Codex Venator: Il Diario del Cacciatore

Attenzione: Quello che state per leggere è un diario del mio personaggio, appartenente alla campagna di Milano di Codex Venator. Sono informazioni in game comprese e filtrate dal suo giudizio, dunque non sono da ritenersi né accurate né ufficiali.
C’è rischio di spoiler in caso non abbiate giocato la season 2 di Codex Venator. Fate attenzione se siete sensibili agli spoiler.

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Ci troviamo alla fine della stagione. Questa è l’ultima pagina del Diario del Cacciatore prima di una lunga pausa. In questo ultimo capitolo, recuperato dal piccolo Alessio dal camino dopo che l’elfo Ermenias ci aveva messo lo zampino, troverete un Guido alla fine di un percorso. Partito come un giovane cacciatore, desideroso solo di proteggere Milano, si è trasformato in un uomo a volte spietato, che ha superato molti limiti e ha sacrificato tanto. Se i suoi sacrifici saranno stati vani, lo scopriremo nella prossima stagione.

Il confronto con gli Anziani si rivelò qualcosa che avrebbe tormentato la mia mente, facendola arrovellare per settimane, e cambiato per sempre il mio modo di vedere il mondo. Li sorprendemmo nel loro tetro rifugio, lontani dagli affari di famiglia. Avevo il supporto degli Armistice, in attesa ai piani superiori, ed ero pronto a fuoco e fiamme. Quella sera avevamo già rischiato di essere distrutti da Giovanna e dalla sua furia, ero pronto a rischiare nuovamente il tutto per tutto. Avrei avuto le teste di quegli esseri spregevoli, che pensavano di comandarmi a bacchetta, o loro avrebbero avuto la mia.

Una volta tolta loro l’autorità, gli Anziani si rivelarono per quello che erano realmente: vecchi e deboli. Pochi colpi bastarono a sbarazzarci di loro, a farli implorare “pietà”. Non mi sono mai sentito un cacciatore particolarmente crudele ma, in quel momento, non si trattava di una Caccia.

La frenesia non si placò quando il loro sangue inondò la stanza, sporcando i nostri stivali. Io e i pochi fidati che mi avevano accompagnato comprendemmo subito quanto grave fosse stato il nostro peccato. Il tradimento ci mutò, trasformandoci in esseri bestiali. Avevamo guardato troppo a fondo nell’abisso e questo, invece di distruggerci, ci aveva riso in faccia. Caddi a terra, senza neanche comprendere dove mi trovassi. Il mio corpo rispondeva a malapena alla mia volontà, preso com’era dalla mutazione. Mi aggrappai al mio lato umano con tutto me stesso. I miei sogni, i miei piani e i miei progetti mi passarono davanti, sfuggendomi ad un soffio dalla loro realizzazione.

Udii una voce nella penombra. Qualcuno mi chiamò per nome. Qualcuno mi chiamò figlio. Affermò che ciò che era stato fatto al nostro sangue fosse un terribile spreco. Prima che me ne rendessi conto, mi trovai al cospetto di una figura debole e in difficoltà come me. Tuttavia appariva diverso da qualsiasi essere o uomo avessi mai incontrato. Aveva una sua dignità anche nella sua forma. Mi offrì il suo sangue e, con l’ultimo barlume di umanità che mi rimaneva, bevvi avidamente.

Quando rinvenni ero tornato un uomo, almeno così mi sembrò guardandomi allo specchio. Non mi trovavo diverso, a parte per una rinnovata energia che mi scorreva sotto la pelle, ma lo sguardo di chi mi circondava cambiò radicalmente. Mi era accaduto qualcosa e giurai di scoprire cosa.

Il tempo del riposo non giunse tanto presto, perché la Suprema Siniscalca di Milano ci convocò poco tempo dopo al Castello Sforzesco. Era giunto un messaggero a portare la notizia di un imminente attacco alla città di Milano. Un’occhiata di Cornelio confermò i miei sospetti: i Lurani erano pronti. Avere una spia Trivulzio tra le fila nemiche ci aveva dato il tempo di assimilare la notizia.

C’era del lavoro da fare per assicurarsi una difesa ottimale della città di Milano. Fortunatamente, data l’esperienza bellica maturata a Torino durante la guerra al Grande Toro, Machina ed io non avemmo dubbi sul da farsi. Il mio gruppo di caccia scelse di occuparsi delle armi belliche e da assedio. Il forgiato con il quale avevo condiviso innumerevoli avventure avrebbe fatto buon uso della sua logica. Si unirono al nostro gruppo anche Ascanio Castiglioni, l’elfo Ermenias (al quale sfortunatamente dovevo portare rispetto) e diversi Trivulzio, tra cui proprio Cornelio.

