettera di una casa editrice tedesca, la Rütten & Loening.

All’epoca, Lo Hobbit era uscito da appena un anno, ma già stava riscuotendo un gran successo nel Regno Unito e negli Stati Uniti, quindi era solo questione di tempo prima che qualche editore straniero si decidesse a tradurlo. I primi a farsi vivi, apparentemente (da Wikipedia, la prima traduzione del romanzo pare essere quella svedese, nel 1947), furono proprio i tedeschi, che di certo non potevano resistere alla tentazione di diffondere un libro con personaggi usciti direttamente dalla Völuspá norrena e con un magico anello che pareva citare direttamente Wagner.

Così, la Rütten & Loening iniziò l’iter per aggiudicarsi la pubblicazione dell’opera di Tolkien, ma in Germania erano in vigore da ormai tre anni le Leggi di Norimberga, che avevano posto enormi limiti alle libertà e ai diritti degli Ebrei tedeschi, mentre i roghi di libri “anti-nazisti” (quindi critici sulla Germania, oppure scritti da ebrei o da pacifisti, tanto per fare un esempio) erano iniziati fin dai primi anni Trenta.

Così, l’editore tedesco decise di aderire alle norme del Reich (o per lo meno di tutelarsi), chiedendo che Tolkien, per essere pubblicato in Germania, inviasse loro la propria Bestätigung, la propria certificazione di essere ariano. Domanda che evidentemente sottintendeva la conferma del fatto che Tolkien non fosse ebreo.

"Nessuno dei miei antenati parlava una lingua indo-iraniana, come il gitano. LOL"
“Nessuno dei miei antenati parlava una lingua indo-iraniana, come il gitano. LOL”

“Se proprio vi interessa, non sono ebreo. Purtroppo”

Tolkien non la prese benissimo. Ma visto che all’epoca il Professore stava affrontando una situazione economica piuttosto difficile, e visto che si rendeva conto che la traduzione de Lo Hobbit era importante anche per il proprio editore, Tolkien scrisse ad Allen & Unwin una lettera:

Devo proprio dire che la lettera acclusa della Rutten und Loening è un tantino dura. Devo sopportare questa impertinenza perché ho un nome tedesco o le loro leggi lunatiche richiedono un certificato di origine arisch da tutte le persone degli altri paesi?

Personalmente sarei incline a rifiutare di concedere qualsiasi Bestaetigung [conferma, approvazione] (dato che posso benissimo farlo) e lasciare che la traduzione in tedesco vada a quel paese. In ogni caso, ho delle forti remore nei confronti di un’eventuale comparsa sulla stampa di una dichiarazione del genere. Non considero la (probabile) totale assenza di sangue ebraico come qualcosa di onorevole in quanto tale; inoltre ho molti amici ebrei, e mi rincrescerebbe avvalorare in qualsiasi modo l’idea che io abbia aderito alla dottrina della razza, assolutamente perniciosa e non scientifica.

Questo riguarda Lei, in primo luogo; io non posso mandare a monte la possibilità di un`edizione tedesca senza la Sua approvazione. Quindi le sottopongo due bozze di possibili risposte.

[lettera 29, 25 luglio 1938 a Stanley Unwin]

Delle due lettere allegate, sappiamo che la prima era una risposta dura e spontanea, in cui Tolkien non si era fatto remore a blastare la supposta superiorità ariana. Una performance degna del miglior Mentana, e che esibisce la squisita competenza di Tolkien nella linguistica storica.

La seconda lettera, invece, pareva essere una replica più pacata e diplomatica, senza polemiche e filippiche che avrebbero potuto mandare in fumo i rapporti commerciali tra lui e il nuovo editore tedesco. Chiamato a scegliere quale missiva inviare, non stupisce che Allen & Unwin abbia preferito questa lettera soft.

Purtroppo, essendo stata spedita, abbiamo perso le tracce di questo scritto diplomatico, ma sappiamo che probabilmente riuscì a fare il proprio dovere, visto che dalla Rütten & Loening presto arrivarono nuove notizie positive. Tuttavia, i progetti di traduzione si bloccarono con lo scoppiare della guerra e Lo Hobbit arrivò in Germania solo nel 1957.

Comunque, in absentia del testo gentile e puccioso, possiamo ancora goderci il Tolkien’s Rant, un capolavoro di colpi critici a suon di educatissima Retorica Inglese Vorpal +5, di tanto in tanto stemperati da una rispettosa captatio benevolentiae.

