Codex Venator: Il Diario del Cacciatore

Attenzione: Quello che state per leggere è un diario del mio personaggio, appartenente alla campagna di Milano di Codex Venator. Sono informazioni in game comprese e filtrate dal suo giudizio, dunque non sono da ritenersi né accurate né ufficiali.
C’è rischio di spoiler in caso non abbiate giocato la season 2 di Codex Venator. Fate attenzione se siete sensibili agli spoiler.

codex venator

Una volta aggiornato sulla situazione in cui versava il nostro accampamento, non mi restava che tornare in azione. Mi unii ad un gruppo di caccia, che nella sua saggezza mi fece sua guida, e mi riunii con gli altri capi per discutere una strategia efficace. Le famiglie avevano optato per un approccio insolito ma che decisi di rispettare. Un gruppo sarebbe andato a parlamentare con i selvaggi, un altro si sarebbe lanciato all’attacco e tutti i rimanenti avrebbero provato ad infiltrarsi. A poco valsero le mie osservazioni riguardo l’utilità di parlamentare e attaccare frontalmente nello stesso momento. Fortunatamente, ebbi la possibilità di unirmi con il mio gruppo agli sforzi di infiltrazione. Provai pena per i Nobili Cacciatori che avrebbero provato a comunicare con quelle bestie e, ancor più, ne ebbi per coloro che avrebbero dovuto attaccare il campo nemico.

Il mio gruppo era fortunatamente formato in maggioranza da me e i miei fratelli Trivulzio, dunque mi rasserenai all’idea che i conflitti sarebbero stati gestiti civilmente. Entrare nel villaggio senza farsi scoprire fu la cosa più facile, muoversi al suo interno si rivelò molto meno intuitivo. Nonostante gran parte del villaggio si fosse radunato all’arena ad un grido simile a “Gambuko”, muoversi con tutto l’equipaggiamento per la battaglia addosso non era cosa da poco. Alla fine un ramo spezzato tradì la nostra posizione, mettendo probabilmente in pericolo tutti gli altri gruppi di infiltrazione. Venimmo velocemente circondati dalle guardie e solo dopo un duro scontro, del quale porto ancora oggi i segni, riuscimmo ad uscirne vincitori. Ad attenderci al centro del villaggio si trovava un tempio, molto insolito e incompatibile con le costruzioni dei selvaggi. Osservammo dei cultisti in nero addentrarvisi. Il nostro obiettivo divenne immediatamente chiaro.

Le scale del tempio ci portarono ad addentrarci nella terra stessa. Per qualche oscuro e mistico motivo, stavamo scendendo da parecchio tempo. La luce e il tempo venivano distorti, ingannando le nostre menti e facendoci domandare da quanto ci stessimo muovendo. Giungemmo infine all’imbocco di diverse gallerie, solchi che sembravano esser stati scavati da qualcosa di vivo. Ci unimmo brevemente agli altri gruppi di caccia, sopraggiunti a loro volta in quella struttura. Ognuno di noi scelse di seguire un diverso percorso, in modo da esplorare per bene quelle cavità sotterranee. Prendemmo delle torce e ci incamminammo nelle tenebre più profonde.

Non so dire quanto tempo passò prima che udissimo qualcosa di simile allo scorrere dell’acqua. Ancora una volta, quelle gallerie giocarono brutti scherzi alla nostra mente. Forse camminammo per ore, forse per giorni. Quando tornammo padroni di noi stessi, mi accorsi di come la torcia si fosse spenta e di come avessimo proseguito in silenzio per molto tempo. I nostri occhi si erano abituati all’oscurità davanti a noi, consentendoci di vedere un poco quello che ci aspettava.

Giungemmo in una sorta di caverna, con un bacino d’acqua oscura e diversi cultisti riuniti in cerchio attorno ad esso. Nel centro dello specchio di acqua nera si trovava una piattaforma con un essere che non oso descrivere. La sua morsa stringeva le teste dei cultisti, rendendoli insensibili a tutto ciò che li circondava. A parte per lo scorrere dell’acqua, vi era silenzio in quella cavità. Provammo a liberare uno dei cultisti dai tentacoli dell’abominio ma, dopo aver sofferto ed essersi contorto dal dolore, l’uomo era morto senza mai rinvenire.

Il nostro piccolo esperimento dovette smuovere qualcosa, perché dalle acque emerse una figura. La sua pelle era coperta di scaglie e il suo sguardo sembrava tranquillo, quasi etereo, come se nulla potesse turbarlo. Ci tenemmo lontani, pronti all’imminente battaglia, ma lo strano figuro si fece avanti e si presentò come Leonardo Da Vinci. Sembrava conoscerci e conoscerci bene. Conosceva le nostre famiglie. Ci chiese di essere condotto dai capi di Milano. Non specificò chi, purché si potesse parlare con chi si trovava al comando. Mi avvicinai e mi offrii di ottemperare alla sua richiesta. Non volevo scherzi e lo avvertii. Qualcosa nella mia mente non credeva che quella persona potesse essere Da Vinci ma, dopo tutto, non avevo mai visto una sua raffigurazione o altro. Conoscevo di fama il suo nome e, come se non bastasse, il forgiato che era con noi sembrò riconoscerlo come suo creatore.

Il viaggio di ritorno si svolse senza incidenti. Non potevo credere che tutto stesse andando come previsto, una volta tanto. Nonostante Leonardo non desse segno di voler collaborare o condividere informazioni, non tentò neanche di scappare o di aggredirci. Tutto ciò che ottenemmo da lui fu quel suo strano sguardo.

All’uscita dal tempio rientrammo all’accampamento, dove trovammo le guardie di Milano giunte in soccorso. Il lavoro da noi svolto sarebbe stato utilizzato come base per poter meglio difendere la zona. Mi augurai che Dogma e Impero facessero attenzione. Il villaggio e tutto ciò che conteneva vennero bruciati e distrutti. La nostra avventura si concluse così.

A Milano venimmo ricevuti immediatamente dalla Somma Inquisitrice e dal Principe Siniscalco, che si fecero beffe dell’eretico che si professava Leonardo Da Vinci. Senza aggiungere altro, l’uomo con le scaglie venne arrestato e portato nella torre del Dogma. Da quel momento le notizie su di lui cessarono. I Trivulzio tornarono a casa con le parole della Somma Inquisitrice ancora doloranti nel loro orgoglio.

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