Dopo le recenti polemiche di Oronzo Cilli e Vittoria Alliata sulla nuova traduzione de Il signore degli anelli, e le accuse di voler politicizzare Tolkien, ripercorriamo la vicenda e facciamo chiarezza sulla situazione.

In questi giorni, la comunità tolkieniana italiana è in subbuglio, a causa di un articolo de Il Giornale scritto da Oronzo Cilli, nel quale si propone un’intervista alla prima traduttrice di Tolkien in Italia, Vittoria Alliata.

L’articolo, intitolato Giù le mani da Tolkien. Sì alla poesia, non all’ideologia, porta all’attenzione dei lettori la diatriba sulla nuova traduzione de Il signore degli anelli, della quale è incaricato Ottavio Fatica. Apparentemente, la prima traduttrice dell’opera non apprezzerebbe né l’idea di una nuova traduzione, né le critiche che sono state più volte mosse al suo lavoro nel corso degli anni e, recentemente, dalla stessa Associazione Italiana Studi Tolkieniani (AIST).

Vediamo un po’ esattamente di cosa stiamo parlando e quanto ci sia di vero e legittimo nelle accuse di Vittoria Aliata.

Vittoria Alliata ritratta a Villa Borghese nel 2010. Foto di Rino Bianchi
Vittoria Alliata ritratta a Villa Borghese nel 2010. Foto di Rino Bianchi

L’articolo de Il Giornale: Oronzo Cilli, 13 gennaio 2019

Come si diceva, l’articolo di Oronzo Cilli, edito da Il Giornale e datato domenica 13 gennaio 2019, è un’intervista a Vittoria Alliata, la storica traduttrice de Il signore degli anelli, indignata dai commenti ricevuti da esponenti dell’AIST in due particolari occasioni.

Cilli introduce l’intervista spiegando i due eventi che hanno causato l’ira di Alliata. Il primo è l’intervista al nuovo traduttore della trilogia tolkieniana, Ottavio Fatica, in cui si presentano le sfide della traduzione del Professore e le criticità riscontrate nella precedente traduzione, motivatrici di questo nuovo lavoro. Il secondo è la conferenza dell’AIST al Salone del Libro di Torino dello scorso anno, in cui Fatica e il presidente dell’associazione, Roberto Arduini, hanno presentato al grande pubblico il progetto della nuova traduzione.

A questo punto, inizia l’intervista, in cui si chiede ad Alliata, che nel frattempo aveva sporto denuncia per diffamazione nei confronti (presumibilmente) di Fatica, di far sapere la propria opinione riguardo ai due “fattacci”.

Alliata è molto netta nella sua condanna, soprattutto nel caso della conferenza al Salone del Libro di Torino, in occasione della quale si dice attaccata e infamata, con l’aggravante di non essersi potuta difendere, poiché assente.

Il video diffuso dall’Aist mostra un trio di individui che, invece di illustrare in positivo il proprio lavoro, si esibisce, in modo eticamente e deontologicamente scorretto, nell’infamare il lavoro di una collega, per giunta in sua assenza. Un grottesco tribunale del popolo radical chic che processa un’imputata ignara e inerme. E lo fa con argomenti peggio che banali, come quello della mia allora giovane età all’epoca della traduzione del libro.

Inoltre, Alliata accusa Arduini e Fatica di aver stravolto la storia delle vicende editoriali riguardanti la pubblicazione di Tolkien in Italia, dimostrando dunque di non aver letto un libro che tratta la vicenda nel dettaglio e con precisione. Ossia Tolkien e l’Italia (Il Cerchio Editore, 2016), scritto proprio dall’autore dell’articolo de Il Giornale, Oronzo Cilli.

Successivamente, Cilli chiede se sia vero che la traduzione di Alliata sia improvvisata e che ruolo giochino i frequenti raddoppiamenti, nella traduzione italiana, di parole singole in inglese. Riporto per intero la risposta della traduttrice, che si difende affermando di star usando una figura retorica di tradizione dantesca e attaccando Fatica, del quale mette in dubbio l’educazione umanistica.

Costui ha preso per errori delle forme espressive dantesche, come l’endiadi e la dittologia, che evidentemente ignora. È noto che questi stilemi, tutt’altro che curiosi, venivano usati dal Poeta per esprimere e rafforzare dei concetti grazie a coppie di sinonimi o di vocaboli i cui significati si completano reciprocamente.

Non so quali studi abbia seguito il Fatica, ma è evidente che ignori la stilistica e in particolare quella che si impara nelle scuole italiane, dove tutti apprendono le figure retoriche, in primis a passi tardi e lenti del Petrarca. A chi non le conosce non si può certo affidare la traduzione d’importanti autori il cui linguaggio si ispira a poemi epici e saghe medievali

Oronzo Cilli
Oronzo Cilli

Infine, Cilli porta in campo il fatto che Wu Ming 4, socio fondatore dell’AIST, abbia affermato che questa nuova traduzione fosse stata fatta con l’approvazione della Tolkien Estate. Alliata nega fermamente che la Tolkien Estate avesse dato il benestare per questo progetto, affermando che anzi smentissero fermamente tale affermazione:

Erano all’oscuro di questa iniziativa e sono molto sorpresi e dispiaciuti che un editore, dopo avere venduto non solo milioni di copie stampate, ma anche i diritti cinematografici di un’opera, metta in discussione quella che Fatica stesso sul proprio sito definisce un’impresa epica.

