In questo articolo parleremo di Mahōtsukai no Yoru. Se non siete avvezzi al Nasuverse seguite il link e godetevi la lettura.

Ispirazione “angelica”

Il 1995 è stato un anno decisivo per l’industria di animazione giapponese. Come molti appassionati già sapranno, infatti, in quell’anno avrebbe avuto inizio un fenomeno il cui impatto ha scosso e influenzato ampiamente tutte le produzioni successive provocando una profonda spaccatura nel settore e facendo emergere l’odierna subcultura anime, oltre che spingere le produzioni verso un’impostazione registica cinematografica, un modello seriale e, in generale, aprire molti autori a diverse fonti di ispirazione e uso dei propri personaggi.

La serie NGE

Era il 4 ottobre di quell’anno quando, per la prima volta, TV Tokyo mise in onda il primo episodio dell’ultima fatica co-sviluppata dagli studi Tatsunoko e Gainax, diretta da Hideaki Anno: Neon Genesis Evangelion.

Tra i numerosi creativi profondamente scossi dall’opera, come si può intuire, troviamo il giovane Kinoko Nasu che, a fronte di quanto trasmesso, si ritrovò fortemente colpito ed ispirato al punto da decidere di scrivere un intero manoscritto.

Ciò che ne risultò, a discapito della sua tardiva pubblicazione, fu il primo lavoro mai scritto a gettare le fondamenta di quello che sarebbe diventato il Nasuverse: un romanzo di circa 400 pagine che l’autore non riteneva di poter sorpassare per almeno una decade intitolato Mahōtsukai no Yoru (abbreviato in Mahoyo).

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L’abbandono ed il ritorno

Il giovane Nasu ebbe difficoltà a dare visibilità al proprio lavoro, fallendo nel tentativo sia di partecipare a competizioni di scrittura sia di far pubblicare da una casa editrice l’opera per via della difficoltà nel riuscire a ridurre a 350 il numero di pagine, finendo con lo stampare solo cinque copie dello scritto originale, passato principalmente nel circolo di amicizie dell’autore.

Sebbene Takeuchi avesse illustrato alcuni dei personaggi sul suo blog personale, le difficoltà, gli ostacoli ed i vicoli ciechi incontrati portarono l’opera ad essere messa da parte per permettere a Nasu di dedicarsi a progetti differenti, che già abbiamo avuto modo di conoscere.

L’inaspettata crescita di Type-Moon, però, portarono Takeuchi a riconsiderare Mahōtsukai no Yoru, specialmente dopo il successo di Tsukihime e Fate/stay night, che avevano provato la capacità di Nasu come visual novelist attraverso il loro successo.

Nel 2008 Nasu annunciò pubblicamente di stare lavorando ad una nuova visual novel, per la prima volta nella storia della compagnia non di genere eroge (a questo punto, infatti, non era più necessario per assicurarsi la presa sul pubblico), che avrebbe visto la luce però solo quattro anni dopo, nel 2012, quando fu finalmente pubblicata accompagnata dal tema vocale principale del titolo  ad opera della pop band supercell ed intitolato Hoshi ga Matataku Konna Yoru ni.

La storia

Ambientato verso la fine degli anni 80, molti elementi di Mahoyo ci saranno familiari: l’opera, in quanto prima vera creazione del Nasuverse, presenta infatti alcune caratteristiche che sarebbero state poi destinate ad essere utilizzate in altri lavori da Nasu, dando un certo senso di familiarità con quest’opera, sebbene essa sia effettivamente indipendente da tutte le altre.

Per questa storia infatti torneremo a Misaki, la cittadina teatro degli eventi di Tsukihime, seguendo questa volte le vicende di Aoko Aozaki, maga che già conosciamo per la sua presenza in Tsukihime, dove ha aiutato il giovane Shiki a sopprimere i suoi strani poteri donandogli un paio di occhiali in grado di annullarne gli effetti, in Melty Blood ed in Fate/Extra, dove ha aiutato numerosi Master rafforzando i loro Servant.

La sua capacità di attraversare le linee temporali, scopriamo, è dovuta al suo possesso di Magic Blue, la Quinta tra le Vere Magie, ereditata dalla sua famiglia a discapito della sorella maggiore, Tokō, anch’essa già nota per il suo ruolo di guida in Kara no Kyōkai, che pur essendo una maga più esperta e talentuosa possiede una personalità meno adatta ad utilizzare i miracoli di Magic Blue.

