Analisi degli stereotipi razzisti in Sorge un Impero di Michael J. Sullivan. Come può un fantasy contemporaneo sbagliare così tanto?

Che il genere fantasy come oggi lo conosciamo sia sostanzialmente nato dall’imitazione e dall’ispirazione delle opere di J. R. R. Tolkien è un fatto ormai abbastanza appurato, sebbene non vadano dimenticati nemmeno i contributi di contemporanei del Professore, quali C. S. Lewis e Robert E. Howard.

Seguendo quindi le orme di Tolkien, che con Il signore degli anelli cercava di creare una mitologia tutta inglese, il fantasy occidentale tende spesso ad avere un forte eurocentrismo, presentando mondi più o meno basati sul medioevo europeo, a volte in guerra con nemici di altro colore (pensiamo solo ai Nadir de La leggenda dei Drenai di David Gemmell) e in altri casi contornati da popolazioni lontane ed “esotiche” (come accade nei libri di Michael J. Sullivan, appunto).

In caso qualcuno volesse proprio stare in Europa, eccone la mappa fantasy, disegnata da Callum Odgen
In caso qualcuno volesse proprio stare in Europa, eccone la mappa fantasy, disegnata da Callum Odgen

La storia spesso è un’opinione

Ora, ovviamente l’uso del nostro medioevo come fonte di ispirazione per il proprio mondo fantasy non è un problema. Anzi molti autori riescono a sfruttarne le caratteristiche al meglio. Tuttavia, altri tendano a basarsi non tanto sulla realtà storica dell’Europa medievale, quanto sulla percezione popolare dei “secoli bui”. Infatti, che la società feudale fosse totalmente statica e senza possibilità di riscatto sociale è più un mito che realtà. Così come non è storicamente accurato additare il Medioevo come un’epoca priva di scoperte scientifiche, o i secoli bui della caccia alle streghe, o un periodo in cui la gente non viaggiava, in Europa abitava solo gente bianca e non esistevano donne al potere.

Insomma, basarsi su qualsiasi periodo storico reale spesso necessita di molta più ricerca di quanto si pensi. Ciò de facto segna una linea di confine molto netta tra quegli autori fantasy che hanno cura di documentarsi e quelli che mettono insieme gente in tuniche e calzamaglie, cavalieri in armatura e qualche castello e si accontentano di questa spruzzatina medievaleggiante.

Scrivere di popolazioni non europee

Poi a volte bisogna allargare i propri orizzonti oltre all’orticello di casa propria, andando ad esplorare civiltà ispirate ad altri periodi storici e ad altre realtà del nostro mondo. Qui, una certa parte di autori fantasy, solitamente anche i meno preparati nella gestione dello stesso Medioevo europeo, tende ad approcciarsi a queste popolazioni in maniera approssimativa e, purtroppo, anche abbastanza problematica. Cosa che non dovrebbe stupire nemmeno troppo, visto che lo stesso insegnamento della storia nelle nostre scuole (e in quelle statunitensi) tende ad essere molto eurocentrico.

Questa difficoltà e la storica centralità che il nostro Medioevo ha sempre avuto sul genere fantasy sono probabilmente il motivo per cui molti autori tendono a scrivere principalmente di gente bianca in una Europa magica, come si vede benissimo nelle prime tre saghe di Shannara di Terry Brooks.

Insomma, non dovete per forza imitare Sig: The Manual of the Primes
Insomma, non dovete per forza imitare Sig: The Manual of the Primes

Worldbuilding multiculturale: non obbligatorio, ma più ricco

Ora, precisiamo che non è assolutamente necessario o obbligatorio scrivere di mondi fantasy multiculturali. Infatti, sebbene sia dimostrato da autori come Ursula K. Le Guin, George R. R. Martin, Brandon Sanderson, Robin Hobb, Joe Abercrombie e Scott Lynch, solo per citarne alcuni dei più famosi, che la varietà culturale ed etnica arricchisce il worldbuilding, nessuno si deve sentire obbligato a parlare di culture che non conosce da vicino.

Tuttavia, qualora si volesse puntare anche sull’eterogeneità delle proprie etnie oltre alle solite razze fantasy, sarebbe ovviamente meglio parlare degli umani di colore con un minimo di cognizione di causa, evitando di cadere in stereotipi negativi, storicamente utilizzati in maniera razzista per dipingere queste popolazioni come comiche o sub-umane.

E se autori come Robert E. Howard possono anche essere letti attraverso le lenti della storia, è molto più difficile scusare scrittori contemporanei, che dovrebbero almeno porsi il problema degli stereotipi razzisti grazie alle lotte dell’ultimo mezzo secolo. Ora, sarebbe troppo lungo e complesso trattare le problematiche di ogni singolo autore fantasy, quindi permettetemi di portare Michael J. Sullivan come esempio di tutto ciò che non si deve scrivere sulla gente di colore.

