Si è saputo da poco che Need Games è diventata partner di Tabletop Gaymers Inc. per ribadire il proprio supporto ai giocatori e alle giocatrici LGBTQ+ e sottolineare che i loro tavoli saranno sempre dei safe space per tutti i gamer.

Proprio nelle ultime settimane, Need Games, casa editrice italiana di giochi di ruolo e da tavolo, ha annunciato sul proprio profilo Facebook di essere diventata partner di Tabletop Gaymers Inc., con tanto di nuovo logo arcobaleno.

Vediamo dunque cosa significa questa partnership, perché Need Games abbia fatto questa scelta e in che modo questa iniziativa si rapporta con gli altri safe space del mondo dei giochi di ruolo.

Per approfondire l’argomento e ascoltare un po’ di punti di vista differenti, abbiamo intervistato quattro personalità di spicco e altamente rilevanti per la questione, ossia Nicola DeGobbis di Need Games, Claudia Pandolfi di Donne, Dadi & Dati, Giulia Cursi di Sisterhood of Evil e Pietro Guermandi de La Gilda.

Il nuovo logo arcobaleno di Need Games!
Il nuovo logo arcobaleno di Need Games!

L’annuncio di Need Games: ricapitoliamo!

Il 5 febbraio, la pagina Facebook di Need Games è diventata improvvisamente arcobaleno, sulla scia di un annuncio, che ancora potete trovare in evidenza qui.

#gaymer #ally #ribbon #needgaymes #tabletopgaymers

Da quando siamo nati tutti ci conoscono per il casino che facciamo.
Non lo facciamo perché vogliamo solo fare trambusto o rumore, lo facciamo perché noi siamo esattamente così, siamo dei casinisti totali che amano il GDR più di ogni altra cosa.

Abbiamo dimostrato però che oltre a fare casino, siamo in grado di fare anche qualcosa di buono. 

E non stiamo parlando dei nostri giochi, ma degli eventi dedicati ai ragazzini, della beneficenza e di tutte quelle volte che siamo in giro a promuovere il GDR, dove molto spesso facciamo giocare giochi non prodotti da noi.

Ecco perché, a volte, ci piace darci delle pacche sulle spalle da soli.
Questa è una di quelle volte.

Siamo incredibilmente orgogliosi di annunciare che NEED GAMES! è diventata partner di Tabletop Gaymers Inc.

Tabletop Gaymers Inc. è un’organizzazione senza scopo di lucro la cui missione è quella di affrontare l’omofobia nella comunità dei giochi di ruolo e da tavolo, fornendo opportunità educative, sociali e di networking per i #gaymers e gli alleati LGBTQ+ (Lesbiche Gay Bisessuali Transgender Queer).

Durante la Gamehole Con TUTTI i giocatori di ruolo sfoggiavano sui loro badge il ribbon #gaymer e #ally (rispettivamente in caso di giocatore gay o giocatore “alleato”) e quando chiedevamo informazioni in merito, con un enorme sorriso ci spiegavano cosa fosse e abbiamo notato che due parole venivano sempre ripetute da tutti: #safe #space (spazio sicuro).

Queste due parole ci sono rimaste impresse nella testa e abbiamo pensato che è vero che facciamo casino, è vero che siamo delle scimmie urlanti, è vero che saltiamo sui tavoli durante le fiere e gli eventi. Ma è altrettanto vero che qualsiasi evento abbiamo organizzato, piccolo o grande che fosse, è sempre stato un “safe space”.

D’ora in avanti in tutte le convention dove saremo presenti e durante gli eventi che organizzeremo, distribuiremo gratuitamente i ribbon #gaymer e #ally da attaccare al badge.

Questi ribbon sono un simbolo e vengono indossati per aumentare la consapevolezza, migliorare l’ambiente sociale, promuovere discussioni aperte e oneste, costruire una comunità e offrire opportunità di networking.

Venite a prendere il vostro #ribbon ai nostri stand e sfoggiatelo con orgoglio ovunque perché è un piccolo pezzo di stoffa che vale più di mille parole.

Che siate #gaymer o #ally vi aspettiamo per giocare assieme, perché oltre a darvi uno spazio sicuro, vi promettiamo che vi divertirete come dei pazzi. Parola di NEED GAYMES!.