Detto ciò, Alliata cita brevemente la scelta di Fatica di lasciare in inglese i nomi propri (scelta non vera, come vedremo poi): “Fra l’altro il Fatica afferma nell’intervista di non volere rispettare i dettami dello stesso Tolkien, lasciando quasi tutto in inglese.”

Successivamente, la traduttrice si concentra sul fatto che la nuova edizione de Il signore degli anelli ne tradisse lo spirito profondo, poiché dovuta ad un “nuovismo a tutti i costi”, secondo il quale l’opera va aggiornata perché “la sua filosofia (e soprattutto la sua idea di libertà) è diversa da quella attuale”. Ciò risulterebbe non solo nella perversione di Tolkien, ma screditerebbe anche l’immagine professionale della Bompiani come casa editrice. Cito:

Non c’è nulla di più lontano dagli ideali della Bompiani che il disconoscimento della stilistica e l’uso di un maquillage artificioso. Con buona pace di chi preferisce banalizzare gli autori con il digital storytelling di cui Roberto Arduini si definisce, ahinoi, specialist. O di chi, come Fatica, rivendica il merito di avere espresso in chiaro la dimensione omosessuale dei protagonisti di Moby Dick. 

Infine, Alliata chiede spiegazioni direttamente alla Giunti, attuale proprietaria della Bompiani, riguardo al suo consenso al fatto che “sia pubblicamente infamata l’opera di una propria traduttrice”, opera che, secondo Alliata, la Giunti non potrebbe nemmeno ristampare perché non è stato rinnovato il contratto con la traduttrice. Cito:

Un’opera che continua a ristampare sebbene non ne abbia alcun diritto, visto che il contratto con me, scaduto da tempo, non è stato rinnovato: forse per prendere il tempo necessario a travestire Il Signore degli Anelli in foggia Lgbt in ossequio al nuovismo».

Per concludere, Cilli chiede delucidazioni sulle difficoltà editoriali italiane di Tolkien, rifiutato da Mondadori per uno stile troppo nordico. Alliata risponde di aver appunto utilizzato di “forme espressive familiari a tutti i giovani italiani” proprio per rendere il “messaggio universale rivolto a tutti i popoli del pianeta” di Tolkien godibile e comprensibile anche ai lettori del nostro Paese. Infatti, tradurre Tolkien per lei fu una vera e propria sfida personale, soprattutto dopo la stroncatura fattane da Elio Vittorini:

Quel suo giudizio così categorico fu per me una vera e propria sfida. Fino ad allora avevo tradotto i poeti della Beat Generation e fatto da interprete (d’inglese, francese, tedesco e spagnolo) a personaggi come Cefis e Pitangui. Una traduttrice sedicenne armata solo di una vecchia Olivetti e del proprio bagaglio letterario sarebbe riuscita in ciò che i soloni di allora avevano considerato impossibile, facendo innamorare milioni di lettori».

Ottavio Fatica
Ottavio Fatica

L’intervista a Ottavio Fatica, di Loredana Lipperini, 29 aprile 2018

Nel proprio articolo, Oronzo Cilli ha citato due episodi infamanti per Alliata, uno dei quali è l’intervista ad Ottavio Fatica, il nuovo traduttore de Il signore degli anelli, fatta da Loredana Lipperini, pubblicata su La Repubblica il 29 aprile 2018 e liberamente consultabile sul sito di AIST.

Dopo aver presentato brevemente la carriera di Fatica, traduttore di lunga data e pluripremiato, un breve accenno alla storia editoriale de Il signore degli anelli in Italia e al fatto che Fatica sia un fan di Tolkien, Lipperini chiede se la traduzione di Alliata sia stata criticata a ragione.

Fatica risponde mettendo le mani avanti, sottolineando la giovane età della traduttrice e lodandone il buon italiano letterario:

Per cominciare, tanto di cappello a una ragazza giovanissima che accettò un’impresa del genere: non avrei saputo farlo, alla sua età. E la sua traduzione possiede una virtù: è scritta in buon italiano, mentre oggi, nella maggior parte dei casi, si scrive in traduttorese, sul calco della lingua inglese. Detto questo, ha tutte le pecche di un’avventura improvvisata.

Tuttavia, secondo Fatica, ciò non toglie che questa traduzione non si sarebbe dovuta prendere come base per le successive edizioni, poiché anche dopo le correzioni di Quirino Principe le criticità rimanevano notevoli.

Ecco, bisognava pur rendersi conto che non era possibile correggere cinquecento errori a pagina per millecinquecento pagine. Non c’è paragrafo mondo da lacune e sbagli. Mancano verbi, avverbi, intere frasi, a volte si traduce a orecchio.