Michael J. Sullivan al ConFusion
Michael J. Sullivan al ConFusion

Michael J. Sullivan: chi è?

Per chi non lo conoscesse, Sullivan è uno scrittore statunitense, autore di The Riyria Chronicles e di molti altri racconti fantasy. È divenuto famoso in patria per essere riuscito a vendere moltissime copie dei propri libri senza la mediazione di una casa editrice, basandosi solo sul self publishing. Oggigiorno, in Italia sono usciti i primi due volumi della serie dedicata ai ladri Harald e Royce, Ladri di spade e Sorge un impero, editi da Armenia.

Si tratta di una storia di classico stampo epic fantasy, in cui però i protagonisti sono uomini di malaffare, che si ritrovano ad essere gli eroi di turno a causa delle rispettive eredità nascoste e della sfiga. In generale, una serie di opere senza troppa infamia e senza troppe lodi, che si leggono velocemente e non aggiungono niente al genere fantasy.

Roba dimenticabile, insomma, che nel suo primo volume è ambientata nella tipica simil-Europa simil-medievale magica, con quasi solo gente bianca. E vabbe’. Se non fosse che il secondo libro, Sorge un impero, ci porta ad esplorare il mondo anche fuori da Avryn, portando protagonisti e scrittore in terre ignote.

La mappa di Elan, il mondo di The Riyria Chronicles di Sullivan
La mappa di Elan, il mondo di The Riyria Chronicles di Sullivan

Calis: il calderone di culture “esotiche”

Ora, Calis, zona tropicale piena di città-stato e feroci signori della guerra, è di per sé un mashup di cultura araba e indiana, nelle sue città portuali – piene di templi simil-induisti, di richiami dell’imam che risuonano per le strade e di schiave sexy dal volto coperto. Quando poi ci si sposta fra le tribù nascoste nella giungla, si nota subito come siano basate ora sui Nativi Americani, ora sulle popolazioni amazzoniche.

Questa miscellanea, una vera Culture Chop Suey™, non è sviluppata in profondità e il lettore la sperimenta solo attraverso gli occhi di Hadrian. Oltretutto, questi, nonostante avesse passato molti anni a Calis, non fa in nessun modo da mediatore col pubblico. Di conseguenza, tutto è presentato come esotico, misterioso, terribile e conturbante, con le popolazioni del luogo esibite come merce, senza venir spiegate o approfondite. 

Non ci sono grandi interazioni con le popolazioni locali, infatti, poiché Sullivan preferisce il più statico (e più semplice) confronto unidirezionale, in cui spettacolo e spettatori non si scambiano mai i ruoli e tendono a mantenere le distanze, senza mai cercare qualcosa in più.

I soli a ricevere un qualche genere di approfondimento sui loro usi e costumi sono gli abitanti di una tribù isolata nel folto della giungla, i quali oltretutto sono descritti come i soli indigeni civili (ma non civilizzati) e amichevoli con i protagonisti. Con loro, Sullivan si ispira evidentemente ai Nativi Americani, descrivendoli come gente longilinea, dagli occhi a mandorla, con zigomi alti e ornata di piume.

Non dico che siamo ai livelli di Solomon Kane, però...
Non dico che siamo ai livelli di Solomon Kane, però…

Non Personaggi, ma Stereotipi

Se apparentemente questa tribù riceve un trattamento rispettoso, leggendo più nel dettaglio quelle pagine si nota facilmente come su di essa venga proiettato uno stereotipo molto preciso: quello del Nobile Selvaggio™, l’esponente di una cultura primitiva che dimostra grande saggezza, che mantiene un’aura di mistero e che esiste per dare consiglio ai protagonisti bianchi. Questi, infatti, sono anche i tratti più salienti della caratterizzazione psicologica dei membri di questa tribù, i quali poi verranno dimenticati non appena avranno svolto il loro ruolo.

E questi, come si diceva, sono i Selvaggi Buoni™, quelli ragionevoli e disposti a collaborare con i protagonisti bianchi, ai quali dunque si contrappongono i Selvaggi Cattivi™ che si incontrano più avanti. Anche in questo caso, siamo di fronte ad una coppia di stereotipi razzisti creati proprio per colpire i Nativi Americani, dividendo le diverse culture tra quelle “buone” e collaborative nei confronti degli invasori, e quelle “cattive” e ostili.