Cari Signori,

grazie per la vostra lettera. […] Temo di non aver capito chiaramente che cosa intendete per arisch. Io non sono di origine ariana, cioè indo–iraniana; per quanto ne so, nessuno dei miei antenati parlava indostano, persiano, gitano o altri dialetti derivati. Ma se Voi volevate scoprire se sono di origine ebrea, posso solo rispondere che purtroppo non sembra che tra i miei antenati ci siano membri di quel popolo così dotato. Il mio bis–bis–nonno venne in Inghilterra dalla Germania nel diciottesimo secolo: la gran parte dei miei avi è quindi squisitamente inglese e io sono assolutamente inglese, il che dovrebbe bastare. Sono sempre stato solito, tuttavia, considerare il mio nome germanico con orgoglio e ho continuato a farlo anche durante il periodo dell’ultima; deplorevole guerra, durante la quale ho servito nell’esercito inglese. Non posso, tuttavia, trattenermi dall’osservare che se indagini così impertinenti e irrilevanti dovessero diventare la regola nelle questioni della letteratura, allora manca poco al giorno in cui un nome germanico non sarà più motivo di orgoglio.

La Vostra indagine è sicuramente dovuta all’obbligo di adeguarsi alla legge del Vostro paese, ma che questa debba anche essere applicata alle persone di un altro stato è scorretto anche se avesse (ma non ce l’ha) a che fare con i meriti del mio lavoro o con la sua idoneità alla pubblicazione, lavoro del quale sembravate soddisfatti anche senza saper nulla della mia Abstammung.

Confidando che troverete soddisfacente questa risposta,

rimango il Vostro fedele J.R.R. Tolkien 

[lettera 30, 25 luglio 1938 a Rutten und Loening Verlag]

La lettera merita anche solo per l’affondo diretto iniziale, che penetra ben bene le difese dell’avversario grazie alla finta del “temo di non aver capito chiaramente” e va a trapassare il fegato del nemico con quell’affilatissimo “gitano” (orig. Gypsy). Ve lo immaginate un nazista che si sente dire che il proprio retaggio linguistico è sullo stesso piano di quello dei disprezzati zingari?

È anche interessante notare come Tolkien, in un’epoca in cui l’antisemitismo era estremamente diffuso dentro e fuori dalla Germania, prenda le distanze da queste posizioni, descrivendo gli Ebrei come un popolo “dotato”.

Il libro in questione
Il libro in questione

La lettera della discordia

Che Tolkien, conservatore cattolico che ha scritto una mitologia squisitamente inglese, sia sempre piaciuto ai movimenti di destra nostrani è ormai storia vecchia: è inutile rivangare la questione dei Campi Hobbit, per esempio.

Tuttavia, l’esistenza di questa lettera-blast contro le discriminazioni razziali naziste certamente non ha fatto piacere a tutti i fan del Professore, mentre altri autori hanno impugnato questo scritto proprio per allontanare dal legendarium tolkieniano lo spettro dell’estrema destra. È questo il caso, ovviamente, del libro di Wu Ming 4 (del cui corso su Tolkien all’università abbiamo parlato qui), Difendere la Terra di Mezzo, dove si cita questa lettera per mostrare come Tolkien fosse estraneo all’ideologia nazista e al suo uso improprio del mito norreno come strumento di propaganda ariana.

Cito da pagina 22:

Il professore cattolico […] non aveva alcun dubbio su quale minaccia rappresentasse il nazismo. Proprio da filologo germanista e amante delle fiabe, sapeva quanta parte di responsabilità avessero avuto nell’Ottocento i filologi e i riscopritori del folklore nel preparare il terreno al nazionalismo. […] Hitler e il suo apparato di propaganda avevano saputo tecnicizzare il mito germanico delle origini, cioè volgerlo al servizio di un sistema di potere, appropriandosi di quelle storie che i filologi del secolo precedente avevano tirato fuori dal passato.

C’è anche chi, però, ha criticato l’uso di questa lettera per dimostrare la lontananza di Tolkien dall’uso nazista del folklore nordico. Tale è stato l’intervento di Oronzo Cilli nel suo blog Tolkieniano Collection, in cui ha approfondito le circostanze della stesura della missiva di Tolkien, dando maggiori informazioni sul retroscena editoriale della casa editrice tedesca Rütten & Loening.

È interessante però notare come questo suo articolo fosse nato (anche) in risposta al libro di Wu Ming 4 e al suo bollare come “nazista” il suddetto editore tedesco.

