Quanto è cambiato l’Inquilino del 7 di Craven Road?
Con DYLAN DOG #401: L’ALBA NERA comincia la fase chiamata DYLAN DOG 666, un restart del personaggio per raccontarlo in maniera più svecchiata e diversa rispetto alle origini nel 1986.
Al di là di redesign, di loghi nuovi e di sostituzioni importanti, la novità più interessante sembra essere  l’impostazione della serie in “miniserie nella serie”, ossia saghe che si dipaneranno su più volumi gestite da un solo sceneggiatore e un disegnatore (o comunque un gruppo ristretto e coordinato), un ulteriore passo avanti e correzioni di tiro rispetto alle iniziative editoriali precedenti. La prima di queste saghe durerà sei episodi e avrà come sceneggiatore il curatore della testata Roberto Recchioni e una squadra di artisti composta da Corrado Roi, Francesco Dossena, Nicola Mari, Sergio Gerasi e Giorgio Pontrelli.
Nulla di nuovo per chi legge abitualmente fumetti americani (non solo supereroistici, ma anche in serialità di altre grosse case editrici come Image o BOOM!), saghe dai tre ai sei episodi mensili che vanno a costruire poi un tassello nella continuity del personaggio in questione.
Qui però abbiamo un approccio in salsa bonelliana, con episodi decisamente più corposi (95 pagine anziché 22) e con una continuity che non è ancora chiaro quanto verrà resa stringente.

Ma mi sono dilungato anche fin troppo, ritorniamo alla domanda fatta all’inizio…

DEJA VU, I’VE BEEN HERE IN THIS PLACE BEFORE

DYD #401 e #402 come trama, a parte qualche deviazione decisamente interessante, sono un ottimo remake dello storico #1.
Uso “ottimo” non a caso, la storia si presenta moderna, godibile e soprattutto fedele nello spirito a quello che era l’episodio originale, con tutti i suoi punti fermi (Sybil e suo marito, Undead, Xabaras) e con delle aggiunte che fungono da foreshadowing molto furbi e che fanno drizzare le orecchie a chi DYLAN DOG lo conosce già.
Spezzare l’episodio originale in due numeri è stata una mossa premiante: ha dato innanzitutto maggior respiro alla narrazione per introdurre i personaggi e le loro dinamiche inedite, ha permesso di giocare molto di più con il montaggio e l’intreccio (lo stacco tra #401 e #402 è emblematico) e ha concesso il giusto spazio a tavole dove la gabbia tradizionale stava stretta (ma a questo arriveremo dopo).
I dialoghi non si discostano da quanto ci ha mostrato Roberto Recchioni nell’ultimo periodo: immediati, freschi, con botta e risposta che rimbalzano tra le pagine, su livello cinematografico e televisivo e pregni di cultura pop.
Su questo ultimo punto forse c’è l’unica vera sbavatura della sceneggiatura; se alcune battute sono efficaci e tipiche del “bagaglio referenziale” del nostro Indagatore dell’Incubo, altre risultano più fuoriluogo, col terribile effetto di spezzare la tensione nel lettore.
Tuttavia, anche questa stucchevolezza in riferimenti e citazioni pare sia una caratteristica del nuovo Dylan.
Il protagonista si è rinnovato, e non solo per via della barba. Il suo carattere e parte del suo passato fanno molto più riferimento a quello che era il prototipo di Dyaln Dog, Francesco Dellamorte (protagonista del romanzo di Tiziano Sclavi, Dellamorte Dellamore, scritto nel 1983 e pubblicato nel 1991).
Abbiamo quindi un Dylan più cinico, strafottente, arguto e soprattutto più “sciroccato” del solito, tanto da risultare per tutti quasi molesto o un poveretto da compatire.
Ed è proprio il lato miserabile l’altro piatto della bilancia su cui si contrappesa il carattere dell’Old Boy, il suo passato qui ancora avvolto nel mistero, le sue relazioni strappate e la malinconia nei suoi occhi e nelle sue parole…
Da questo punto di vista, questo reboot aiuta a mettere ordine nella personalità di Dylan, ridando tridimensionalità al personaggio rinarrando le facce eroiche e malinconiche della stessa medaglia.
A conti fatti, abbiamo ottenuto il racconto ideale di un Dylan Dog come antieroe nel 2020.

DISEGNI DI UN FUTURO PASSATO

I disegnatori di questi capitoli sono Corrado Roi (#401 e #402), Dossena (#402) e con una breve partecipazione Nicola Mari (#402), di cui sarà più appropriato parlare per il #403.
Corrado Roi è sempre stato un mostro sacro della serie, e in questa occasione è riuscito ad alzare ulteriormente l’asticella del suo lavoro.
Le tavole sono pura narrativa per immagini, l’occhio scorre fluido sulla tavola mentre viene rincorso insieme ai protagonisti dagli zombi che emergono dal buio.
La regia della tavola è eccezionale, da come stravolge la gabbia a come si sofferma sui dettagli, poi sui visi, poi sui luoghi, regolando l’equilibrio tra azione e intimità tra i personaggi.
Mi sono innamorato delle sequenze mute.
Mentre Roi si occupa di raccontare il presente, Francesco Dossena ha il compito di illustrare l’Indagatore dell’Incubo nel passato.
Il peculiare tratto spigoloso e sporco è ottimo per rappresentare l’assurdità e la malinconia in cui verte il personaggio durante questi flashback (oltre che a rappresentare al meglio tutti gli elementi più “Dellamorte”).
L’unica vera pecca è il montaggio delle sequenze dei diversi disegnatori, così graficamente distanti, che vengono collegati con bruschi dialoghi di raccordo, facendo perdere l’omogeneità che invece dovrebbe avere il racconto (anche se, lo stacco più prepotente lo dà la sequenza finale che passa il testimone a Mari).

ALBA NERA E TRAMONTO ROSSO

Il ciclo DYLAN DOG 666 si presenta quindi non solo come ottimo punto di partenza per i nuovi lettori (che potranno evitarsi di recuperare 400 numeri), ma anche come solido e fedele rilancio del personaggio di Dylan in sé per sé.
I risultati sembrano essere all’altezza delle aspettative e bisognerà certo vedere almeno a fine miniserie cosa accadrà e come il tutto andrà a incasellarsi in un quadro più ampio per la testata.
Fermandomi a questi soli due numeri non posso fare altro se non promuoverli con grande soddisfazione.

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