Nicola DeGobbis, Andrea Lucca e Marco Munari di Need Games al Cassero LGBTI Center con Pietro Guermandi, Michael Paul McBacon e Riccardo Gandolfi Belletti de La Gilda. Foto da In Nome del Pop Italiano.
Nicola DeGobbis, Andrea Lucca e Marco Munari di Need Games al Cassero LGBTI Center con Pietro Guermandi, Michael Paul McBacon e Riccardo Gandolfi Belletti de La Gilda. Foto da In Nome del Pop Italiano.

Il perché dei safe space: le ragioni di Nicola DeGobbis

Durante il Bologna Nerd Show, abbiamo potuto accalappiare Nicola DeGobbis, il fondatore di Need Games. Ne abbiamo dunque approfittato per chiedergli le ragioni della partnership con Tabletop Gaymers e di raccontarci un po’ le sue esperienze con la discriminazione al tavolo da gioco.

Need Games si è voluta schierare apertamente come azienda, poiché secondo noi al tavolo da gioco tutti sono eroi e personaggi da ruolare. Il gioco di ruolo è una figata e ai nostri tavoli le persone devono sedersi e sentirsi a casa: ecco perché abbiamo aderito a questa iniziativa.

Temevamo di farci dei nemici, che molta gente avrebbe abbandonato la nostra pagina Facebook e non avrebbe comprato più i nostri prodotti. Ma, da fondatore della Need Games, sapete cosa vi dico? Che questa gente poteva tranquillamente andarsene. Avrei preferito così. Per fortuna, però, la risposta del pubblico è stata molto positiva.

Quando gli è stato chiesto di raccontare come avesse conosciuto l’iniziativa di Tabletop Gaymers, DeGobbis ha risposto così:

Tutto è nato in America: alla Gamehole Con abbiamo visto dei giocatori con i ribbon e, chiedendo in giro, abbiamo scoperto questa cosa. Abbiamo conosciuto Tabletop Gaymers nello specifico grazie alla Wizards of the Coast e la loro iniziativa ci è piaciuta così tanto che, una volta tornati in Italia, abbiamo chiesto la partnership.

È fantastico che il nostro logo sia fra gli sponsor, insieme a quelli della Paizo, della Wizards of the Coast e della Asmodee [N.d.r.: potete vedere gli sponsor qui].

Tuttavia, Nicola sapeva perfettamente di non aver per questo inventato i safe space in Italia, ma voleva comunque contribuire a rendere il mondo dei giochi di ruolo un posto migliore per tutt*.

Noi siamo una piccola goccia nel mare: i primi ad aver creato un safe space sono stati quelli de La Gilda!

Però volevamo comunque fare qualcosa, perché un simile safe space riguarda tutti: da giocatore di ruolo, ad esempio, a me piace giocare personaggi femminili (come Calliope, la mezza drow ladra). Per me è difficile giocare un pg donna, perché devo sforzarmi per entrare nella personalità. Ma, alla fine, il gioco di ruolo è anche questo: esplorazione!

Quando gli abbiamo chiesto se avesse visto dei comportamenti discriminatori nei tavoli da gioco delle fiere, per fortuna Nicola aveva solo un aneddoto da raccontare.

Abbiamo avuto un’esperienza spiacevole che aveva come vittima una master donna. Un giocatore, che avrebbe dovuto giocare con lei, prima della partita si è alzato per dirci che voleva cambiare tavolo, perché non voleva giocare con una master. Per noi se ne sarebbe anche potuto andare, ma la master invece lo ha convinto a restare e a giocare con lei, per dimostrargli che era in torto. Alla fine, questo giocatore si è scusato e ha ammesso di aver appena partecipato alla giocata più bella della sua vita.

Per fortuna però è stato un caso isolato e in fiera abbiamo trovato tante persone splendide.

Riguardo poi a come la Need Games pensa di declinare, materialmente, questa intenzione di creare dei safe space, DeGobbis risponde così:

Intanto, nelle prossime fiere, a partire dal NEEDCON! e dal Modena Play, ai nostri stand saranno disponibili gratuitamente i ribbon datici da Tabletop Gaymers, con su scritto #gaymer o #ally.