Fermo restando la posizione di Tolkien nei confronti del regime nazista, e su riportate, da studioso resto basito di come certi “nonsocosasono” tolkieniani trattino quest’argomento. E mi riferisco a due questioni in particolare: la scelta di non raccontare tutta la storia e il trattamento riservato all’editore bollato come “nazista” senza spiegare cosa ci fosse realmente alle spalle.

Uno studioso che ha l’interesse di far conoscere e amare Tolkien, e il mondo che l’ha circondato, ha il dovere di presentare all’ignaro lettore il quadro completo delle notizie di cui dispone affinché quest’ultimo possa meglio comprendere e farsi una propria opinione che non può essere quella costruita da altri.

Esempio di tale comportamento, è il signor Federico Guglielmi (in arte Wu Ming 4) che nel suo “Difendere la Terra di Mezzo” (un libro il cui rigore [e utilità] trova pari solo nel Libro delle barzellette della provincia dello Jiangxi), racconta un decimo di questa storia e solo uno spillo della storia che andrete a leggere e solo perché gli è utile a convincere, e confondere, il lettore della “bontà” della sua tesi.

Il logo della R&L nel 1953
Il logo della R&L nel 1953

La tragica storia di Rütten & Loening

È dunque bene ricordare, su esempio di Cilli, che l’editore Rütten & Loening ha una storia più complicata di quella di semplice casa editrice schierata col regime. Infatti, come ricorda Cilli e come ci informa anche la Wikipedia tedesca dedicata all’editore, la Rütten & Loening non nasce come casa editrice nazista, ed anzi si era sempre dimostrata molto aperta nei confronti di autori ebrei ed internazionali. Come se non bastasse, il principale proprietario ed editore della casa editrice, Wilhelm Ernst Oswald, era ebreo.

Tuttavia, nel 1936, la Rütten & Loening fu colpita a sua volta dalle leggi di Norimberga e i suoi editori, il già citato Oswalt ed Adolf Neumann, furono messi di fronte ad una scelta terribile: o vendevano la casa editrice ad un editore ariano, oppure potevano chiudere i battenti. Così, nel luglio dello stesso anno, la Rütten & Loening (con tutti i suoi beni, l’archivio e i dipendenti) fu venduta ad un editore di Potsdam, Albert Hachfeld, della Athenaion Verlag. A quel punto, tutti gli autori ebrei o internazionali pubblicati dalla Rütten & Loening furono abbandonati.

Come se non bastasse, Wilhelm Ernst Oswald fu arrestato nel 1942 per non aver indossato la stella di David in pubblico e fu deportato nel campo di concentramento di Sachsenhausen, dove morì. Una sorte simile toccò anche a suo figlio minore Ernst, mentre il maggiore riuscì a fuggire in Svizzera. L’altro ex-proprietario della Rütten & Loening, Adolf Neumann, fuggì in Norvegia e poi in Svezia, dove morì negli anni Cinquanta.

L’inutile diatriba Cilli – Wu Ming 4 sulla Rütten & Loening

Conseguentemente, quando la Rütten & Loening contattò Tolkien e la Allen & Unwin, nel 1938, chiedendo il certificato di “arianicità” del Professore, avevamo già a che fare con una casa editrice molto diversa dalla sua storia precedente, piegata alle regole del regime nazista e, presumibilmente, guidata da un nuovo editore compiacente.

Ciò significa che è vero che all’epoca la Rütten & Loening fosse una casa editrice nazista, indipendentemente dalle affermazioni di Cilli e dalla sua storia passata. E, comunque, c’è anche da dire che Wu Ming 4 non ha mai definito (fin dove sono arrivata a leggere io) (e nella seconda edizione del volume) la Rütten & Loening una casa editrice nazista. Infatti, il brano in cui si introduce, senza nemmeno chiamarlo per nome, l’editore tedesco è il seguente:

La fama di questo originale romanzo-fiaba [Lo Hobbit] giunse anche in Germania, al punto che un editore si fece avanti per acquistare i diritti di traduzione, previa acquisizione di alcune notizie sul suo autore.

La tragica storia della Rütten & Loening, poi, sebbene si sarebbe potuta accennare per completezza, non aveva attinenza col discorso portato avanti da Wu Ming 4, che si focalizzava sul contrasto fra la rivisitazione della tradizione norrena di Tolkien e quella fatta dai nazionalisti tedeschi (e non solo).

Comunque, delle tensioni interne alla comunità tolkieniana italiana abbiamo parlato qui.

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