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Aoko, diciassettenne, studia come apprendista sotto Alice Kuonji, rumoreggiata strega di Misaki, con cui si occupa di proteggere la città da ostilità ed intrusioni.

Una di queste intrusioni porta il duo di maghe ad investigare e trovare un burattino incantato, di cui si liberano velocemente incenerendolo. Il duo, però, viene visto da un giovane ragazzo di nome Sōjūrō Shizuki, che immediatamente tenta di fuggire.

Come sappiamo, una delle regole più importanti dell’Associazione dei Maghi è che la magia non debba essere resa nota ai comuni esseri umani, quindi i testimoni devono essere immediatamente eliminati.

In procinto di eliminare il ragazzo, però, Aoko viene attaccata da un secondo burattino con le sue stesse fattezze, portando la ragazza a mettere da parte l’esecuzione del giovane collaborando con lui per liberarsi del nuovo nemico.

L’esperienza porterà Aoko a cercare un’alternativa all’eliminazione fisica di  Sōjūrō, che inizierà quindi a vivere nella magione di Alice finché il duo non troverà un modo di cancellare la memoria al ragazzo.

Nel frattempo Aoko ed Alice scoprono che il nemico che minaccia Misaki altro non è che la sorella della protagonista, Tokō Aozaki, intenzionata a riaprire il collegamento con la Radice originariamente sigillato dal nonno delle due.

Valore di produzione

La prima cosa che salta immediatamente all’occhio in Mahoyo è, senza ombra di dubbio, il livello qualitativo in termini visivi e musicali.

Già precedentemente Type-Moon si è rivelata notevole in questi aspetti, innalzando gli standard qualitativi del genere nel corso degli anni, ma con quest’ultima visual novel il team si è rivelato particolarmente diligente: sprite, sfondi e CG presentano una risoluzione, dettaglio e resa visiva di impatto, aspetti ulteriormente enfatizzati e rafforzati dall’utilizzo di effetti ed animazioni che fluiscono perfettamente, al punto da sembrare quasi cutscenes ed innalzando l’intero prodotto al picco visivo del genere.

Anche dal punto di vista musicale, come già eravamo stati abituati, Mahoyo usa le proprie tracce per accentuare le atmosfere ed i temi delle scene che le utilizzano. In questo aspetto è meno in risalto rispetto a quanto fa per l’aspetto visivo, se messo a confronto con le musiche di altre visual novel e dei lavori precedenti di Type-Moon, ma la colonna sonora è comunque in grado di svolgere più che efficacemente il proprio lavoro, specie nelle scene più concitate.

Nonostante l’enorme cura nella produzione di quest’opera, vi è una strana mancanza di doppiaggio, sicuramente una scelta insolita per un prodotto del 2012, specie considerate le risorse a disposizione della compagnia.
Probabilmente questa scelta deriva da una “equalizzazione” al resto delle produzioni Type-Moon (dopotutto nessuna delle loro visual novel ha mai avuto il doppiaggio nelle loro versioni originali), ma resta comunque una nota dissonante rispetto al livello di tutti gli altri aspetti più tecnici di Mahoyo.

Questo non significa che la mancanza di voci ostacoli l’esperienza, che resta comunque piacevolmente godibile, ma a fronte di un’esperienza tecnicamente quasi impeccabile la consapevolezza che un doppiaggio avrebbe potuto renderla ancora migliore finisce, inevitabilmente,  a venire messa in risalto.

Una narrazione lineare

Al di là di tutto questo però ciò che più interessa in un’opera di Nasu è, come di consueto, la scrittura.

Sfortunatamente l’opera, uscita solo in Giappone, non è stata ancora completamente tradotta dalle community internazionali, benché una corposa parte di Mahoyo sia disponibile in più lingue e si stiano facendo progressi in tal senso.

I personaggi sono tutti ben costruiti scansando gli stereotipi in cui troppo spesso il genere cade in favore di personalità variegate e in costante cambiamento: questo è possibile verificarlo immediatamente attraverso Aoko, una protagonista che già conoscevamo in precedenza, e che si propone qui in una versione molto più giovane di quella che solitamente conosciamo, esponendoci un lato della sua personalità differente dalla figura di mentore seria ma piacevolmente affabile conosciuta da Shiki in Tsukihime o dalla maga divertente e bizzarra che può vantare una vasta esperienza e conoscenza del mondo magico vista in Melty Blood.