Poi, pensavamo di organizzare degli eventi e, forse, dei giochi particolarmente incentrati su questi argomenti, anche se già 7th Sea e Vampiri sono molto gay friendly. Però potremo fare delle avventure appositamente dedicate a queste tematiche, anche usando altri giochi!

Di sicuro, già sappiamo che al NEEDCON! verrà portata un’avventura di 7th Sea in cui si giocherà una ciurma tutta al femminile, quella della Maria Callas.

Il logo di Donne, Dadi & Dati
Il logo di Donne, Dadi & Dati

Safe space e realtà inclusive in Italia: la prospettiva di Donne, Dadi & Dati

A questo punto sorge spontanea una domanda: ma nel mondo italiano dei giochi di ruolo, i safe space servono? Serve davvero ribadire che un tavolo da gioco sia un luogo in cui la gente non etero e/o non cisgender si possa sentire al sicuro e non discriminata sulla base del loro orientamento sessuale e/o della loro identità di genere? Non dovrebbe essere un dato di fatto? Non dovremmo, ormai, sentirci tutti sicuri quando giochiamo?

Per rispondere a queste domande e per capire meglio la situazione italiana generale, in termini di safe space e realtà inclusive, abbiamo intervistato Claudia Pandolfi, membro del gruppo di lavoro Donne, Dadi & Dati (DD&D).

DD&D si occupa infatti di studiare e monitorare le discriminazioni nel mondo italiano dei giochi di ruolo, concentrandosi molto sulle questioni di genere, ma senza per questo dimenticare le altre problematiche. Quindi, abbiamo chiesto a Claudia se la nostra community presenti ancora dei problemi di sessismo e di omo-transfobia.

Credo che fino a pochi anni fa l’ambiente del GDR fosse estremamente maschilista, omo-bi-transfobico e razzista, anche e soprattutto a causa del fatto che i giochi stessi veicolassero pregiudizi e contribuissero all’invisibilizzazione delle minoranze.

Ma poi qualcuno ha cominciato a mettere in evidenza il problema, a farsi domande laddove in precedenza si era sempre preso per buono quanto offerto dal mercato senza rifletterci troppo sopra: la prima generazione di giocatrici e giocatori è diventata adulta, era inevitabile un’evoluzione del modo di fruire del GDR.

E questa evoluzione ha portato anche a riconoscere il bisogno di creare “safe space”, luoghi inclusivi e protetti, dove chiunque potesse sedersi al tavolo e giocare in serenità.

Claudia quindi ricapitola la creazione dei vari safe space italiani che hanno consentito alle minoranze di giocare di ruolo in sicurezza.

Ma prendiamo l’Italia. Il primo “safe space” che mi viene in mente è la Gilda del Cassero di Bologna (ma sarò felice di essere smentita da chi dovesse essere al corrente di realtà simili nate precedentemente), realtà attiva dal 2014.

Successivamente, anche altrove sono nati altri spazi simili, sia fisici (il progetto “Queer Box” del Coordinamento LGBTE di Treviso, il gruppo “L’Altrove” dell’Arcigay Tralaltro di Padova, l’evento ricorrente “LUDOUT” dell’Arcigay Palermo, per citarne alcuni) che virtuali (il gruppo Facebook “Sisterhood of Evil”, la pagina fan del sito di Luca De Santis “Geekqueer”…).

Tutti luoghi (o non-luoghi) che rispondevano ad un bisogno ben preciso: il bisogno di confrontarsi e condividere le proprie passioni tra pari, lontano da pregiudizi e fobie.

Riguardo poi all’iniziativa di Need Games e alla fattibilità di rendere “safe” un luogo aperto e caotico come una fiera, Claudia si è mostrata molto positiva.

Rendere “safe” anche “luoghi temporanei” come le fiere di settore è un’impresa più complessa, ma necessaria, specialmente in questo momento storico.

Segnalare chiaramente che in quel determinato luogo e in quel momento sono presenti degli alleati di una minoranza discriminata, come le persone LGBT+, contribuirebbe a far sentire accettate e supportate le persone che ne fanno parte, indipendentemente che queste siano “out” o no.

