Codex Venator: Il Diario del Cacciatore

Attenzione: Quello che state per leggere è un diario del mio personaggio, appartenente alla campagna di Milano di Codex Venator. Sono informazioni in game comprese e filtrate dal suo giudizio, dunque non sono da ritenersi né accurate né ufficiali.
C’è rischio di spoiler in caso non abbiate giocato la season 2 di Codex Venator. Fate attenzione se siete sensibili agli spoiler.

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La Famiglia Trivulzio aveva bisogno di qualcuno che fungesse da collegamento tra gli Anziani, coloro che nella loro saggezza guidavano le azioni della famiglia, e i Nobili Cacciatori che agivano in loro nome. Per uno strano caso venne fatto il mio nome come possibile candidato. Grazie a Bianca, e alle sue parole, la scelta dopo poco ricadde su di me. Avremmo potuto anche scegliere Tourette, per carità, ma sarebbe stato buffo sentire la reazione degli anziani alla sua “condizione”. Investito di questo nuovo incarico, promisi di riportare fedelmente le parole degli anziani e di non lasciare che un tale onore ottenebrasse il mio giudizio. Fu con tutta l’umiltà possibile che mi accostai alla caccia successiva.

Doveva essere una missione semplice. Avremmo dovuto fungere da scorta aggiuntiva ad un convoglio imperiale. Pensai che, probabilmente, essendo Milano la nostra terra, sfruttare il nostro aiuto avrebbe consentito un viaggio più sicuro. A tutto questo si univa ovviamente l’idea del ricordarci di essere sudditi imperiali, dato che il nostro principale contatto con l’impero era il Principe Siniscalco Malus. Tendevamo spesso a considerare Milano come il centro del nostro mondo, e per molti aspetti lo era, dimenticando di far parte di qualcosa di infinitamente più grande.

Il gruppo, dopo avermi nominato Capo Caccia, si diresse a cavallo verso il luogo dove il carro imperiale ci attendeva. Con nostro grande sgomento giungemmo nel luogo di una battaglia. Strane figure umanoidi erano ammassate da un lato, prive di vita, mentre intorno a noi giacevano soldati, probabilmente imperiali, distrutti da pugni e calci. Riuscimmo a stabilizzare le ferite del capitano, il quale ci rivelò come quegli strani uomini (erano tutti maschi) fossero sbucati all’improvviso e avessero attaccato. Parlava con un forte accento francese e portava su di lui gli stemmi della Bretagna. Cosa portava dei soldati imperiali così lontani da casa?

Prestato il nostro soccorso, attaccammo i nostri destrieri al carro e ripartimmo verso il luogo in cui una strana gabbia, coperta da un telo, andava consegnata. Memore dell’ultima disavventura con un misterioso “pacco” da consegnare o accompagnare, decisi di scoprire fin da subito cosa nascondesse quella gabbia. Al suo interno si trovava una ragazza, probabilmente muta o con la gola compromessa, che nonostante fosse spaventata mi offrì il suo sangue. In un mondo migliore avrei potuto liberarla e non dovermi preoccupare di essere corrotto ma, per sicurezza, suggerii al forgiato Machina di partecipare allo scambio. Nonostante nel tempo stessi cominciando ad apprendere l’utilità di queste macchine, non avrei mai esitato a scambiare qualunque di loro con un vero Nobile Cacciatore. La purezza del sangue non poteva essere messa a rischio.

Tra i due nacque qualcosa, una comprensione più profonda che non intuii fin da subito. Tuttavia, Machina aveva scambiato parte dei suoi ricordi con la giovane e la stessa cosa era successa a lei. Sembrava ci fosse un centro di addestramento, dove le giovani venivano preparate alla lotta e alla strategia militare. Per cosa? Possibile che l’impero avesse mandato degli stranieri per testare su suolo italico un nuovo tipo di strumento? Tutto ciò era terribilmente sospetto.

