Codex Venator: Il Diario del Cacciatore

Attenzione: Quello che state per leggere è un diario del mio personaggio, appartenente alla campagna di Milano di Codex Venator. Sono informazioni in game comprese e filtrate dal suo giudizio, dunque non sono da ritenersi né accurate né ufficiali.
C’è rischio di spoiler in caso non abbiate giocato la season 2 di Codex Venator. Fate attenzione se siete sensibili agli spoiler.

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Se è vero quello che dice il detto, ovvero che non ci sia riposo per i malvagi, viene da sè che lo stesso si debba applicare ai Nobili Cacciatori. Senza il nostro operato, chi avrebbe la forza di opporsi all’oscurità e le capacità per salvare la città di Milano?  E cosa saremmo noi Cacciatori senza la nostra famiglia? Vagabondi, mercenari, spade e intelletti guidati solo dal vento e dalla corruzione, perennemente tentati dal guadagno. Il nostro purissimo sangue perderebbe ciò che ci rende nobili e non saremmo diversi dai non umani. Una simile possibilità basta e avanza a farmi rabbrividire. L’Innominabile ci protegga!

Tuttavia devo ammettere, e il Dogma mi perdoni, di essere stato piacevolmente sorpreso da un inferiore. Poco dopo il rientro del rappresentante dalla convocazione del Siniscalco imperiale, giunse alla mia attenzione la notizia di un duello. Mi precipitai a chiedere quale fosse l’oggetto della contesa. L’onore dei Trivulzio era stato forse messo in dubbio? Qualcuno si era già proposto di rappresentare la famiglia come campione? Venni a conoscenza del fatto che un forgiato, nostro servitore, avesse lanciato il guanto di sfida dopo essere stato chiamato Imperiale. Peccai d’orgoglio, forse, perché non riuscii a comprendere cosa mi infastidisse maggiormente: Da quando i servitori avevano facoltà di lanciare sfide a nome dei Trivulzio? Possibile che il Capofamiglia sostenesse una simile follia? E come potevano averci scambiato per dei Ghibellini?

Mentre mi recavo di gran carriera verso il luogo stabilito per il duello, pregai. Soltanto nella fede potevo trovare la forza per non intervenire io stesso. La saggezza era una nobile virtù e, quando si parlava di politica, anche un buon modo per rimanere in vita.

Lo scontro ebbe un esito… facilmente dimenticabile e di poca importanza. La famiglia sfidata aveva mandato come suo campione e rappresentante un altro forgiato, rendendo lo scontro piuttosto evitabile. Potevano forse delle macchine avere onore? Nelle loro vene scorreva forse il nobile sangue che distingueva i Cacciatori? Però il nostro servitore si batté con valore, non risparmiando nulla al suo avversario. Che rimanga tra me e questo diario: un po’ mi dispiacque vederlo distrutto.

L’onta della sconfitta fu eclissata dall’arrivo di un’armata in città. Grande fu la gioia quando scoprimmo che si trattasse del Dogma, giunto a Milano con le sue forze. Alla testa dell’esercito si trovava la Suprema Inquisitrice Jeanne D’Arc, la pulzella di Orleans. La incontrai poco dopo e, nonostante la giovanissima età, mi colpì. Il suo sguardo avrebbe riportato l’umiltà in un drago e un suo gesto avrebbe potuto tenere a bada il male da Milano. La sua sola presenza bastava a rinsaldare la fede nel Dogma.

Forzai la mia mente a scacciare i pensieri più impuri riguardanti la Suprema Inquisitrice e abbassai con umiltà lo sguardo. La mia mente venne presto rivolta verso il nostro nuovo compito.

Venni convocato insieme ad altri Nobili Cacciatori, due fratelli Trivulzio e due elfi appartenenti alla Gens Julia, per scortare un ambasciatore del Dogma. Non poteva esserci onore più grande, trovarsi a pochi passi da una carrozza contenente una personalità così importante e così pura. Ovviamente non ci fu concesso di posare gli occhi su cotanta santità. In fretta e furia, partimmo per la nostra missione.

