Bojack Horseman è finito.
Netflix ha deciso che la serie raggiungesse una conclusione, nonostante ci fossero tutte le possibilità di andare oltre, di raccontare di più.
Certo, aver raggiunto la sesta stagione, è un risultato per niente male visto che solitamente le serie animate di Netflix non superano la prima o al massimo la seconda stagione. “Tuca e Berty” ne è un lampante esempio.

Durante un’intervista sul sito Vulture Raphael Bob-Waksberg, il creatore del cavallo più orribile di Hollywoo (chi ha visto la serie, sa), aveva affermato di avere altre stagioni in testa. Cercare di comprendere le ragione per cui Netflix, più o meno arbitrariamente, decida che un prodotto meriti una seconda o più stagioni è troppo complesso per noi non addetti ai lavori.

Tuttavia non sono qua per parlare di Netflix: voglio parlare di Bojack Horseman. Il mio obiettivo è fare una analisi, completamente personale, su uno delle serie animate più particolari con cui mi sia capitato di confrontarmi. Una serie complicata.

Se mi è concesso partire con una forte affermazione allora vi dico che Bojack Horseman mi è stato di aiuto, mi ha fatto male molto male e mi ha fatto bene. Mi è servito per affrontare alcuni passaggi della mia vita che non volevo accettare e via via che lo guardavo, ho cercato di esaminare quest’opera con occhi e mente aperta.

Cominciamo quindi a parlare della serie.

Due parole sulla serie Bojack Horseman prima di lanciarci a esaminarla.

Bojack Horseman è una serie animata creata da Raphael Bob-Waksberg per Netflix. Questa serie è andata in onda dal 2014 al 2020 e ha riscosso un successo notevole da parte del pubblico.

Questa serie è stata presentata come satira contro il mondo del jet-set hollywodiano, un mondo fatto di vuoto, sesso, droga, violenza, ma secondo me è sempre stato molto più di questo. Forse era così all’inizio, nella prima stagione, quando il protagonista viveva la sua vita in una Los Angeles fantastica piena di animali antropomorfizzari accanto agli umani ma, col passare delle stagioni, questa serie si è evoluta.

Ha toccato argomenti complessi, quali la difficoltà di vivere la propria vita in maniera soddisfacente, tematiche quali la depressione, la difficoltà di stabilire un rapporto con la propria famiglia, la speranza di trovare in qualcuno un’ancora di salvezza.

Ma ora, prima di analizzare quello che io ho visto in Bojack Horseman, ascoltate la sigla finale che spiega in maniera egregia quello di cui parla la serie. La musichetta allegra stile sitcom anni ’90, la voce dissonante che canta, parafrasi perfetta del personaggio principale della serie, stonato e ancorato al passato, una canzoncina che glorifica quello che era e la speranza di tornare ad esserlo, ovviamente non riuscendoci, ti riempie di malinconia e ti fa pensare allo stesso tempo.

La mia idea su Bojack Horseman

Quando si affronta una serie simile è difficile scegliere su cosa focalizzare l’attenzione e la critica. Io vorrei provare a dare la mia personale interpretazione a questo lavoro di Raphael Bob-Waksberg.

Ripeto che questo è solo un mio parere personale; non sto dicendo che sia più giusto o semplicemente migliore di quelli che trovate in rete, sto solo dicendo che è mio, ma allo stesso tempo spero che possa far nascere un dialogo sulla serie, ora che lo schermo si è spento.

Cominciamo con la mia idea: il personaggio principale della serie siamo noi.

Ogni personaggio di Bojack Horseman è una parte della nostra personalità, nel bene e nel male. Quello che accade a Bojack – e ai suoi compagni di viaggio – a volte è capitato anche a noi. Ogni comportamento è chiaramente esacerbato per causare allo spettatore un’emozione forte e “primitiva”.

Ogni frase detta da uno dei personaggi, più o meno principali è studiata per calzare a pennello e far cambiare completamente idea sul personaggio stesso.