Alliata toglie spesso l’inciso, che significa pur qualcosa, dà sfumatura al personaggio. Invece, aggiunge spiegazioni su spiegazioni. Diventa una parafrasi, decisamente brutta.

Inoltre ha un suo curioso stilema: raddoppia gli aggettivi. Placido e tranquillo, rapido e veloce, misero e magro, crudeli e maligni dove l’originale era feroci. Sembra uno stilema di Tolkien, invece è il suo.

Dopo una breve toccata sulle diversità di registro fra elfi, orchi e hobbit, Lipperini chiede maggiori informazioni sulla traduzione dei nomi propri. Fatica afferma che ancora molto è da decidere, ma che il lavoro è sicuramente complesso, anche a causa dell’etimologia oscura di molti di questi nomi, che ha dato problemi anche ad Alliata.

Bisogna capire se lasciare quasi tutto in inglese o provare a ricreare in italiano il nome di un luogo o di un personaggio con un termine evocativo, come quando si indica una valle profonda o un guerriero grande e grosso. 

Poi, le trappole sono infinite. Per esempio. C’è un luogo, Stock, che viene tradotto con Scorta […] perché questo significa in inglese. Ma Stock proviene in realtà da un’antica parola di derivazione scozzese che indica una magione dispersa in aperta campagna. […] Certo, Alliata non aveva tanto materiale a disposizione, e noi italiani abbiamo più problemi dei nordici che attingono agli stessi etimi di Tolkien, le nostre radici sono romanze.

Sorvolando sulla complessa resa delle poesie tolkieniane, Lipperini chiede se dunque il nuovo Il signore degli anelli sarà un libro più snello e più fedele, ossia più moderno. Fatica risponde così:

Il Signore degli Anelli vive nella pseudoeternità letteraria. Risente, certo, del mondo contemporaneo all’autore, e se è vero, come Tolkien ha scritto, che non vengono fatte dirette allusioni alla guerra, qualcosa dei due conflitti mondiali trasuda. Del resto una volta Chesterton disse che il libro più fantasy che conoscesse era Robinson Crusoe. Ed è vero.

Ogni storia è fantasy, sia se costruisci una capannuccia su un’isola sia se sfidi un drago. La morte di Ivan Il’ič è fantasy. La letteratura lo è. Questo è un grande libro, non un fantasy

Alessandro Mari, Ottavio Fatica e Roberto Arduini al Salone del Libro 2018 - Foto di Andrea Tramontana
Alessandro Mari, Ottavio Fatica e Roberto Arduini al Salone del Libro 2018 – Foto di Andrea Tramontana

Il Salone del libro di Torino 2018

La diretta Facebook dell’intervento di Arduini e Fatica si può trovare qui e, in particolare, l’inizio del paragone tra la traduzione di Fatica e quella di Alliata inizia dal minuto 5.

Fatica legge la traduzione di Alliata, segnalando passo dopo passo le aggiunte e le libertà che la traduttrice originale si è presa e commentandole.

Innanzitutto, Fatica parla dello “stilema” di Alliata, ossia della sua abitudine di tradurre spesso gli aggettivi/i nomi/i verbi singoli inglesi con una coppia di aggettivi/nomi/verbi italiani, a volte arrivando a sostituire ad un termine inglese ben tre corrispettivi italiani, col risultato che la sola Compagnia dell’Anello italiana risulta sensibilmente più lunga rispetto al suo corrispettivo inglese, guadagnando 30 o 40 pagine in più.

Ciò non sarebbe nemmeno un tale enorme problema, se non fosse che in questo modo Alliata porta erroneamente il lettore italiano a pensare che l’accoppiamento di parole sinonimiche sia uno stilema di Tolkien.

Successivamente, Fatica parla della nota del curatore originale de Il signore degli anelli, Quirino Principe, che afferma di aver trovato la traduzione dei nomi propri di persone e di luoghi la principale difficoltà nella revisione del libro, ignorando quindi la problematicità del lavoro di Alliata. Secondo Fatica, in tal senso, la traduzione dei nomi propri è sì di grande importanza, ma deve essere considerato un problema da affrontare solo in un secondo momento, dopo che si è fatta una traduzione corretta nei contenuti. Cito Fatica:

Io potrei tradurre il libro senza tradurre nulla, lasciando tutti in inglese i nomi dei luoghi e dei personaggi e ripensarci alla fine. […] Ci deve essere una soluzione, e non è facile. Ed è un problema, ma non il problema principale.

A questo punto, la parola è data ad Arduini, che ripercorre la difficile storia editoriale di Tolkien e i suoi costanti problemi con i traduttori, tali che il Professore fini proprio per scrivere una guida per i traduttori de Il signore degli anelli. Stiamo ovviamente parlando della Nomenclature of the Lord of the Rings, che potrete trovare qui.

Arduini sottolinea come problemi di traduzione si siano riscontrati nelle edizioni di svariati Stati, comprese quelle italiane, sottolineando come Alliata all’epoca della traduzione de Il signore degli anelli avesse appena 17 anni.

La giusta reazione alla faccenda
La giusta reazione alla faccenda

Tiriamo le fila: cosa c’è di effettivo nell’intervista a Vittoria Alliata?

