Carnival Row, ha diviso la redazione. Io e Simone abbiamo visto entrambi la serie e siamo arrivati ad avere pareri contrastanti su alcuni punti, mentre siamo riusciti a trovare punti in comune su altri.

Se avete modo, vi consiglio di leggere la sua recensione che potrete trovare qui.

Carnival Row, ultima fatica prodotta da Amazon Studios, Legendary Television e Siesta Production, è uscita pochi giorni fa sulla piattaforma di Prime Video.

Da giugno, quando il teaser trailer della serie era uscito, giorno per giorno l’hype per questa serie è cresciuto. Tuttavia, come spesso accade quando ci si aspetta troppo da una serie, da un libro, da un videogioco, le speranze vengono quasi sempre disilluse.

Purtroppo Carnival Row mi ha lasciato esattamente quella sorta di amaro in bocca tale da non poter essere soddisfatto dal prodotto.

La scelta del cast è molto interessante, abbiamo Orlando Bloom che torna al fantasy dopo molti anni (se non ricordo male diciotto), Cara Delevigne, Jared Harris (già visto di The Expanse, Sherlock Holmes – Games of Shadows, Fringe e The Terror), Indira Varma (Game of Thrones, Luther e Roma)

Carnival Row – Sinossi

Un'immagine della serie
Qui i vestiti costano e non se li cambiano mai

La serie Carnival Row si svolge in un mondo riconducibile al Regno Unito dell’epoca vittoriana, nella città di Burge, una Londra cupa, sommersa da nuvole di fumo legate a un’industrializzazione in rapida ascesa, abitata da esseri umani normali ed esseri fatati.

Questi ultimi sono immigrati nella “più grande città del mondo” a seguito di una guerra nel loro territorio che li ha costretti a fuggire nella speranza di trovare un luogo nuovo e più libero dove vivere. (Illusi! ndr)

La storia narrata ruota attorno ad una serie di omicidi e vede i protagonisti principali e secondari, avvicendarsi in una sciarada con troppi voli pindarici per arrivare ad una soluzione, che si alternano, nella storia più o meno connessi tra di loro.

Le dolenti note di Carnival Row

Recitazione degli attori

I due "attori" di Carnival Row
E’ questo il massimo delle espressioni facciali? Ahimé sì

Partiamo dalla recitazione degli attori principali, Orlando Bloom e Cara Develigne.

Nessuno dei due protagonisti riesce a far appassionare lo spettatore con la propria storia e meno ancora con la propria recitazione. Se possiamo prendere ad esempio come attore mono espressivo, almeno anni fa, Nicolas Cage, ecco questi due assieme riesco ad essere ancora meno espressivi di lui.

Per quanto le tematiche che i personaggi affrontano, nei pochi episodi di questa prima stagione, siano delle situazioni che costringono un qualsiasi essere vivente a fare delle scelte e a crescere, queste scelte non traspaiono in maniera assoluta nei personaggi, se non in due momenti nella serie stessa e basta.

Mi sono ritrovato ad aspettare con più interesse le storie che ruotano attorno ai due personaggi, piuttosto che le storie dei personaggi stessi.

Jared Harris ed Indira Varma riescono sempre a tenere strette le fila della narrazione su di loro, mostrando i propri sentimenti e facendoli trasparire durante tutti gli episodi della serie. Così anche altri comprimari, quali Tourmaline (Karla Crome), Agreus Astrayon (David Gyasi) e Imogen Spurnrose (Tamzin Merchant).

Sono proprio questi ultimi due personaggi che riescono a far meglio comprendere uno dei punti chiave della serie agli spettatori grazie alla loro interpretazione.

Tematiche nella serie

Tematiche sociali in Carnival Row

La serie Carnival Row, tratta una serie di tematiche molto attuali con uno spirito critico e senza la benché minima traccia di ironia che, alla lunga, rende pesante la visione dei vari episodi.

Il tema fondamentale è legato all’immigrazione di un popolo nella città di Burge e all’aumentare, durante la serie stessa, degli attriti tra la popolazione umana e quella fata, composta da puck, fate, trow, coboldi.

Questi attriti non nascono dalla xenofobia, come non è la xenofobia a muovere gli attriti nel nostro mondo, quanto dall’aporofobia, la paura del povero.

Il povero, anche in questo caso è l’immigrato, che è dovuto scappare da una situazione insostenibile nel suo paese, in questo caso una guerra. Questo povero per lavorare si abbassa ad accettare le mansioni più degradanti e umili e ad essere pagato meno del lavoratore umano, pur di lavorare. Vi ricorda niente?

L’immigrato, nella serie, viene odiato non tanto a causa del suo status debole nella società, quanto per le classiche tematiche di odio fine a se stesso nei confronti del povero e del diverso.