Mr. Peanutbutter

Prendiamo come esempio Mr. Peanutbutter, il Labrador Retriver che Bojack Horseman considera suo rivale nell’assegnazione delle parti nelle sitcom. Questo personaggio è sempre stato disegnato come positivo, incarnando in se tutti gli aspetti della razza di cane a cui appartiene. Necessita di un branco, è affettuoso con tutti, soprattutto con Bojack che considera un amico, almeno da parte sua, sempre pronto ad impegnarsi in un nuovo progetto, per quanto assurdo, pur di non rimanere solo coi suoi pensieri. Ecco questo atteggiamento positivo in realtà nasconde altro, e viene percepito per la prima volta, nella prima stagione quando dice:

L’universo è solo un vuoto crudele e indifferente, la chiave per la felicità non è trovare un significato, ma tenersi occupati con s******e varie fino a quando è il momento di tirare le cuoia

Mr. Peanutbutter, episodio 12 stagione 1

Questa è una riflessione amara perché se addirittura un cane sempre allegro non vede necessaria la ricerca della felicità perché impossibile da trovare, allora siamo tutti davvero fregati. Mostrarsi sempre felici non significa esserlo realmente e il cagnolone se ne accorge col passare delle stagioni.

Un altro interessante aspetto di questo personaggio è la volontà di non affrontare le situazioni e sviare i problemi per quanto questi siano presenti. L’incapacità di affrontare razionalmente le problematiche della vita è uno dei più grandi scogli che ci troviamo a dover superare. Prendere coscienza di un problema e trovare la forza di affrontarlo è forse la più grande trasformazione di forza a cui possiamo ambire e possedere.

Princess Carolyn

La gatta Persiana, manager e compagna di Bojack Horseman nelle prime stagioni, rappresenta l’incapacità di saper gestire la propria vita e il proprio lavoro. Incatenata, inizialmente, ad una relazione amorosa e tossica ( forse non aveva letto il nostro articolo su She-Ra ) con Bojack, con l’evoluzione della serie inizia a trovare il suo equilibrio nella ricerca della maternità che spesso va in contrasto col lavoro stesso.

È proprio Princess Carolyn che ci dimostra che, oltre a rialzarci dopo essere stati presi a sberle dalla vita, siamo noi gli artefici del nostro destino. Nulla è troppo difficile se affrontato con costanza e nulla è troppo distante, ma in nessun caso dobbiamo far affidamento agli altri per cercare noi stessi.

Proprio nella prima stagione la gatta ci fa capire quale è il punto che scandisce la nostra vita:

Non so come ti aspetti che qualcuno possa amarti, quando è chiarissimo che detesti te stesso.

Princess Carolyn, episodio 1 stagione 1

Infine anche Princess Carolyn trova un connubio tra l’amore per il lavoro e l’amore per la propria famiglia, sposando il suo lavoro convolando a nozze con una delle vere, poche, persone positive con cui ha avuto modo di entrare in contatto nel mondo del jet set, Judah Mannowdog. Sua è forse una delle dichiarazioni di amore più belle che abbiamo mai avuto modo di ascoltare in una serie televisiva.

Todd Chávez

Todd Chávez è il nostro inquilino, più o meno voluto. È l’inquilino che tutti noi abbiamo e che ci accompagna da quando prendiamo coscienza di noi stessi e delle nostre azioni. Un novello grillo parlante collidano.
Fin dall’inizio della prima stagione vediamo questa persona che è in casa di Bojack Horseman per non si sa quale ragione effettiva e dividere con lui lo spazio vitale.

Todd è un’ancora nella realtà. È quella parte di noi che ci fa reagire, in maniera dura, mettendoci davanti a tutti i nostri problemi e dimostrarci che quello che facciamo spesso non è abbastanza se non abbiamo una persona con cui parlarne.

Non puoi continuare a fare così! Non puoi continuare a fare le tue s*******e e poi sentirti una m***a, come se questo potesse mettere tutto a posto. Tu hai bisogno di essere migliore! […]
Tu sei tutte le cose che non vanno in te. Non è l’alcol o le droghe o nessuna delle m******e che ti sono successe nella carriera o quando eri piccolo. Sei tu!

A volte dobbiamo avere la consapevolezza che un aiuto è necessario perché, non sempre possiamo riuscire a superare traumi senza un efficiente collaborazione di uno psicologo, psicoterapeuta o a volte anche solo di un amico che prova a far reagire noi stessi.