Anzi, contribuire alla visibilità della comunità LGBT+ nei contesti più disparati sarebbe una bellissima opera di inclusione e accettazione: veicolerebbe il messaggio che le persone LGBT+, la minoranza, sono benvolute lì al pari delle persone cisgender ed eterosessuali, la maggioranza; questo genere di situazioni rafforza il senso di appartenenza nelle prime e la comprensione nelle seconde.

Non riesco ad immaginare cosa più bella! No, non è vero, ci riesco: immagino un futuro in cui tutto questo non sarà più necessario, perché le persone saranno riconosciute ugualmente valide e meritevoli di essere amate in quanto esseri umani, unite nel rispetto delle proprie diversità e affinità.

I membri de La Gilda al Lucca Comics & Games 2018, in tutto il loro roseo splendore. Credits.
I membri de La Gilda al Lucca Comics & Games 2018, in tutto il loro roseo splendore. Credits.

Il primo safe space italiano: La Gilda

Quando si parla di safe space nel mondo italiano dei giochi di ruolo, non possiamo che pensare al primo e più autorevole esponente del genere: La Gilda.

Come i giocatori di ruolo bolognesi ben sapranno, La Gilda è un laboratorio ludico che è nato nella realtà nel Cassero LGBTI Center, baluardo dei movimenti gay (e non solo) bolognesi. Presente in moltissime fiere italiane, La Gilda è de facto un safe space in cui le persone della comunità LGBTQIA+ possono giocare di ruolo, da tavolo e a carte in sicurezza, in un ambiente amichevole e aperto, senza paura di improvvisi commenti omo-transfobici.

Per sapere come l’iniziativa di Need Games si ponga in relazione con i safe space precedenti, come quello de La Gilda, abbiamo intervistato il referente del gruppo, Pietro Guemandi, innanzitutto chiedendogli come e perché sia nata La Gilda.

La nascita della Gilda si è resa necessaria nel momento in cui ne abbiamo avuto gli spazi e i mezzi in un ambiente che ci piaceva.

Chiaramente, utopisticamente parlando, si sarebbe resa necessaria tanti tanti anni fa, quando la nostra (possiamo metterci nella stessa generazione, sì?) si è affacciata al mondo nerd per la prima volta e ne è rimasta affascinata. Una Gilda sarebbe stata necessaria tutte le volte che le sottoculture lgbti+ e nerd si scontravano, creando esuli da ambo i lati.

Ora che abbiamo un nostro spazio, lavoriamo per recuperare tutti gli anni persi e non lasciare più alcun* ragazz* da sol*.

La Gilda si è rivelata molto utile per lo scopo che ci eravamo prefissati (che non ha un traguardo, non ha una fine, e richiede un infinito susseguirsi di lavoro), cioè quello da un lato di raggiungere tutte le persone lgbti+ amanti di giochi, fanfiction, film etc etc per fargli sapere che non sono sole nei loro interessi, che esistiamo anche noi e abbiamo (probabilmente) voglia di giocare con loro; da un altro lato La Gilda è stata (e tutt’ora è) un ottimo mezzo per far sapere al mondo nerd-normativo che “i frocetti vogliono giocare” e che vorremmo anche farlo in uno spazio felice, inclusivo e non discriminante.

A questo punto, Pietro ci ha spiegato le sfide e le difficoltà che comporta creare un safe space:

Creare un safe space non è semplice. Non basta dichiarare l’ambiente come tale, per porlo in atto. Ci vuole preparazione, ci vuole medoto, ci vuole cura. Nel mondo delle dinamiche di relazione tra aggregazioni sociali, esistono più tipi di spazi (safe, brave, etc etc) e ognuno di questo vuole la sua definizione in base alla cura che decidiamo di avere verso gli/ altr*.

Sarò franco: è un lavoro difficile. Lo è, e non dovrebbe esserlo.

È difficile perché noi in un mondo safe non ci siamo cresciut* e liberarsi da alcune dinamiche, richiede uno sforzo doveroso continuo.

Ciò non di meno, non farlo sarebbe da irresponsabili, poiché crediamo che non vi sia futuro, senza inclusione.

