Journey to the Savage Planet è un videogame pubblicato da 505 Games, disponibile dal 28 gennaio 2020.

Nonostante sia frutto della collaborazione di tre veterani dell’industria tripla A statunitense, il nome della canadese Typhoon Studios non suonerà particolarmente familiare ai più: la società è stata fondata appena nel 2017 e con un solo progetto a carico, annunciato verso la fine del 2018 in occasione dei Game Awards.

Se per un nuovo studio può sembrare difficile farsi notare o mettersi in risalto dal pubblico, una cosa è certa: il team creativo dietro Journey to the Savage Planet aveva le idee molto chiare su cosa intendesse produrre, ed il risultato è un titolo che senza ombra di dubbio trasuda personalità ed offre a chi vuol dar fiducia alla compagnia un’esperienza con diverse sorprese ed assi nella manica in serbo.

Benvenuti su AR-Y 26

Fermandosi ad un primo sguardo Journey to the Savage Planet è un prodotto piuttosto ingannevole: i colori sgargianti ed il tema di “esploratore spaziale” riportano immediatamente alla mente i toni di No Man’s Sky, così come il titolo porta a pensare ad un’esperienza survival sci-fi in preda alla natura selvaggia e ostile.

Sebbene l’ostilità selvaggia non manchi nell’avventura proposta, in realtà questa fa più da ostacolo che da portata principale: Typhoon Studios sceglie deliberatamente di concentrarsi più sull’esplorazione del bizzarro mondo colorato proposto, accoppiandolo con una ricca e vivace personalità che ricorda più i toni della Rare di Conker’s Bad Fur Day .

Typhoon ci mette nei panni di un astronauta, nuovo (e, apparentemente, unico) membro del nuovo programma aerospaziale della Kindred la cui missione è identificare se il pianeta alieno AR-Y 26 è abitabile e, nel caso non lo fosse, spremerlo di ogni risorsa possibile.

Dopo un irriverente introduzione diventa però sempre più chiaro che il nuovo mondo che abbiamo il compito di esplorare è ben più che una landa selvaggia ed incontaminata, mettendoci di fronte alle tracce inconfutabili di una civiltà avanzata.

Inizia così un’irriverente avventura dai toni quanto più satirici possibili accompagnati da EKO, la nostra quasi completamente funzionante intelligenza artificiale dalla pungente personalità e cinismo, verso la scoperta dei misteri che si celano dietro questa terra aliena.

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A spasso nello spazio

Journey to the Savage Planet è un action-platform in prima persona la cui avventura, strutturalmente, ricorda quella di un Metroid Prime: attraverso il nostro scanner potremo infatti analizzare ogni piccolo dettaglio di AR-Y 26 andando a riempire di informazioni il codex di EKO e aggiornando i nostri capi sulla Terra, mentre armati di una pistola laser (che dovremo procurarci attraverso le strumentazioni della nostra nave) potremo acquisire materiali per procurarci l’equipaggiamento che la Kindred, per risparmiare sul budget, ha ben pensato di non fornirci in favore di una stampante 3D con cui formare ciò che ci serve (purché forniamo le risorse necessarie alla stampa).

Questi potenziamenti vanno dal miglioramento della nostra fedele arma a nuovi ed importanti gadget come rampini e jetpack che ci permetteranno di raggiungere nuovi ed inesplorati angoli del pianeta.

Oltre a questo, però, il gioco è una sfacciata caricatura che, senza prendersi realmente sul serio, ci sottopone all’assurdità e delirio di corporazioni fuori controllo.

Journey to the Savage Planet è infatti ambientato in un indeterminato futuro dove la Terra ha ormai subito il collasso climatico, ironicamente per mano della stessa azienda che ci ha mandato ad esplorare, obbligando l’umanità a trovare una nuova casa.
Naturalmente, però, la ricerca di corporazioni come la Kindred è più orientata a monopolizzare e monetizzare la galassia più che all’interesse collettivo dei propri consumatori, ed ecco che ci ritroviamo bombardati di pubblicità e di messaggi che ci ricordano di quanto siamo irrilevanti e sacrificabili, vincolati alla Kindred dal nostro contratto che prevede la nostra eticamente discutibile resurrezione (accompagnato dall’impianto dei nostri ricordi nel nuovo corpo) ad oltranza fino al pieno compimento della nostra missione.

Questo svilente ambiente è però più un sottotesto ridicolo e caricaturale alla Wall-E o Borderlands più che una distopia industrializzata, e nel suo parlare di certi argomenti rimane comunque nella presentazione di un’umanità che ha sicuramente perso qualche rotella più che una società decaduta che ha ridotto all’osso il proprio pianeta.