L’ambasciatore andava scortato al sicuro in territorio corrotto, così che potesse compiere quello che ci venne descritto come un miracolo. Il carro era coperto di simboli sacri e preghiere, tutto al fine di proteggere la purezza del loro ospite. Mentre varcavamo le soglie di Milano eravamo contraddistinti dalla prudenza ma, una volta calata la notte, il nostro umore cambiò. Viaggiare nel territorio corrotto prosciugava le forze di giorno e non dava alcun ristoro durante il sonno. Incubi, visioni assurde e comparse mostruose non ci permisero di chiudere occhio. Nei giorni successivi, mentre ci allontanavamo dalla sicurezza del territorio milanese, le notti peggiorarono. Soltanto un filtro di padre Samuele, che insieme al novizio Adso tenevano le preghiere di protezione sempre efficienti, ci permise di proseguire il viaggio. Tuttavia il dubbio cominciò a serpeggiare pericolosamente nella scorta e, quando cominciarono le morti misteriose, uno dei miei fratelli Trivulzio cominciò a sussurrare eresie. La mente ci ingannava, sicuramente, ma tutto sembrava puntare sulla carrozza blindata. Nelle notti successive dovemmo fare i conti con un misterioso macellaio di uomini, che scompariva nel nulla dopo aver compiuto il misfatto. Prima fu decimata la scorta, poi i cavalli stessi. I nostri destrieri non sarebbero riusciti a spostare il carro blindato, dunque fummo costretti a sacrificare la purezza dell’ambasciatore facendolo uscire.

Fu in quell’occasione che scoprimmo di come padre Samuele ci avesse  ̶i̶n̶g̶a̶n̶n̶a̶t̶o̶ protetto dalla verità per non turbare la nostra fede. L’essere racchiuso nel carro era sicuramente un ambasciatore, a detta del prete “purissimo”, ma non era un’eminenza del Dogma. Ci venne presentato come un Penitente, una creatura in grado di entrare in contatto con gli abomini senza esserne corrotto. Avrebbe fatto da interprete.

Nonostante l’importanza del viaggio, il mio ardore per quella missione si sciolse come neve al sole. Mugugnai di ripartire e mi preparai ad una notte infernale. La privazione del sonno aveva ormai lasciato spazio a paranoia, paura, rabbia e dubbio. Non ci fidavamo più gli uni degli altri e, più di tutto, non ci fidavamo di Padre Samuele.

L’ultimo incubo fu il più chiaro di tutti e mostrava l’uomo del Dogma in una forma riconoscibile ma demoniaca, intento a corrompere uno di noi. Mi svegliai irritato e desideroso di tornare a casa. Un sonno ristoratore mi avrebbe permesso di tornare in me. Prima di tornare a Milano, però, la missione andava completata. Nell’ultimo giorno di viaggio trovammo il cadavere del giovane Adso e la famiglia Trivulzio, attraverso i suoi membri, si macchiò di crimini contro il Dogma. In preda alla paranoia, ci liberammo di Padre Samuele. Il suo cadavere non sarebbe mai stato trovato e, fortunatamente, non era rimasto nessuno a poter testimoniare. Il primo importante delitto fu la scoperta del misterioso omicida. Uno dei miei fratelli Trivulzio confessò spontaneamente di esser stato controllato e, forse, corrotto. Preda dell’oscurità, aveva macellato i membri della scorta, i cavalli e il giovane novizio. Avevo in pugno la stessa lama con cui avevo appena minacciato Padre Samuele. Nessuno avrebbe dovuto sapere e non potevo lasciare che una simile corruzione dilagasse nella nostra famiglia. Il cuore doleva ma la mente era salda e sicura di ciò che andasse fatto.

Fortunatamente l’Innominabile mi risparmiò quella prova, facendo scappare celermente il traditore. Non provai neanche a inseguirlo, la morte nelle immense distese corrotte sarebbe stata una pena sufficiente. Se fosse mai ritornato a Milano, mi sarei occupato della faccenda.

Terminata quella piccola faccenda, fummo raggiunti dall’abominio che avremmo dovuto incontrare più avanti nel nostro percorso. Ci parlò, attraverso il Penitente, avvertendoci di un grande pericolo. La distruzione di Milano non sarebbe avvenuta per mano della sua gente, che “per il momento” non aveva piani per la città, ma per opera di una Grande Divoratrice. Avrebbe potuto dirci di più ma il mio gruppo di caccia si rifiutò di consegnare un campione del nostro sangue. A quel punto ci voltammo per incamminarci verso Milano, quando notammo che il Penitente stava per esser portato via. Prima che chiunque di noi potesse intervenire, il terzo fratello Trivulzio balzò in avanti per recidere la testa della “persona” che dovevamo proteggere. In un solo viaggio avevamo ucciso un prete e un prezioso bene del Dogma. Se si fosse saputo a Milano, per la nostra famiglia sarebbero stati guai.

Gli altri membri della famiglia non furono particolarmente lieti di sentire ciò che avevamo fatto. Sebbene non furono presi provvedimenti ufficiali, su di me ricadde l’incarico di risolvere la questione. Quando arrivò la convocazione del Siniscalco e della Suprema Inquisitrice fui costretto a mentire come il più infame dei ladri per proteggere i Trivulzio. Ritengo che questa macchia nel mio animo sia stata la giusta punizione per non aver fatto abbastanza. Ero il capo caccia e, dunque, tutto ciò che era andato storto ricadeva su di me.

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