Con queste premesse, ci ha dato la sua opinione sull’iniziativa di Need Games:

Ciò premesso, penso che l’iniziativa di Need Games sia un ottimo trampolino di lancio. Penso sia un muro che finalmente inizia ad avere buchi sparsi, che ci permettono di vedere oltre. Penso che NG stia mandando un messaggio esplicito al mondo italiano, e che questo messaggio si stia facendo sentire molto bene. Come evolverà non so proprio dirlo, bisognerà vedere cosa verrà posto in atto a riguardo (impossibile dirlo ora).

Direi che per ora possiamo avere delle “buone speranze” come per esempio l’essere ascoltat*, e rispettat* in quanto agenti politici in atto e non prevalicat*.

A questo punto, però, Pietro ha anche specificato cosa spera di vedere in futuro, ossia un mondo in cui il supporto non venga dato specificando di non essere un “gaymer”.

Vorremmo che la comunità lgbti+ (ma il discorso si applica a qualsiasi comunità) avesse modo di esprimersi con le sue parole, con la sua voce.

Vorremmo che per una volta il mondo eterosessuale, nel sostenerci, non debba iniziare ogni frase sottolineando che “sono etero ma-” e che non ci fosse bisogno di spille “ally”, ma solo quelle rainbow così che si inizi a scardinare anche quella sensazione per cui anche se vicini, ci lascia distanti. Vorremmo poterl* accogliere tutt*, senza che loro, per una volta, si sentano quell* divers*.

Ma d’altro, è questo che dovrebbe fare l’inclusività, no?

La copertina del gruppo Facebook Sisterhood of Evil
La copertina del gruppo Facebook Sisterhood of Evil

Un safe space tutto al femminile: Sisterhood of Evil

Col tempo, come ricordava Claudia Pandolfi, in Italia si sono creati numerosi safe space, sull’esempio de La Gilda. Fra questi, quello che abbiamo voluto conoscere meglio è un safe space virtuale, ossia il gruppo Facebook Sisterhood of Evil.

A differenza de La Gilda, però, Sisterhood of Evil è un safe space pensato principalmente per le giocatrici di ruolo, in cui le donne della community possano discutere di giochi di ruolo in un ambiente sicuro e controllato, dove non siano a rischio di molestie da parte di troll.

Sisterhood of Evil, dunque, si distingue dai safe space di Need Games e de La Gilda non solo per il fatto di essere online, ma anche per la sua natura di safe space chiuso, in cui possono entrare solo le donne. Per capirne meglio la natura e le peculiarità, abbiamo intervistato la sua fondatrice, Giulia Cursi, che ci ha raccontato la storia del gruppo.

Sisterhood of Evil è nato da una mia esigenza, non aveva alcuna pretesa a parte darmi uno spazio in cui condividere determinati articoli, notizie o riflessioni senza il pericolo che troll o persone misogine venissero a dar fastidio.

Ho passato un periodo in cui in una sola settimana sono successi vari eventi nei social che mi hanno fatto vedere tanta gente che non si fa problemi ad esempio a fare battute sullo stupro come “una bella ragazza la stordisco e la porto nel mio scantinato, dopo la prima sessione di gioco sono certo che si appassionerà”.

Senza contare che spesso non rispondo a discussioni varie, perché mi è successo che la mia risposta venisse ignorata, dove magari stavo solo dando un consiglio o rispondendo a qualcuno che aveva aperto la discussione con una domanda.

Altre volte invece vedo che magari una discussione ha già raggiunto tantissimi commenti dove tra troll o gente che risponde per passare il tempo non vedo il motivo di buttare nel mucchio un commento ragionato.

Di conseguenza ho deciso di aprire un gruppo per tutte le persone che si identificano come donna. Giochi di ruolo cartacei, larp ecc… non importa, basta essere tra persone che riescono a tenere una discussion senza insultarsi a vicenda o fare commenti non ragionati.

Sono stata contenta di vedere ragazze che postavano foto o altro, mentre altrove non lo facevano.

Riguardo poi alla natura aperta o chiusa di un safe space, Giulia sottolinea come il contesto sia molto importante:

I safe space chiusi hanno senso in contesti in cui vuoi solo uno spazio intimo.