Se avete letto i tre paragrafi precedenti, magari andando a controllare l’articolo di Cilli, l’intervista a Fatica e la live del Salone del Libro, avrete già la vostra risposta, ma approfittiamone comunque per tirare le fila del discorso, seguendo passo dopo passo l’intervista di Alliata.

1. Tre individui che attaccano la vecchia traduttrice invece di illustrare in positivo il loro lavoro?

Iniziamo spezzando una lancia nei confronti di Alliata: in un lavoro di promozione come quello fatto al Salone del Libro, sarebbe stato più interessante anche conoscere le trovate di traduzione di Fatica, e non solo osservare le problematiche della vecchia traduzione. Ma si sa, la pars destruens è sempre quella più facile da fare, oltre che quella che ha più presa sul pubblico.

Tuttavia, va anche detto che la nuova traduzione si rende necessaria proprio a causa delle problematicità della vecchia traduzione, ed elencare questi difetti aiuta a convincere il pubblico del fatto che una traduzione nuova, che inevitabilmente porterà cambiamenti nei passaggi e nei nomi con cui noi siamo cresciuti, sia necessaria e faccia persino più giustizia al libro. Pensiamo anche solo alle polemiche che sono nate con la nuova traduzione di Harry Potter, in cui Platano Picchiatore è stato cambiato in Salice Schiaffeggiante, più vicino all’originale Whomping Willow, ma che ha fatto sbiancare i lettori della versione originale.

2. Infamare in modo scorretto il lavoro di una collega non presente?

Ecco, qui già siamo di fronte ad un’interpretazione che è quantomeno personale, e sicuramente poco vicina alla realtà. Infatti, nel video della conferenza nessuno infama Alliata, ma se ne criticano semplicemente le scelte come traduttrice, in maniera puntuale e accurata.

C’è una differenza sostanziale fra il criticare in maniera professionale il lavoro altrui e l’infamarlo: se si dice che il raddoppiamento di Alliata non fa giustizia allo stile tolkieniano, si fa una critica professionale; se si dice che Alliata traduce di merda perché è una cogliona, si infama. E, ovviamente, qui nessuno si permetterebbe mai di infamare la traduttrice, che come persona ha sempre ricevuto da tutti solo rispetto e comprensione. Però da un’uscita come quella che Alliata fa su Il Giornale mi viene spontaneo chiedermi come la signora reagirebbe ad un processo di peer review accademico, in cui i colleghi sono chiamati a correggere i problemi del lavoro altrui: farebbe loro causa perché l’hanno infamata in sua assenza?

Riguardo poi alla questione della non presenza della Alliata alla conferenza, non vedo come ciò potrebbe essere considerato infamante: nel mondo professionale si fanno conferenze e scritti ad uso completamente pubblico, che possono benissimo essere lette o viste anche a distanza. Se la signora avesse voluto ribattere e difendere le proprie scelte, avrebbe potuto tranquillamente farlo pubblicando un articolo in cui illustrava il suo processo di traduzione, come avrebbe fatto qualsiasi professionista affermato, senza scatenare tragedie greche inutili.

Inoltre, visto che qui si sta sindacando sull’organizzare eventi senza invitare “l’opposizione”, ricordiamo che Vittoria Alliata e Oronzo Cilli saranno entrambi relatori della conferenza La guerra di Tolkien. Cosa accadde in Italia al creatore degli hobbit?, che si terrà a Roma giovedì 17 gennaio 2019, con tanto di introduzione del senatore Maurizio Gasparri. Conferenza alla quale i loro acerrimi oppositori non paiono invitati, e nella quale difficilmente non si parlerà di questo “attentato progressista” a Tolkien. Tuttavia, ricordiamo che l’AIST ha comunque pubblicizzato l’evento, nello spirito di solidarietà agli eventi tolkieniani che ha sempre contraddistinto l’associazione.

Conferenza di cui si parla nell’articolo di Cilli (“Sentiamo dunque la diretta interessata, Vicky Alliata, anche in vista di quel che dirà nell’incontro al Senato il 17 gennaio”), che forse ha anche approfittato dell’intervista per fare pubblicità al proprio evento.

"Mi sparlano dietro"
“Mi sparlano dietro”

3. Uso della giovane età di Alliata come argomento scorretto?

In questo caso c’è poco da dire: Fatica ha usato la giovane età della traduttrice come motivazione, e giustificazione, per le sue scelte di traduzione poco felici. Onestamente, qualsiasi scrittore o traduttore professionista difficilmente riterrebbe un proprio lavoro fatto a 17 anni intoccabile, perché a quell’età difficilmente avremmo avuto la maturità e l’esperienza che abbiamo sviluppato in seguito.

È normale: a me la mia tesi triennale fa schifo, anche se ancora ne sono orgogliosa. Terry Pratchett, raggiunta la fama ed una certa età, non considerava più il libro che scrisse a 17 anni, Night Dweller, una lettura che lo rappresentasse.