Proseguendo nel bosco fummo attaccati anche noi. La battaglia fu dura e la violenza con cui questi esseri si lanciarono sui nostri cavalli e i nostri scudi ci fece indugiare. Sembravano molto più bestiali della giovane donna che stavamo accompagnando e ne cercavano il sangue. Lo scontro ci costrinse a cambiare strategia. Decisi di passare inosservati tra gli alberi, piuttosto che in bella vista sulla strada. Sembrava chiaro che ci stessero aspettando.

Giungemmo dopo qualche sentiero tortuoso e poco accessibile ad una struttura che non riconobbi vicino all’Idroscalo. Il territorio apparteneva alla famiglia Terzaghi, dunque quello che succedeva all’interno non era di dominio pubblico. Possibile che fosse coinvolta la famiglia stessa in quella vicenda?

Ad accoglierci ci furono due guardie ed un attendente. A differenza dei suoi uomini, parlava con un forte accento tedesco. Ci trattò con freddezza e, dopo averci ringraziato per avergli portato la ragazza, ci invitò a tornare a Milano. Insistette di star agendo sotto mandato imperiale ma, purtroppo per lui, le sue parole tradirono la sua posizione quando cominciò a minacciare. Dopo aver ventilato l’ipotesi di condurre in quel luogo il Dogma, l’attendente acconsentì a farci fare un giro del piano terra della struttura sotterranea. Le guardie a quel punto provarono a rallentarci e distrarci con cibo e bevande ma commisero l’errore di insultare uno degli elfi che venivano con noi. Purtroppo per loro, insultare un nobile di Milano era un crimine che non avrei tollerato. Alcuni persero prima le mani e poi tutto il resto, altri non furono così fortunati.

Al piano terra vi erano poche guardie e riuscimmo ad avere vita facile con loro. Grazie ad un ascensore riuscimmo a raggiungere il primo piano sotterraneo, dove ad attenderci trovammo una guardia addetta al macchinario. Mentendo gli feci credere che si trattasse di un’ispezione di alcuni uomini dell’attendente, cosa che ci fece guadagnare un giro di tutto il piano. Vi erano studiosi e alchimisti al lavoro, benchè non riuscii a scoprire su cosa. Giungemmo in una sala di controllo, dove apprendemmo dei sistemi di allarme della struttura e di qualcosa di molto più interessante: l’attendente non era il vero capo di tutto. Qualcuno nominò un’Alchimista, colui che davvero gestiva tutto attraverso il suo scondo. Purtroppo, anche il migliore dei bluff ci regalò poco tempo per prendere una decisione. Presto avrebbero mangiato la foglia. Giustiziammo le guardie della sala di controllo, spegnemmo l’apparecchio e interrogammo i lavoratori nella stanza. Si rivelarono cittadini di Milano, assunti con l’inganno di star lavorando per l’impero. Quando scoprirono come la cosa non corrispondesse a realtà, rivelarono il nome dell’Alchimista: Gilles de Rais.

Misi queste persone sotto la protezione della famiglia Trivulzio e, successivamente, mi recai con il gruppo di caccia al piano inferiore. Anche in questo caso, nonostante la menzogna non fosse particolarmente ricamata, riuscimmo ad ottenere l’accesso. Al secondo livello si trovavano le stanze delle ragazze, che obbedivano agli ordini e per questo non avevano bisogno di essere rinchiuse. Purtroppo, quando trovammo la giovane che avevamo consegnato, suonò nuovamente l’allarme. Per evitare di finire in una morsa a tenaglia, prendemmo le ragazze e tornammo a Milano.

Riunitomi agli altri membri della famiglia, mi diressi di gran carriera dagli Anziani per riportare quanto scoperto. Il loro approccio confermò quanto sospettato in precedenza: la famiglia Trivulzio doveva prendere una strada più attiva, in un senso o in un altro. Abbandonare le mezze misure e la via della prudenza ci avrebbe consentito di metterci finalmente in luce.

Decidemmo con i membri più giovani di consegnare tutto quello che avevamo trovato, informazioni e inservienti inclusi, a Giovanna D’Arco. Il nome di Gilles de Rais attirò la sua attenzione, tanto da farci capire come per lei la sua cattura fosse fondamentale. Da quella notte, la cattura dell’alchimista diventò una priorità dei Trivulzio.

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