La sola via di mezzo tra questi due estremi sono le Guide Locali™, pagate per accompagnare i protagonisti nella giungla. Si tratta di personaggi abbastanza anonimi, caratterizzati principalmente da un forte servilismo nei confronti dei loro datori di lavoro e da una certa codardia nei confronti del pericolo. Non è un caso, infatti, che alla fine dell’avventura siano proprio le guide ad essere prese dal panico e a venir uccise dai guerrieri di un signore della guerra, mentre i protagonisti, con il loro sangue freddo, si nascondono in attesa di un’opportunità migliore. Ed è così che anche questi indigeni sono meramente ancillari ai protagonisti: servono per portare i protagonisti a destinazione, ci stanno relativamente simpatici perché sono pronti ad aiutare, ma non ci interessa se fanno la fine della carne da cannone.

I selvaggi violenti contro i civilizzati simil-europei

In tutto questo, non va nemmeno trascurata un’altra serie di stereotipi, che dipingono i Nativi Americani come tribù violente e feroci: non è un caso che, in un mondo in cui la violenza è ovunque, sia proprio Calis ad essere costantemente descritta come terra di gente crudele, guerrafondaia e dominata da sanguinari signori della guerra. Calis dunque contrasta molto con la più civilizzata Avryn che, pur essendo dominata da feudatari crudeli, non è mai descritta come un unico calderone di decadenza, soprusi e violenza, in cui tutti i popoli che vi vivono (tranne uno) sono dipinti a tinte negative.

È deprimente vedere come le novità di Calis siano ridotte a trope triti e ritriti, che lasciano il lettore con un sapore stantio in bocca. Sarebbero stati molti i personaggi nuovi e interessanti da aggiungere al cast, ma è evidente come ognuno di loro sia pensato più come un archetipo di “straniero”, piuttosto che come una persona. Ben diverso dalla sensibilità e dallo studio quasi maniacale di Brandon Sanderson, di cui si è parlato in questo articolo. Ma tranquilli: la situazione non può solo peggiorare!

Ovviamente Hadrian e Royce, i protagonisti di Sullivan, sono bellocci, immaginati da Sarctic
Ovviamente Hadrian e Royce, i protagonisti di Sullivan, sono bellocci, immaginati da Sarctic

Cattivi brutti e buoni belli

Giusto per non farci mancare niente, bisogna notare anche che i Selvaggi Cattivi™ di Sullivan si differenziano dai loro vicini non solo per l’atteggiamento aggressivo nei confronti dei protagonisti, ma anche per il loro aspetto fisico. I Selvaggi Cattivi™ sono tozzi, brutti e coperti da barbariche pitture, laddove i Selvaggi Buoni™ sono longilinei, belli e vestiti di stoffe preziose.

Siamo tornati, dunque, nell’antico trope fantasy in cui è facilissimo riconoscere i buoni dai cattivi grazie proprio all’aspetto fisico. Infatti, i buoni sono belli perché buoni e i cattivi sono brutti perché cattivi, in una moderna versione dell’eroe greco, che deve essere kalòs kai agathòs, bello e buono.

Il problema di Sullivan, in questo caso, è che questa trovata vecchia e stantia non è solo applicata alle razze fantasy – con i poveri elfi innocenti dipinti come bellini e pucciosi, laddove i goblin sono brutti e mangiatori di uomini, ma anche alle stesse etnie umane.

La sola etnia di gente nera: pirati sanguinari e tribali

Infatti, anche i sanguinari pirati neri di Dacca sono descritti come selvaggi brutti, tozzi, sudati, pelosi e dipinti di colori tribali (che evidentemente sono trovati di cattivo gusto dall’autore). Al contrario, i marinai della Tempesta di Smeraldo (gran parte composta da criminali) non raggiungono nemmeno lontanamente tali livelli di bruttezza. E, poiché non ne abbiamo abbastanza, questi pirati sono dipinti come bruti sanguinari che attaccano navi, uccidono tutti i marinai e sono totalmente privi di personalità. Sono duri e puri hostes humani generis, nemici del genere umano, senza la complessità dei veri pirati storici.

Una rappresentazione in bianco e nero abbastanza interessante da leggere in un libro che ha dei ladri come protagonisti, e in cui ogni singola organizzazione criminale di Avryn è formata da gente senza scrupoli, ma almeno relativamente ragionevole e caratterizzata.

Gwen DeLancy dai romanzi di Sullivan, immaginata da Sarctic
Gwen DeLancy dai romanzi di Sullivan, immaginata da Sarctic

Tutto e tutti sono “esotici”

Inoltre, come se non ne avessimo abbastanza, si nota sempre un trattamento diseguale nella descrizione di uomini e donne di Calis. Se i primi dimostrano, pur nel loro essere degli stereotipi, una certa varietà di fisionomia, le seconde sono sempre descritte come esotiche e bellissime. Dalle schiave dal volto coperto di Dagastan, agli oracoli sexy dei villaggi dell’interno, fino alle concubine nude e adornate di serpenti dei signori della guerra.