Tuttavia, è interessante notare come poi, alla fine dell’intervista, Alliata riporti in ballo la propria giovane età all’epoca della traduzione de Il signore degli anelli, per sottolineare come sarebbe riuscita a fare ciò che gli intellettuali dell’epoca consideravano impossibile, nonostante avesse avuto solo 16 anni e fosse armata solo di una vecchia macchina da scrivere.

4. Stravolgimento della storia della traduzione, dimostrando di non aver letto il libro di Cilli?

Ora, tenendo conto del fatto che la sottoscritta non ha letto il libro di Cilli, Tolkien e l’Italia, ciò che scriverò va preso con le pinze, in attesa di maggiori approfondimenti.

Da quel che risulta riguardo alle vicende editoriali italiane de Il signore degli anelli, la veloce ricostruzione fatta da Arduini alla conferenza pare in realtà piuttosto veritiera, e al massimo risente dell’impossibilità di snocciolare tutti i minuziosi passaggi e i documenti trovati da Cilli sull’argomento. Impossibilità anche abbastanza normale: ad una conferenza in cui si hanno i minuti contati non si può dire tutto ed è più utile dare un’idea generale della storia.

Tuttavia, ribadisco, non noto errori effettivi ed anzi, sappiamo bene che almeno qualcuno nel direttivo dell’AIST ha letto con attenzione il libro di Cilli: stiamo parlando di Wu Ming 4 (del cui laboratorio a Trento su Lo Hobbit abbiamo parlato qui), che ha recensito Tolkien e l’Italia in maniera critica, trovandosi spesso in disaccordo con l’autore, ma seguendo il libro passo dopo passo, citandone spesso degli estratti con grande puntualità e precisione. Da questa recensione si evincono alcuni dubbi sulle successive dichiarazioni di Alliata.

Errata corrige: come ci fa notare una commentatrice, in realtà Arduini una gaffe la fa, perché confonde Alliata con un’altra traduttrice che in quell’epoca era andata in Inghilterra per occuparsi della traduzione delle opere di Tolkien, Jeronimidis. Tuttavia, come fa notare anche la commentatrice, pure Jeronimidis era una traduttrice alla prima esperienza, che si stava cimentando nella traduzione de Lo Hobbit proprio per migliorare le proprie capacità.

5. La collaborazione e l’approvazione di Tolkien alla traduzione di Alliata?

Ecco, qui siamo di fronte ad un passaggio oscuro: onestamente, non riesco a trovare fonti che attestino esattamente quanto bene Tolkien sapesse l’Italiano. Che come filologo e linguista avesse una confidenza almeno basilare con la nostra lingua è abbastanza probabile, tenendo anche conto del fatto che Tolkien conosceva sicuramente il latino (e si rammaricò molto quando la messa in latino fu abolita). Dal latino e dal francese (di cui aveva certamente avuto esperienza in trincea), il passo verso l’italiano è breve, e sappiamo anche che probabilmente a Tolkien dell’italiano piaceva il suono armonioso.

Tuttavia, laddove Cilli nel suo libro scrive che Tolkien conoscesse l’italiano, Wu Ming 4 nella sua recensione afferma invece che il Professore non solo non conoscesse l’italiano, ma che nemmeno avesse approvato a pieni voti il lavoro di Alliata:

L’opera più importante di Tolkien (ma a Lo Hobbit non andò poi tanto meglio) subì in Italia fin dall’inizio una stratificazione di interventi. Partendo da una traduzione fatta da una ragazza alla prima esperienza, Vittoria Alliata di Villafranca, passando per la revisione di Quirino Principe, nonché per uno scambio epistolare con Tolkien – che oltre a non conoscere l’italiano, ebbe posizioni ambigue in merito alla traduzione dei suoi libri -, fino al particolare packaging riservato al romanzo da parte del gruppo di intellettuali che lo presero in carico, ciò che si produsse fu un bel guazzabuglio.

Questo ci fa capire perché l’edizione italiana del Signore degli Anelli è quello che è, sia in termini di traduzione sia in termini di paratesti, e perché nel corso degli anni ha dovuto essere rattoppata a varie riprese.

Approvazione che, invece, viene rivendicata sia da Alliata, sia da Cilli. Difficile dare un giudizio sull’argomento senza saperne di più e senza avere sottomano il libro di Cilli, che sicuramente riporterà le fonti delle sue affermazioni. Vi faremo sapere cosa scopriremo in futuro.

"fIgUrE rEtOrIcHe"
“fIgUrE rEtOrIcHe”

6. Non errori, ma forme espressive dantesche, che Fatica dovrebbe conoscere?

Questa è la risposta di Alliata alle critiche mosse da Fatica alle sue coppie di nomi/aggettivi/verbi.

Ora, io non sono una traduttrice e, rispettando questo lavoro, non mi metterò a dire a due traduttori come devono fare il loro mestiere, tuttavia mi sale spontanea una riflessione. Tenendo conto del fatto che il processo di traduzione, insegnato in specifiche università, è cambiato molto nel corso del tempo e conta svariati approcci e scuole di pensiero differenti, tali da rendere il discorso molto più complesso di quel che sembri.