Sisterhood ha una soglia d’ingresso ma non ha i post oscurati, tutto quello che viene postato è pubblico, ma non siamo persone che chiacchierano faccia a faccia. La comunicazione scritta è sempre più complessa che il parlare a voce vedendosi.

I safe space pubblici hanno senso negli eventi pubblici come: convention, fiere, larp, ecc…

Riguardo ai safe space pubblici, Giulia porta alcuni esempi tratti dalla propria esperienza personale, raccontandoci anche qualche aneddoto.

Io assieme al mio ragazzo e due amici tengo da alcuni anni una convention chiamata IndieCON che si svolge a Rimini a metà Maggio, noi abbiamo deciso che la nostra convention ha come base l’inclusività.

Ogni partecipante deve poter giocare tranquillo e sicuro, che sta in mezzo a persone che non se ne usciranno con un commento denigratorio. Attenzione a chi ha disabilità, a chi fa parte della comunità lgbt, ecc…

Il gioco di ruolo permette alle persone di condividere momenti belli, esperienze, sentimenti e ti permette di creare legami inaspettati. Se non hai un safe space questo non succede. Se devo preoccuparmi del tizio che mi palpa il sedere non gioco tranquilla, per fare un esempio.

Senza contare che se dichiari di voler dare attenzione a certe persone, dai loro il messaggio “So che esistete e qui potete stare bene.” Un mio amico disabile, Davide, è sempre presente alla convention, tutti gli anni, ci si trova benissimo e torna, così come fanno tante altre persone.

Ma ogni evento ha le sue caratteristiche e va pensato diversamente come safe space. Un Epic Dungeon di D&D con 20 tavoli di persone per diventare un safe space richiede un lavoro diverso rispetto a un larp di 20 persone.

Giulia ha poi parlato dell’iniziativa di Need Games, sottolineando l’importanza di simili prese di posizione da parte di realtà commerciali influenti.

La presa di posizione di NEED Games che come la mia è politica, perché fai una dichiarazione forte a favore di determinate realtà, mi fa ben sperare in un miglioramento della comunità di giocatori italiani.

Ciò che posso fare io come privato è poco a confronto di un editore o di chi magari organizza eventi da 200 o 2000 persone, vedere che a un livello più grosso un editore fa una dichiarazione del genere setta anche il tipo di clienti che vuole incentivare e quali scoraggiare.

Lo apprezzo e spero che anche altri col tempo prendano certe posizioni inclusive.

Foto dal Genderplay
Foto dal Genderplay

Alcune considerazioni finali: perché abbiamo ancora bisogno di safe space ben fatti?

Da queste interviste abbiamo imparato molte cose, quindi vediamo di fare un brevissimo riepilogo.

Innanzitutto, si vede che chi appartiene ad una parte della popolazione storicamente discriminata (donne, persone queer, disabili et similia) non sente ancora di vivere in un safe space, ma si ritrova nella condizione reale di avere talvolta paura di esporsi. Tuttavia, il mondo italiano del gioco di ruolo sta cambiando e sempre di più si vedono iniziative volte a prevenire comportamenti discriminatori e a far sentire benvenute le minoranze.

Parzialmente, queste considerazioni sono emerse anche da un evento al quale abbiamo partecipato anche noi Cercatori di Atlantide, ossia il Genderplay. In questa conferenza, in cui si sono affrontati i rapporti fra giochi di ruolo e questioni di genere, erano appunto intervenuti Pietro Guermandi e Claudia Pandolfi, insieme a Chiara Listo e a Giuseppe Vitale di Morgengabe e a Stefano Burchi, creatore del gioco di ruolo Stonewall 1969.

Il Genderplay, in questo senso, è stato un safe space, anche se in maniera non esplicita: dopo tutto, mettere la parola “gender” nel nome ha dato all’evento una precisa connotazione politica e culturale, tenendo alla larga chiunque fosse infastidito dal solo sentir nominare le temute “questioni di genere”. Siamo onestamente sorpresi che nessun prete abbia fatto una serata di preghiere riparatrici ad un evento che nel nome ha il GIENDER!