Il compito che ci eravamo scelti sembrava semplice sulla carta: recuperare le armi da assedio dal deposito nel quale si trovavano e poi disporle secondo i nostri desideri. Un gruppo di forgiati, incaricati dal Principe Siniscalco Malus prima della sua scomparsa, si trovava a guardia dei suddetti macchinari. Mandai avanti Machina, ovviamente, per parlare con i suoi simili e coordinare gli sforzi. Purtroppo i forgiati che lo accolsero erano molto diversi da lui e gli altri Armistice. Il libero arbitrio sembrava essergli completamente estraneo. Erano poco più che macchine, create per eseguire un solo scopo. Avremmo potuto risolvere facilmente la cosa ma la mia mano si faceva meno salda al momento di sprecare ingranaggi. Avevo sviluppato un lato tenero per questi esseri dal corpo metallico. Fortunatamente, Cornelio e Machina riuscirono, grazie alle loro incredibili abilità e ad una mente fantasiosa, a raggirare i forgiati dimenticati da Malus.

Disposte le armi da assedio, il nostro gruppo si preparò ad accogliere gli invasori sulle mura. Se fossimo riusciti a trattenerli abbastanza a lungo, eravamo sicuri che le difese di Milano li avrebbero decimati. Non potevamo prevedere il tradimento, che come un morbo aveva infettato il cuore di alcuni stolti. Le porte della città vennero aperte e Ivana e Rodrigo Lurani riuscirono a fare il loro ingresso trionfale in città. Giovanna non tollerò un simile affronto alla sua autorità, ovviamente, e la battaglia ebbe inizio.

Nei pochi secondi che precedettero l’inizio del conflitto, mi assalì una paura feroce. Un tempo i Lurani avevano difeso Milano, esattamente come noi stavamo facendo sin dal nostro risveglio, cosa ci rendeva diversi da loro? Chi ci assicurava che un giorno nuove famiglie non fossero chiamate a sistemare la nuova minaccia? Non poteva essere solo una questione di sangue. Non doveva esserlo.

In mezzo alla battaglia udii diverse volte la voce di Ivana. Nonostante avanzasse tra le nostre fila come una regina e il suo stocco colpisse come un lampo, le sue parole non erano ostili. Si considerava una liberatrice per Milano. Per certi aspetti, il suo discorso era convincente. Sfortunatamente io non combattevo solo per me stesso. Non potevo lasciare che la città cadesse. Forse fu questa consapevolezza che mi portò a sfogare la mia ira sui Trivulzio traditori. Alcuni accettarono le false promesse di Ivana e tentarono di ostacolarmi. Il fuoco fu il loro fato.

La battaglia infuriava ed era destino che mi macchiassi di un ulteriore peccato prima di lasciarmi alle spalle quella giornata. Avvenne tutto così in fretta. Un guerriero Castiglioni, tra i più incredibili che avessi mai visto combattere, per poco non uccise Ivana. Rodrigo, cavaliere innamorato, si frappose tra la spada e la sposa, perdendo la vita. Un simile gesto avrebbe dovuto decretare la fine della battaglia. L’oscura dama si inginocchiò accanto al marito, distrutta dal dolore. Avvicinarsi a lei parve tutto ad un tratto complesso… difficile… sbagliato. Forse la nostra volontà non era abbastanza forte. Forse i nostri corpi non erano pronti all’estremo gesto.
Abbassai lo sguardo e incontrai la mia spada fiammeggiante. Sapevo quello che andava fatto e sapevo che quel gesto mi avrebbe tormentato. Colpire una persona distrutta dal dolore, rinnegare ogni traccia di cavalleria… tutto per proteggere qualcosa.

La sfera composta dalle fiamme dei miei incubi deflagrò quando colpì Ivana, ponendo un fine alla battaglia. Avevo trattenuto il respiro per tutto il tempo, aspettando che accadesse qualcosa e un nuovo pericolo sorgesse a combattere. Quando tornai a respirare i polmoni mi facevano male tanta era stata l’attesa.

Nessuno trovò i cadaveri dei Lurani. Tutti i loro uomini, vivi o morti che fossero, scomparvero pochi secondi dopo. Qualcuno li aveva salvati, o recuperati, e questo attirò le ire di Giovanna. Poco mi importava. Ringraziai di avere il mio elmo indosso, così che nessuno potesse vedere il mio volto e la mia espressione.

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