Alliata giustifica la propria scelta con argomentazioni retoriche e letterarie, cosa validissima: voleva riproporre uno stilema letterario nostrano, tipico di Dante e Petrarca, per dare verosimilmente ai lettori un’idea di altisonanza che potevano riconoscere, oltre che uno stile di scrittura aulico più vicino al loro immaginario. Al contrario, una traduzione che avesse proposto le formule retoriche tipiche del poema epico anglosassone, forse non sarebbe stata altrettanto compresa. Lo dice poi Alliata stessa:

Fu proprio l’ostica nordicità il motivo delle mie scelte stilistiche. […] Fu proprio grazie all’utilizzo di forme espressive familiari a tutti i giovani italiani che credo di aver reso comprensibile con freschezza e ritmo affabulante il testo, […]

Giustificazione legittima, non dico di no. Anzi, sono contenta che adesso, finalmente, abbiamo la motivazione di queste scelte di traduzione, perché credo sia importante conoscerle: non possiamo giudicare a fondo il lavoro di Alliata senza prima averla interpellata.

Anzi, probabilmente Fatica avrebbe fatto una figura migliore mettendosi in contatto proprio con la vecchia traduttrice per chiederle il perché delle sue scelte, quindi poi facendo le sue critiche con cognizione di causa, senza arrivare al Salone del Libro dicendo “non so perché l’abbia fatto”. Ma, se dobbiamo sindacare sul comportamento di Fatica, c’è anche da dire che nemmeno Alliata si sia comportata con molta maturità o spirito di collaborazione.

Comunque, i tempi sono cambiati e ciò che pareva alieno allora non è alieno adesso, e l’obiezione fatta da Fatica al Salone del Libro è altrettanto legittima: in questo modo si sta attribuendo a Tolkien una retorica che non è sua. Quindi ha senso provare a riproporre il Professore in una veste differente, più vicina all’originale.

Il non prendere poi in considerazione l’endiadi e la dittologia come strategie di Alliata, comunque, non rende Fatica un buzzurro ignorante: semplicemente, forse, mostra come la scienza della traduzione sia cambiata dal 1967, e come ora si preferisca una traduzione che riproponga più fedelmente lo stile di scrittura dell’autore.

7. La Tolkien Estate non sapeva niente e sono arrabbiati?

Qui la situazione è oscura. Wu Ming 4 in questo articolo dice di aver avuto l’approvazione della Tolkien Estate, cosa che invece Alliata smentisce fermamente.

Nessuno dei due porta prove, né si trovano ulteriori informazioni in rete, né le mie conoscenze di editoria e delle sue norme legislative mi permettono di sapere se l’approvazione della Tolkien Estate per una nuova traduzione sia de facto necessaria, se già la Giunti/Bompiani possiedono i diritti di pubblicazione de Il signore degli anelli.

Comunque, abbiamo scritto alla Tolkien Estate per avere delucidazioni. Se ci risponderanno, vi faremo sapere.

Bilbo mood del giorno
Bilbo mood del giorno

8. Fatica non rispetta i dettami di Tolkien e lascerà i nomi propri in inglese?

Ecco, questo è falso. Come si denota dalle due interviste precedenti, Fatica critica la traduzione di alcuni nomi propri di luogo fatta da Alliata, ma non dice che lascerà tutti i nomi propri in inglese.

Sottolinea la difficoltà nella loro resa in italiano e quindi si interroga se valga la pena tradurre questi nomi propri, o se a questo punto sia preferibile lasciarli in inglese, ma la certezza che rimangano in lingua originale non c’è.

Inoltre, in tal senso, ci sarebbe da ridire anche sul modo in cui Alliata ha tradotto i suddetti nomi propri di luogo, tali da non rievocare il significato profondo della loro versione originale (e quindi non sempre seguendo i dettami di Tolkien in Nomenclature of The Lord of the Rings). Ne è un esempio la traduzione delle quattro aree della Contea in Decumani, che richiama l’assetto romano del territorio e ignora l’attuale significato dell’originale Farthing. Se ne parla più nel dettaglio qui.

9. Nuovismo a tutti i costi che tradisce il sentimento dell’autore?

In realtà, da quel che affermano Fatica, Arduini e Wu Ming 4 riguardo alla nuova traduzione, pare che di nuovismo o di qualsiasi travestimento de “Il signore degli anelli in foggia Lgbt in ossequio al nuovismo” non ci sia assolutamente nulla.

La nuova traduzione è dovuta ad esigenze linguistiche di maggiore aderenza al testo originale.

Nella nuova edizione con il testo tradotto mancherebbe solo l’introduzione di Elemire Zolla, peraltro non approvata da Tolkien, poiché interpreta Il signore degli anelli in chiave pesantemente allegorica, facendo esattamente ciò che il Professore si era raccomandato di non fare: i suoi libri non sono allegorie. Conseguentemente, rimarrebbe l’introduzione fatta da Tolkien stesso nel 1966, già aggiunta alle edizioni più recenti.