La giovane Aoko è un personaggio aggressivo, distante, al punto da terrorizzare tutti i suoi coetanei portandola ad isolarsi dai suoi compagni di scuola e lasciandola con pochi amici nella sua cerchia sociale, riservando lo stesso trattamento a Sōjūrō.

Nonostante questi aspetti immaturi derivati da un’adolescenza complicata, in cui è stata forzata a cambiare il suo stile di vita completamente nel momento in cui è stata selezionata come erede di famiglia e le è stata affidata un’abilità di vitale importanza per il mondo magico, complicati dalla tenera età della ragazza in questa storia, non mancano però i segni di ciò che Aoko è destinata a diventare una volta trentenne, sottoponendo l’apprendista maga ad una crescita personale che la porterà a maturare e prendere più consapevolezza del suo ruolo nei complessi meccanismi del mondo taumaturgico.

Al contrario, Alice mostra il lato più freddo, cinico e classico che abbiamo sempre intravisto tra i maghi dell’Associazione: la donna a differenza della sua apprendista è stata cresciuta fin da subito come una maga, pertanto vediamo in lei un personaggio meno emotivamente passionale, più analitico, e che faccia da guida nella storia.

Sōjūrō è invece lo strumento della narrazione attraverso cui il lettore riceve gran parte delle informazioni che, altrimenti, sarebbero superflue ai personaggi che già conoscono ciò con cui hanno a che fare. Il ragazzo è una persona semplice, a volte ingenua per via della sua origine montanara al punto che, inizialmente, ha creduto che la magia di cui è stato testimone fosse cosa comune tra la gente di città. Questo aspetto della sua personalità porta spesso a situazioni piuttosto divertenti, in quanto Sōjūrō è talmente tagliato fuori dalla logica comune della società da accettare come perfettamente normale qualsiasi fenomeno normalmente considerabile anomalo.
Questa sua semplicità però non è priva di misteri: numerosi dettagli del passato e sulla sua storia sono spesso nascosti, al punto da intrigare anche gli altri protagonisti, e più il giovane si mette in mostra più i misteri aumentano, aprendo numerose domande sulle vere origini di questo strano ragazzo.

La storia di Mahoyo è strutturata in modo simile alle precedenti visual novel del Nasuverse, alternando scene di importanza narrativa a segmenti slice of life che alleggeriscano in modo umoristico e piacevole il ritmo dell’opera, benchè questa volta la qualità di queste scene sia ben superiore alle corrispettive di Fate o Tsukihime.

Dal punto di vista della lunghezza, Mahoyo è tecnicamente più breve della route Fate di Fate/stay night, benché appaia molto più sostanziosa grazie alla sua dinamicità e alla quantità di informazioni convogliate nei capitoli che compongono la storia.

Oltre alla storia principale esistono inoltre capitoli extra, narrati dal punto di vista di personaggi differenti, che raccontano storie spesso autoconclusive che arricchiscono la vicenda ed estendono ulteriormente il contenuto, oltre a non mancare l’equivalente Mahoyo del Tiger Dojo, qui intitolato “Why? What? Ploy”, segmenti umoristici che approfondiscono informazioni della storia che la narrazione non permetterebbe di includere.

Nel complesso quindi Mahōtsukai no Yoru risulta essere un lavoro eccezionale, che lascia ben sperare per quanto riguarda i due seguiti annunciati da Type-Moon, la cui produzione sembra essere sfortunatamente rallentata dal pieno impegno nella produzione di materiale per Fate.

Il secondo capitolo della trilogia è infatti previsto successivamente al remake di Tsukihime, che però è ancora lontano dalla sua pubblicazione e su cui si aspettano notizie concrete da diverso tempo.

The end?

Con Mahōtsukai no Yoru abbiamo completato il percorso delle pubblicazioni per quanto riguarda il Nasuverse: Type-Moon è ora completamente focalizzata sulla continuazione di Fate/Grand Order e sulla pubblicazione di Girls’ Work, senza dei nuovi titoli annunciati nel futuro prossimo.

Abbiamo, tuttavia, ancora un progetto di cui parlare che, anche se non aggiunga nulla di sostanziale all’universo narrativo che abbiamo esplorato, troviamo ideale come “ciliegina sulla torta” che possa concludere il nostro percorso celebrando i progressi che, negli ultimi 19 anni, hanno permesso a Type-Moon di crescere e dare spazio a creativi e a creazioni uniche nel loro genere.

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