Todd Chávez

Diane Nguyen

Diane Nguyen è la ghostwriter di Bojack Horseman all’inizio della serie e poi con l’evolversi del personaggio questa diventa amica dell’orribile cavallo.
Diane è una ragazza profondamente femminista che si fa carico di troppe aspettative sul suo futuro che, durante la serie, comincia a soffrire di depressione.

La depressione è l’ospite inatteso e silenzioso che di tanto in tanto si palesa e riesce a far marcire ogni nostro rapporto, quando non è preso di petto e affrontato, o non si ha qualcuno abbastanza buono e forte dal riuscire a sostenerci.
Ho sempre considerato il suo personaggio un po’ triste, e ad un certo punto della storia, ho anche creduto che il suo personaggio sarebbe stato tagliato fuori dallo show tramite una forte uscita di scena.

Per fortuna mi sbagliavo.

Mi è rimasta impressa, profondamente, la storia del suo matrimonio con Mr. Peanutbutter e, dopo aver avuto il piacere di vedere il film “Storia di un matrimonio” ,ho finalmente compreso quello che la ragazza dice con queste parole.

I matrimoni sono fatti di bugie, più o meno. Ti ritrovi a dover dichiarare pubblicamente di passare tutta la vita con quella persona. Ma non puoi saperlo, lo stai solo dicendo. È tutta una farsa. Ma è una bugia basata su una verità: al centro della farsa c’è un seme di qualcosa di vero e puro, e quello strano e bellissimo seme è la ragione per cui ci si presta al resto. E a volte è difficile ricordarsi di quel puro e sfavillante seme, perché nel tempo si ricopre di tutte le discussioni, i compromessi e le delusioni. Ma non dimenticare che in fondo è sempre lì da qualche parte, anche se non lo vedi. E, magari, il solo sapere che c’è è più importante che vederlo. Ma funziona solo se ci credi davvero.

Lei trova infine la sua dimensione, e di questo non posso che esserne felice, perché si intravede un filo di speranza. È a lei che Bojack dedica gli ultimi momenti della serie in un susseguirsi di silenzi, frasi non dette e bivi non presi che ci lascia molto in dubbio su quale sarà la vera fine del cavallo.

Diane Nguyen in Bojack Horseman

Bojack Horseman

Ultimo, ma non meno importante, la star dello show. Noi stessi. La summa di tutto quello che di sbagliato abbiamo, di ogni piccolo pezzo rotto e mai rimesso a posto, di ogni scelta sbagliata presa, la nostra volontà autodistruttiva, il nostro rifugiarsi in un passato che abbiamo sempre pensato essere dorato, ma che in realtà lo è.

Fondamentale per comprendere il personaggio è l’episodio in cui in fondo all’oceano, Bojack, non riesce a comunicare con nessuno il suo malessere nello stare al mondo. L’unico aspetto positivo che vive è una nascita e nuovamente non ha le parole per esprimere ciò che prova.

Bojack Horseman in fondo al mare

Quante volte ci siamo trovati in questa situazione e l’unica cosa che siamo riusciti a fare è offenderci?

Dal primo minuto capiamo tutto di noi:

Per un sacco di gente la vita è solo un lungo calcio tirato nell’uretra. E a volte quando torni a casa dopo un giornata di calci nell’uretra ti va solo di guardare uno show su gente amabile dove si vogliono tutti bene. E dove qualunque cosa succeda alla fine di quella mezz’ora, be’, è tornato tutto a posto. No, sai, perché nella vita vera… ho già detto quella cosa lì dell’uretra?

Bojack Horseman, episodio 1 stagione 1

Un antieroe per cui ci siamo schifati e per cui abbiamo patteggiato, quasi peggio di un Hank Moody di Californication. Eppure ci mancherà.

Conclusioni

Sono stati sei lunghi anni in cui spesso mi trovavo a dire: “Basta! Non ho più intenzione di guardarla e farmi male”. Puntualmente al giorno uno di programmazione ero in prima fila a farmi fare a pezzi dalla storia di un cavallo con i nostri problemi.

Come potrei definire Bojack Horseman? Catartica, cattiva e profondamente triste.

Ora il sipario è calato, le luci si spengono. Dissolvenza in nero. Mi mancherai Bojack, ma sei riuscito ad insegnarmi qualcosa su me stesso.

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