Così facendo, in sostanza, non si aggiunge nessun tipo di visione “nuovista”, progressista, buonista o di sinistra in generale, ma semplicemente si andrebbe a togliere all’opera una chiave di lettura impropria da un punto di vista metodologico e letterario, che… ops, è anche particolarmente vicina allo spirito della destra cattolica, nazionalista e reazionaria.

Tuttavia, togliendo l’introduzione di Zolla si farebbe ciò che molti fan di Tolkien si augurano da sempre: liberare Tolkien dalle manipolazioni politiche, di destra o di sinistra che siano. In questo modo, avremmo solo il libro che tutti amiamo, nella sua versione più fedele all’originale, con l’introduzione del nostro amato Professore.

Meno politico di così, si otterrebbe solo cancellando in toto Il signore degli anelli.

Una diatriba a lungo attesa

Prima ancora di mettere mano a questa polemica, scoppiata appunto nei giorni scorsi, ho scritto un articoletto su Tolkien e la sua risposta ad un editore tedesco, che gli aveva chiesto, in vista di una possibile traduzione in Germania de Lo Hobbit, se il Professore fosse ariano.

Ora, è difficile non notare come anche in quell’occasione, si fosse accesa una polemica tra Oronzo Cilli, l’autore anche dell’intervista con Alliata, e Wu Ming 4. Polemica che nemmeno, come leggerete nel mio articoletto previsto per il 27 gennaio, aveva senso di esistere, poiché Cilli (in questo suo articolo) aveva accusato Wu Ming 4 di aver dato del nazista all’editore tedesco che aveva chiesto il certificato di “arianità”, senza portare a galla che fino a due anni prima la suddetta casa editrice era nelle mani di un editore ebreo. Curiosità interessante, ma che de facto non avrebbe avuto senso inserire nel discorso che, in quelle pagine, stava facendo Wu Ming 4, il quale poi non ha assolutamente definito “nazista” nessuno.

Oltre a questo precedente ne vediamo un altro, con sostanzialmente i medesimi protagonisti: Wu Ming 4 che chiede di annullare una presentazione tolkieniana fatta da Gianluca Comastri e, soprattutto, da Giovanni Carmine Costabile, con introduzione di (udite udite) Oronzo Cilli, per motivi di incompatibilità politica tra i relatori e la sede del Circolo ARCI che li ospitava. Potete farvi un’idea della vicenda in questo articolo.

Gabriele Marconi, che si è occupato della vicenda, ripercorre in breve a pagina 3 la storia delle associazioni tolkieniane, mostrando come esista un dualismo tra la più antica Società Tolkieniana Italiana (STI), nata nel 1992, di cui è un membro storico Gianfranco de Turris e spiccatamente legata al Movimento Sociale Italiano degli anni Ottanta, e l’Associazione Italiana di Studi Tolkieniani, creata da fuoriusciti del STI e che al momento vede come sue personalità di spicco Roberto Arduini e Wu Ming 4, fra gli altri.

Una dualità dovuta a lontananze ideologiche tra i massimi esponenti delle due realtà, che di questi tempi se ne dicono di tutti i colori e si fanno i dispettini e i blast a vicenda, gli uni appoggiandosi alle proprie piattaforme, gli altri scrivendo sul più che politicamente schierato Il Giornale.

Nota successiva: ossia, i protagonisti di entrambi gli schieramenti scrivono su piattaforme in cui hanno la libertà di attaccare gli altri in maniera anche abbastanza esplicita. Se scrivessero su una rivista accademica, i loro vicendevoli blast avrebbero la forma di “mi permetto di dissentire” o “opinione alla quale vorrei presentare fare alcune obiezioni”. Notare la differenza fra questo e il “radical chic” di Alliata.

"OSATE KRITIKARMI?"
“DENUNZIAQUERELA”

Un appello alla libertà di espressione

Noi Cercatori siamo ben felici di tirarci fuori da questo campo di battaglia fatto di frecciatine, articoletti e sciocchezze insulse.

Personalmente, sarei contentissima di veder Tolkien fuoriuscire dall’ombra di un dibattito politico/allegorico per approdare nell’ambiente serio dell’università, dove almeno se la gente si scanna lo fa con saggi seri, non con articoletti su testate di dubbio gusto o sui propri siti personali, senza fonti, senza bibliografia e senza precisione.

Ma se Wu Ming 4 ha la polemica facile, altrettanto si può dire per le sue controparti di destra: Cilli nei suoi articoli critica, come vedrete presto, un po’ per il gusto di criticare, agganciandosi a pretesti pretestuosi senza osservare il contesto, mentre Alliata non si fa problemi a travisare le affermazioni altrui e a dichiarare guerra per delle critiche legittime e ben documentate.

Anzi, Alliata porta la censura su tutto un altro livello: dove Wu Ming 4 aveva fatto annullare un evento tolkieniano appigliandosi, si suppone, al regolamento dell’ARCI, qui la traduttrice originale di Tolkien ha direttamente querelato per diffamazione Fatica in merito all’intervista di quest’ultimo a Lipparelli e alle sue parole durante il Salone del Libro. E questo è gravissimo.

