La prima cosa che serve sapere su Chernobyl, la miniserie targata HBO e scritta da Craig Mazin e Johan Renck, è che non potrete comprendere quanto profondamente distruggerà le vere basi del vostro essere finché non avrete occasione di vederla.

Cosa che, se vogliamo, porta un’analogia con la distruttiva esplosione del reattore n°4 di Chernobyl: per quanto la storia ci abbia insegnato e messo davanti gli orrori che ne scaturirono, all’epoca dei fatti quasi nessuno capì cosa davvero stesse accadendo e cosa avrebbe significato per le persone coinvolte, anche ad anni di distanza.

Un inizio mozzafiato

Chernobyl inizia con un suicidio, come a voler ben mettere in chiaro le sue intenzioni fin dall’inizio: la storia che vuole raccontarti non è semplice, non è facile da digerire e non puoi né devi aspettarti un vero eroe per il quale tifare fino alla fine.

Valery Legasov (Jared Harris), due anni dopo l’esplosione della centrare di Chernobyl, è seduto nella sua cucina registrando  la sua testimonianza per intero, parlando della responsabilità dietro all’orrore dell’incidente e chiaramente venendo a patti con sé stesso.

“Non c’è stato niente di sano riguardo a Chernobyl. Cos’è successo là, cos’è successo dopo. Anche in quello che abbiamo fatto di buono, tutto quanto… tutto… Pazzia.”

La fotografia è spettacolare: una cornice in cui il giorno cede passo alla notte, in cui le figure centrali vive e non si fondono in un insieme di ombre rassicuranti, ma anche piene del timore di quel che sta per accadere.

Furioso e frustrato da ciò che ha visto ed a cui ha preso parte, troviamo un Legasov esausto che fa i conti con la sua vita. Che sia grazie ai dolori regalatigli dalle radiazioni, o al dolore dato dal semplice passare del tempo, è arrivato al limite massimo di sopportazione, e la scena si conclude con il suo suicidio: una nuova tacca aggiunta all’elenco delle vittime di Chernobyl.

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L’inizio della vicenda

Da qui in poi, si torna indietro nel tempo alla notte del disastro, ma Mazin e Renck hanno già preparato gli spettatori alle emozioni che vivranno durante tutta la stagione: non ci sarà niente di semplice nell’episodio che seguirà.

Chernobyl è un ritratto fedele a ciò che le radiazioni possono fare al corpo umano, e il velo della morte si sente durante tutto l’episodio, come una mano che lentamente stia calando sulla città di Prypjat per inglobare lei, e in seguito il mondo.

Il messaggio di fondo

Chernobyl sembra voler usare il terrore della decadenza di un nucleo radioattivo per misurare la forza del cuore degli esseri umani: durante il disastro molti uomini importanti, scienziati o anche persone comuni rifuggono la notizia negandone la veridicità, altri cadono preda dell’egoismo affrettandosi ad addossare le colpe su terzi, altri ancora cercano di insabbiare la verità per il “bene comune” della politica.

Ma arrivano anche eroi, persone che si sacrificano per il bene del mondo, scavando la terra contaminata esponendosi a morte certa e dolorosa, nuotando in acque sottostanti a radiazioni pari a quelle scatenate da 400 bombe nucleari.

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I pregi della sceneggiatura

Nonostante la scena iniziale e il finale di stagione, la narrazione della serie ti fa sentire come intrappolato in in incubo: c’è una nuvola di veleno che nessuno può vedere, ma che palesa i suoi effetti sui volti delle persone, sui loro corpi che iniziano letteralmente a decomporsi.

Ogni singolo personaggio che apparirà sullo schermo è una persona che con tutta probabilità morirà presto, in modo orribile e doloroso.

Ma ciò che davvero contraddistingue la serie è il velo di bugie, palpabile, che mano a mano si rivelano essere le vere protagoniste della serie. La vera causa del disastro, prima ancora dell’errore umano commesso dai tecnici al lavoro il 26 aprile del 1986.

Gli interpreti

Menzione speciale va alla performance dei co-protagonisti della serie, Stellan Skarsgård nel ruolo di Boris Shcherbina e Emily Watson nel ruolo di Ulana Khomyuk.

Stellan fa un lavoro eccelso nel riportare la difficoltà dell’uomo politico, fermamente confidente nell’infallibilità del governo, di accettare il fallimento ed infine il disastro provocato da suoi pari. Lo stoicismo che lo caratterizza fin dalle prime battute crolla lentamente con il passare del tempo, rivelando la natura umana fallibile che lo governa, rendendolo alla fine della storia un uomo come tanti altri, inerme di fronte alle radiazioni che hanno di fatto distrutto la sua terra e le persone che l’abitavano.

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Emily Watson, invece, si ritrova a portare a termine un compito diverso. Il personaggio di Ulana infatti non si rifà ad una donna realmente esistita: i produttori, cercando il metodo migliore per narrare il disastro a quante più persone possibili, hanno voluto dare merito a tutti gli scienziati e fisici che hanno aiutato Legasov a limitare i danni dello scoppio ed a portare a galla la verità…E l’hanno fatto creando il personaggio di Khomyuk, come unica rappresentante di tutte le loro voci.

La recitazione anche qui è impeccabile,e non posso che invitare chiunque stia leggendo a visionare la serie in lingua originale per apprezzarne davvero le potenzialità.

Aspetto Tecnico

La regia è stata in grado, in 5 episodi, di catturare l’attenzione mentale e soprattutto emotiva dello spettatore in un modo che, ad essere onesta, non credevo possibile.

Di grande impatto è sicuramente stata anche la colonna sonora, i cui rumori sinistri altro non sono che le melodie composte dalla violoncellista Hildur Guðnadóttir , la quale ha ricercato il “rumore della radioattività” suonando direttamente all’interno di una centrale nucleare dismessa, in Lituania.

Tramite la sua musica, la centrale cessa di essere un semplice mezzo, un edificio inanime, diventando invece un enorme e silente mostro che annienta chiunque gli si avvicini.

“Bridge of Death” riesce con tanta efficacia a simulare un ipotetico rumore da radiazioni da far accapponare la pelle, mentre percorrendo le altre tracce si possono scoprire assonanze interessanti con veri strumenti per l’utilizzo della misurazione delle radiazioni (“Corridors” ne è un esempio superbo).

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