Ma è stato sempre così? Da quello che ci pare di aver inteso durante la serie no. Nonostante non si parli approfonditamente di quello che avviene nel passato, pare che inizialmente gli esseri fatati fossero sì ostracizzati, ma non ad un livello estremo come nel “mondo attuale”, tanto che tra artisti umani e fatati le amicizie di lunga data permangono e sono un’impronta interessante per la serie.

Una storia d’amore fine a se stessa

Un primo piano dei due amanti della serie Carnival Row
Dammi tre parole “Occhi del Cuore”

Nuovamente ci troviamo ad analizzare uno dei punti cardine della serie. La storia d’amore tra i due protagonisti.

Iniziata nel passato, come ci viene narrato in un flashback in una puntata, questa ha degli strascichi nel presente, ma risulta forzata come se lo sceneggiatore René Echevarria volesse per forza rendere i personaggi più vicini al pubblico. E quale modo migliore se non quello di farli innamorare? Ecco mi ricorda tanto un episodio della serie televisiva italiana “Boris“, precisamente quando gli sceneggiatori fanno scelte casuali e discutibili sulle star.

Oltre a questa sfortunata scelta di sceneggiatura, tra i protagonisti non c’è la minima sintonia, non si percepisce un vero trasporto, ne passione. René Echevarria ci aveva donato molto di meglio in Deep Space Nine.

Di nuovo ho trovato una storia d’amore più interessante quella di altri due personaggi “secondari” della serie, e la loro crescita emotiva, mentale e psicologica ha fatto adombrare l’amore predestinato di Orlando Bloom e Cara Delevigne.

Troppa carne al fuoco, troppi pochi episodi

Uno spaccato della vita cittadina in Carnival Row

La serie è composta da solo otto episodi. Ecco ce ne sarebbero voluti almeno il doppio per cercare di trattare tutte le tematiche che vengono date in pasto allo spettatore. Vengono iniziati a trattare argomenti quali l’odio per il diverso, il malato, l’eccessiva industrializzazione e l’abbandono delle proprie origini, e tutti questi argomenti vengono o dispersi durante la serie o volutamente abbandonati.

Sono rimasto letteralmente basito (F4) quando mi sono trovato a chiedermi: “Ma quel personaggio interessante che fine ha fatto?”. Oppure: “Ma come mai quel personaggio fa quelle scelte?”, e non trovare risposta a niente di tutto questo.

Sembra quasi che tutte queste piccole idee non siano state sviscerate abbastanza per mancanza di tempo, e, purtroppo, mi viene quasi da sperare che in una eventuale seconda stagione possano venir trattate.

Una delle tante domande è: ma se la repubblica di Burge è tanto forte, come ha fatto a perdere la guerra contro il Patto?

Fotografia, costumi ed effetti speciali in Carnival Row

Il pessimo uso del green screen nella serie
Un green screen migliore lo abbiamo? No eh?

La serie fa dei costumi e della fotografia il suo punto forte. Il grigiore che ammanta la città di Burge è molto evocativo e ben fa trasparire la forzata industrializzazione della città. Sembra che questa città sia uscita da uno dei racconti di Charles Dickens, tipo Oliver Twist.

I vestiti dei personaggi ricordano il moralismo imperante dell’epoca vittoriana e, nonostante ci siano pochi cambi di abito in quasi tutti i personaggi, questa parte della serie non è da disprezzare.

Come non è da disprezzare la fotografia, molto ben curata e in alcuni punti questa è profondamente evocativa, in particolar modo in alcune sequenza nella patria ancestrale dei fatati.

Gli effetti speciali e l’utilizzo del greenscreen, invece, lasciano molto a desiderare. Molte riprese esterne sembrano essere molto posticce nonostante l’uso del greenscreen. Sinceramente essendo una serie a così alto budget sono rimasto profondamente deluso del risultato finale.

Conclusioni

I due personaggi titubanti della loro interpretazione nella serie
Pozzo dei Desideri, è meglio se non ti dico cosa vorrei…

Nonostante le premesse con cui avrei affrontato la serie, sono rimasto profondamente deluso dal risultato finale. Un’indagine iniziale che ricorda “From Hell” di Alan Moore, una seconda indagine di cui non si capisce assolutamente niente se non tramite espedienti narrativi al limite dell’imbarazzante, tra cui sogni e ricordi riportati alla mente perché servivano allo scopo.

Un antagonista completamente privo del benché minimo appeal e un finale così scontato e banale che già dal secondo episodio capivi dove si sarebbe andati a parare.

L’unica nota positiva del finale è la scelta che viene fatta, e che redime in parte, da uno dei personaggi della serie.

In ultima analisi Carnival Row è una serie il cui potenziale non è stato espresso appieno. Una occasione persa per rendere una serie qualcosa di più di una critica sociale di cui, anche se necessaria, non se ne sentiva il bisogno.

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