Fatica sarà anche stato duro e avrebbe anche potuto contattare Alliata prima di esporre le sue critiche, così da sentire le spiegazioni della traduttrice sulle proprie scelte stilistiche, ma le critiche del nuovo traduttore sono assolutamente legittime e poste in maniera educata, senza mai attaccare Alliata nella sua persona, ma solo nel suo lavoro.

E la critica al lavoro altrui è legittima.

Come dicevo, non so a che genere di ambiente accademico sia abituata Alliata, ma le posso assicurare che da queste parti le critiche di Fatica sono assolutamente normali e nessuno si sognerebbe di querelare gli altri professionisti del settore, se venisse criticato per le pecche nel proprio lavoro. Né si sognerebbe di lamentarsi per il fatto che qualcuno abbia avanzato critiche al suo lavoro in una conferenza alla quale non si è andati. L’iter corretto in questi casi è leggersi le critiche, farsi un esame di coscienza e poi rispondere ad esse esponendo le proprie giustificazioni ad un altro convegno (cosa che Alliata farà sicuramente il 17 gennaio).

Il fatto che, invece, si sia ricorsi agli avvocati, lamentando di essere stati infamati, è un comportamento non solo scorretto, ma che denota anche un certo sentimento antidemocratico, tale che può quasi essere definito una censura intimidatoria ai danni di Fatica. Da dottoranda che basa la propria tesi di ricerca proprio sull’offrire una prospettiva più ampia rispetto a quella data dagli studiosi precedenti, inorridisco di fronte ad un simile comportamento e ai danni che potrebbe provocare in campo accademico: nessuno oserebbe più criticare i lavori altrui o porre alternative proprie, perché rischierebbe di essere querelato per diffamazione.

Andrea Binelli - Foto di Tangram Edizioni Scientifiche
Andrea Binelli – Foto di Tangram Edizioni Scientifiche

A questo punto, però, Alliata potrebbe essere coerente, prendendosela anche con gli altri accademici che hanno avanzato critiche e dubbi sul suo lavoro. Ad esempio, credo sia utile ricordare come proprio nel III Convegno Tolkieniano, svoltosi nell’Università degli Studi di Trento (dove lavoro io) il 14 e il 15 dicembre 2017, Andrea Binelli, professore associato in Lingua inglese – Lingua e traduzione inglese, avesse parlato dei problemi nella traduzione italiana de Il signore degli anelli fatta da Alliata, in un intervento intitolato Appunti su alcuni profili tematici nelle traduzioni italiane di Tolkien.

Insomma: non stiamo parlando di giudizi personali dati a caso da Fatica, ma di criticità riscontrate anche da altri: Binelli, in questa occasione, si è soffermato sullo “stilema” di Alliata di raddoppiare in traduzione sostantivi originariamente singoli. Inoltre, il linguista ha aggiunto che Alliata non aveva notato la differenza semantica fra alcune tipologie di termini usati da Tolkien, come folly (hubris) e madness (pazzia), che la traduttrice aveva sempre reso come follia senza comprenderne il significato diverso.

Ora, tanto Fatica quanto Alliata avrebbero dovuto ricordare questo intervento, l’uno per dare più credibilità alle proprie affermazioni, l’altra per capire che in ambiente accademico le critiche sono all’ordine del giorno, e che ad esse si risponde con gli articoli scientifici e con i saggi, non con le denunziequerele. Quindi a questo punto mi chiedo se Alliata non voglia querelare anche Binelli, anch’egli reo di aver sparlato alle sue spalle, apportando critiche e commenti legittimi in un’aula magna universitaria, durante un convegno pubblico.

Ma, a questo punto, ogni scrittore che riceve una critica negativa dovrebbe essere in diritto di querelare il cattivo recensore. Che dovrebbe fare Peter Jackson, qualora leggesse alcuni dei commenti che gli sono dedicati sulla pagina Facebook Tolkien Italia, nei giorni di questa diatriba? Dovrebbe direttamente mandare i sicari? E a questo punto anche Fatica non dovrebbe querelare Alliata, colpevole di avergli dato dell’ignorante nella propria intervista, accusandolo di portare avanti un complotto LGBT?

È a questo, insomma, che ci siamo ridotti nel fandom italiano di Tolkien: a querelarci a vicenda e a farci i dispettini.

Ma quando è il “maoista” Wu Ming 4 a fare il dispettino, tutti gridano alla censura e invocano il rispetto politico, mentre quando è la principessa Alliata a querelare le critiche legittime ben pochi degli stessi tolkieniani moderati e rispettosi si stracciano le vesti gridando alla censura.

Bisognerà attendere i prossimi sviluppi del dibattito, ma in questo momento mi pare di vedere un certo doppio standard nella community, in cui si vuol far credere che l’appropriazione politica di Tolkien si faccia solo da un lato dello schieramento, e in cui la censura intimidatoria viene fatta passare come giusta replica di una persona offesa.

A questo punto, gli altri filologi avrebbero tranquillamente potuto querelare Tolkien, quando criticava il loro approccio alla materia. Ma, sapete, non mi pare l’avessero fatto. I professionisti sanno fare di meglio, per fortuna.

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