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Varietà a piccole dosi

Il vivace e colorato AR-Y 26 è un pianeta abitato da creature dai tratti più bizzarri, da rotondi e paffuti uccelli dagli occhi sferici e sproporzionati a predatori feroci ed ostili dall’aspetto non meglio definito, con ogni elemento capace di veicolare la comicità che impregna tutto il gioco, spingendo il giocatore ad esplorare con la promessa di restituire descrizioni ridicole e divertenti, spesso commentate direttamente da EKO, talvolta senza nemmeno qualcosa di utile e sostanziale da dire ma sempre esilaranti.

La parte più d’azione del gioco è minimalista ma funzionale, accompagnando oggetti consumabili di vario utilizzo alla già citata pistola d’ordinanza, con cui affrontare le pericolose creature che abitano il pianeta (o fare cose orribili a quelle più innocue per il bene delle nostre tasche).
Sebbene i controlli a volte risultano essere un po’ macchinosi, il costante movimento nella natura semi-incontaminata di AR-Y 26 è un continuo crescendo via via che vengono acquisiti i diversi upgrade e potenziamenti che, in pieno stile Metroidvania, ci permetteranno a volte di entrare in aree completamente nuove.

Sebbene ci sia una forma di crafting e di raccolta delle risorse, è ben lontano dalla tediosità che spesso i survival sottopongono ai giocatori, limitando la ricerca a tre risorse (carbonio, alluminio e silicio) preferendo un approccio più lineare e riconducibile ad uno skill tree che ad un sofisticato sistema di raccolta di schemi e piani per l’elaborazione di strumenti.

Questo permette di assemblare un arsenale più che dignitoso anche solo andando a raccogliere ciò che si trova seguendo i binari dell’avventura principale, dando alle risorse la funzione di incoraggiare all’esplorazione attraverso la garanzia che il prossimo potenziamento sarà in grado di arricchire lo stile di gioco con nuove ed opzionali abilità.

Allo stesso modo, la loro presenza incoraggia la sperimentazione permettendo al giocatore di deviare dalle vie a tratti lineari dell’avventura, qualcosa che già nelle prime battute del gioco è possibile verificare.

Una delle prime missioni a cui dovremo pensare, ad esempio, comprenderà il ritrovamento di una lega aliena con cui dovremo riparare la nostra sgangherata nave, identificata dai droni di ricognizione che la Kindred ci ha gentilmente fornito dandoci un grosso e luminoso indicatore di obiettivo sulla nostra bussola.

Esplorando un po’, però, è possibile trovare una lega simile molto più vicino alla destinazione designata, permettendoci con un po’ di pazienza e meticolosità di portare a termine questo passo necessario della nostra avventura in un tempo più breve: sorprendentemente, i ragazzi di Typhoon hanno contemplato questa strada che tipicamente verrebbe vista come una “deviazione involontaria” dai binari del gioco, lasciando che EKO si congratuli con noi per aver trovato una soluzione alternativa al nostro problema e stabilendo, attraverso questa piccola interazione, che l’ordine di azione presentato dal gioco non è necessariamente l’unico, ripagando l’esplorazione del giocatore con una progressione efficace.

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Solidità

Questa possibilità di uscire dal sentiero lineare impostato da Typhoon contribuisce a rendere il nostro viaggio più personale, specialmente quando è possibile accedere a certe abilità prima del previsto o ad aggirare ostacoli che richiederebbero un upgrade attraverso le risorse a nostra disposizione.

Questi piccoli dettagli rappresentano la vera varietà dell’esperienza di Journey to the Savage Planet, un gioco piuttosto contenuto e completabile con una buona percentuale in poche ore, ma aperto a così tante variabili da lasciare che il giocatore si perda ad interrogarsi sul cosa può e non può fare, ricercando una qualità e varietà ricca in poche cose piuttosto che una lunga ed estenuante avventura in un mondo indefinitamente ampio ed aperto che rischia di cadere nella ripetitività del suo loop di gameplay.

Seppur non eccezionale o perfetto nelle sue componenti, dunque, Journey to the Savage Planet è senza dubbio un titolo unico, che preferisce colpire nei punti giusti in modo preciso piuttosto che colpire molti aspetti in maniera superficiale, andando a costituire quella che oggi si potrebbe definire una mosca bianca del panorama dell’industria dando un’esperienza focalizzata e modesta ad un prezzo ridotto, un’avventura breve e soddisfacente su cui buttare un’occhiata.

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