Codex Venator: Il Diario del Cacciatore

Attenzione: Quello che state per leggere è un diario del mio personaggio, appartenente alla campagna di Milano di Codex Venator. Sono informazioni in game comprese e filtrate dal suo giudizio, dunque non sono da ritenersi né accurate né ufficiali.
C’è rischio di spoiler in caso non abbiate giocato la season 2 di Codex Venator. Fate attenzione se siete sensibili agli spoiler.

Il mio nome è Guido Trivulzio. Recenti ferite, dovute all’incidente del macchinario imperiale costruito dalla famiglia Della Torre, mi costringono ad una forzata inoperosità. Ringrazio l’Innominabile per avermi concesso di sopravvivere ad un simile disastro. Tuttavia l’ozio mal si addice ad un Trivulzio e a me in particolare. Per evitare di contare i secondi che mi separano dalla prossima caccia, tra le calde lenzuola del mio letto, ripercorrerò gli strani avvenimenti degli ultimi tempi. Il Dogma mi perdoni, perché esporrò i miei pensieri non curandomi di eresie, giacché questo scritto non è destinato ad alcun occhio che non sia il mio e quello dell’Innominabile.

I miei ricordi cominciano al momento del Risveglio. Nonostante fossi ancora confuso per esser appena tornato nel mondo, rammento una cripta. Mi trovavo assieme ad altri Nobili Cacciatori e a qualche inferiore non umano. Un uomo, forse un Inquisitore, ci ha accolti e indirizzati verso la nostra caccia. Ero troppo debole e confuso per fare domande. Mi sembrava di possedere il mio stesso corpo, come se il mio spirito vi fosse appena entrato. Tuttavia le mie gambe e le mie braccia sapevano cosa fare e cosa cercare.

Leste le mie dita corsero all’equipaggiamento che sapevo essere adatto a me, mentre la mia mente cercava di richiamare quante più informazioni possibili dalla memoria. In poco tempo mi ritrovai accanto ad altri Nobili Cacciatori, tra i quali un altro Trivulzio era stato scelto come Capo caccia, diretto verso una biblioteca di proprietà del Dogma.

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Se non fosse stato per la nostra autorità e il compito che eravamo chiamati a svolgere, probabilmente la nostra presenza non sarebbe stata tollerata in quel luogo. Mentre camminavamo nei suoi corridoi, davanti a migliaia di tomi, i monaci ci guardavano come se fossimo degli intrusi o dei disturbatori della loro quiete.

Ci venne spiegato come, nella sezione Vite dei Santi, fosse crollato il pavimento. Nessuno, all’infuori del monaco che stava curando i libri a pochi metri dal fatto, si era accorto di nulla. Il padre era stato preso addirittura per folle in un primo momento. Bastò un’occhiata, a me e agli altri Nobili Cacciatori, per renderci conto che qualcosa puzzasse terribilmente. Il pozzo che si era venuto a creare sembrava scavato da artigli e soltanto la sezione di pavimento soprastante era effettivamente crollata. Padre Martino, questo il nome dell’uomo che ci accolse sulla scena, si mostrò fin da subito elusivo alle nostre domande. Aveva perso dei libri ed era ovviamente preoccupato che qualcosa potesse distruggere la biblioteca. Osservando la stanza notammo l’assenza di tracce di qualsiasi sorta. Nessun essere dotato di zampe, artigli, piedi o altre abominazioni sembrava passato per quel luogo. Quale forza poteva allora aver causato quel buco?

Grazie all’ausilio di corde e chiodi ben piazzati, riuscimmo a calarci nel pozzo. Nonostante alcuni di noi, come il sottoscritto, fossero appesantiti da armi e armature, riuscimmo a raggiungere il fondo senza danni incapacitanti. Laggiù trovammo molte cose inaspettate, qualcosa che temo di pronunciare ad alta voce. I tomi dispersi erano effettivamente davanti a noi ma, aprendone uno, non trovammo nulla che sembrasse riferirsi alla vita di un santo. Strani simboli passarono davanti ai nostri occhi prima che chiudessimo il libro e lo riponessimo in una sacca. La faccenda si fece più strana quando realizzammo di trovarci in un corridoio. Poiché equipaggiato con una solida armatura, mi posi davanti al gruppo e insieme ci facemmo strada, avanzando con cautela e prudenza. Giungemmo in un’ampia sala, dove due gruppi di persone sembravano darsi battaglia. Vi era una terza figura, oscura e mostruosa, che combatteva con i due gruppi all’unisono. Provammo ad attirare l’attenzione degli uomini per parlare, cercando la via del dialogo, ma venimmo prontamente atteccati da coloro che vestivano il bianco. Nello stesso momento vedemmo il segnale d’aiuto di un’altra squadra di caccia e sapemmo che il pericolo era vicino. Alcuni del nostro gruppo partirono immediatamente per rispondere alla chiamata, mentre io rimasi a proteggere le persone dietro di me.

Dopo un’iniziale sorpresa, ci accorgemmo della poca perizia bellica dei nostri avversari. Si trattava di cultisti, quello era certo, ma male equipaggiati e non avvezzi alla lotta. Riuscimmo ad avere ragione di loro senza subire perdite. Quando l’orrore che stava terrorizzando tutti venne sconfitto dai Nobili Cacciatori che si erano uniti alla battaglia, mettemmo in fuga quel che restava dei due gruppi in lotta. Mi precipitai verso uno dei cultisti in bianco e notai un medaglione, recante un simbolo che non riconobbi.

Poche ore dopo mi ritrovai a casa, con le mie sorelle e i miei fratelli Trivulzio, a discutere della faccenda. Appresi con terribile apprensione l’identità dei cultisti in nero, esseri non umani che avevano simboli di un drago scheletrico sul corpo. Che cosa avevamo interrotto? Quali ombre si muovevano nella città di Milano?

Il riposo era un lusso che non ci sarebbe stato concesso, poiché poco dopo venimmo convocati dal Siniscalco Imperiale. La Famiglia Trivulzio mandò un suo rappresentante, ovviamente, e tenemmo per noi parte dei nostri dubbi sulle attività dogmatiche della biblioteca. I Trivulzio scelsero di mostrare lo stemma del Dogma, con mio grande orgoglio.

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