In tal senso, va prestata particolare attenzione anche all’uso dell’aggettivo “esotico”. Infatti, in Sorge un Impero questo termine è usato solo in relazione alle genti non bianche di Calis e Dacca. Le città di Avryn, molto diverse le une dalle altre, non sono mai esotiche per i protagonisti, anche qualora non le avessero mai visitate e le trovassero strane. Al contrario, tutto in Calis è esotico, nonostante sia raccontato e descritto dal punto di vista di Hadrian, che aveva passato molti anni in quelle giungle.

Inoltre, “esotico” è un aggettivo che accompagna spesso le descrizioni delle donne di Calis: se le loro avvenenti controparti di Avryn sono belle, eleganti e raffinate, le donne native di Calis sono sì belle, ma anche esotiche, di una bellezza apparentemente aliena per i protagonisti. Nonostante uno di loro, Royce, sia fidanzato con una donna di Calis, Gwen DeLancy, emigrata in Avryn – la quale poi era anche la sola persona di colore presente in tutto Ladri di Spade. Ad ogni modo, è interessante notare come “esotico” sia accostato unicamente alle persone di colore (comprese le navi dei pirati Dacca), laddove le genti straniere, ma bianche, di Trent e Delgos non hanno mai una simile carica aliena.

Lingua unica alla civiltà e tanti dialetti ai selvaggi

Vorrei poter concludere qui, ma la mia anima da linguista si è triggerata malissimo anche per un ultimo scivolone nel worldbuilding: le lingue.

Perché anche da un punto di vista linguistico, in realtà, Sullivan mostra di avere dei pregiudizi. L’unica civiltà umana a non avere un’unica lingua comune, ma che parla una serie di dialetti, è proprio quella delle genti di Calis. Ora, in realtà queste popolazioni isolate nella giungla, quindi nelle stesse situazioni delle comunità amazzoniche o della Papua Nuova Guinea, dovrebbero parlare vere e proprie lingue diverse, e non dialetti di una stessa lingua. Dopo tutto, l’Impero è caduto 900 anni prima e in un millennio le lingue nascono e muoiono.

Quindi non c’è nulla di male nella grande varietà linguistica di Calis, se non fosse che anche le genti di Avryn, Trent e Delgos dovrebbero parlare lingue diverse. Dopo tutto, siamo pur sempre in un ambiente medievaleggiante, con villaggi molto isolati nell’entroterra e scambi commerciali che interessano una cerchia ristretta di nobili, mercanti e marinai. Ma invece no! I bianchi del mondo sono più civilizzati ed hanno una lingua comune, mentre i non bianchi del mondo sono selvaggi e parlano tanti dialetti – manco lingue, proprio dialetti, per essere più dispregiativi.

Copertina italiana di Sorge un Impero di Michael J. Sullivan
Copertina italiana di Sorge un Impero di Michael J. Sullivan

Conclusioni sul worldbuilding di Michael J. Sullivan

Insomma, Michael J. Sullivan è un esempio di scrittore fantasy contemporaneo rimasto ai trope narrativi degli Anni Trenta, fatti di mashup raffazzonati, genti di colore esotiche e selvagge e protagonisti bianchi che vanno a salvare la situazione. Il che è leggermente umiliante in un’epoca come la nostra, in cui scrittori e scrittrici fantasy non solo hanno saputo passare dall’imitazione di popoli reali alla creazione di civiltà completamente nuove, ma hanno anche saputo mettere in prospettiva cosa possa essere ritenuto esotico in un mondo in cui draghi e magia esistono.

Worldbuilding simili non sono solo di cattivo gusto e sgradevoli da leggere per le persone di colore (e non solo), ma sono anche indice di pigrizia e di scarso impegno nello studio e nella progettazione del mondo. Tutto ciò si sarebbe potuto evitare tranquillamente usando un po’ di più la fantasia e documentandosi sugli stereotipi razzisti nella narrativa, sui quali sono stati scritti decine e decine di articoli liberamente consultabili.

Sullivan avrebbe potuto fare di meglio e critiche come questa servono proprio per spronare gli autori a migliorare. Non sono qui per dare del razzista a nessuno, ma per sottolineare come Sorge un Impero sia un esempio di worldbuilding raffazzonato e pieno di trope razzisti. Personalmente, dubito che Sullivan si sia reso conto di quanto questo libro sia problematico, ma ciò non significa che non questo autore non possa (e debba) migliorarsi.

Perché sì: evitare di cadere in stereotipi razzisti è un miglioramento, poiché si rendono i propri libri accessibili ad un pubblico più ampio e si possono esplorare nuovi modi di creare sense of wonder senza mercificare intere culture.

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