Tuttavia, come nel caso delle iniziative di Need Games e de La Gilda, anche il Genderplay è stato un safe space aperto al pubblico, nel quale chiunque sarebbe potuto entrare, a patto che si comportasse in maniera civile e non mettesse gli altri a disagio. Infatti, molti di coloro che dal pubblico sono intervenuti al Genderplay hanno avuto quasi il tono della confessione tenuta dentro per troppo tempo: dopo il primo racconto di discriminazione, infatti, gli altri sono sopraggiunti come una valanga. Sono stati tanti e appassionati, come se per molte persone il Genderplay fosse stato il primo luogo abbastanza sicuro in cui potersi sfogare.

Invece, un safe space chiuso, per molti versi, è fattibile solo sul web, dove questo genere di ambienti nascono come alternativa personale ad altri ambienti già esistenti e vengono trovati solo da persone che attivamente li cercano.

Tuttavia, in eventi pubblici che si svolgono in real life, l’affiggere un cartello all’esterno vietando l’entrata ad una certa categoria di persone non è il modo più adatto per creare un safe space. Sottolineare, invece, col nome dell’evento o con altri mezzi, che la tale convention o la tale giocata di ruolo è un ambiente positivo nei confronti delle donne o degli omosessuali e che dunque si invitano i partecipanti a mostrarsi civili, maturi e rispettosi è la strategia migliore. Perché, in questo modo, si spronano i partecipanti ad attenersi a certi standard di comportamento e di civiltà: è educativo senza essere esclusivo.

Molto diversa era stata, se vi ricordate (ne abbiamo parlato qui), l’iniziativa di Riot Games, che ad una convention ha organizzato un workshop che sulla carta supportava la partecipazione delle donne e delle persone non binarie. Tuttavia, de facto quel workshop si era rivelato un safe space chiuso, al quale invece gli uomini non potevano accedere. A parte il fatto che, a questo punto, mi chiedo se invece gli uomini trans potessero entrare, comunque quella particolare vicenda si è rivelata molto controproducente.

Infatti, non solo aveva causato l’indignazione degli uomini presenti, ma (aggiungo io) per come era organizzata obbligava le persone non binarie a fare coming out ad un evento pubblico, per accedere al workshop. E tendenzialmente le persone non binarie non hanno sempre molto piacere a rivelarsi come tali in giro, vista la quantità di odio e di minacce che di solito ricevono.

Quindi, in questo caso la Riot Games non solo ha creato un evento fallimentare dal punto di vista della comunicazione, ma così facendo ha anche esposto una minoranza al pericolo di molestie, andando contro proprio alla filosofia del safe space. E, così facendo, ha ulteriormente peggiorato la cattiva nomea che i safe space hanno nella comunicazione mainstream.

Infatti, come molti sapranno, per certa retorica reazionaria i safe space sarebbero la fragile bolla di sapone in cui si rifugiano gli special snowflake, le persone fragili e immature che, sempre secondo questa retorica, non saprebbero accettare le critiche o la dura vita nel mondo reale. E, dunque, queste persone speciali avrebbero bisogno del loro posticino speciale, in cui nessuno possa fare loro del male e in cui possano vivere senza mai affrontare le asperità della vita.

Tuttavia, come si sarà capito anche da queste interviste, i safe space non sono le culle sicure per i bambini speciali, bensì luoghi in cui si chiede a chi entra di non dare del frocio ad una persona gay, o di definire una donna trans “travestita”, o di dire ad una donna di tornare in cucina. Sono, sostanzialmente, dei luoghi in cui ci si assicura che certi tipi di violenze verbali non vengano prodotte, pena una dura sanzione sociale e l’esclusione dall’evento. O, ancora più sostanzialmente, sono luoghi in cui si chiede esplicitamente alle persone di non fare le teste di cazzo, perché insultare la gente, in una società civile, non è accettabile. E non insultare la gente, negandone la dignità di essere umano, è una questione di civiltà, non di politically correct, come a tanti piace pensare.

Quindi, come dicevano anche le persone intervistate, si spera che, in futuro, i safe space non servano più, perché la società avrà imparato, attraverso l’istruzione e le sanzioni sociali, che alla fine della fiera fare gli stronzi non paga. E che quando si gioca di ruolo l’importante non è che al* tu* compagn* di party piacciano le zucchine o le patate, ma che si RUOLI. DURO. SEMPRE. (cit.)

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